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lunedì 4 maggio 2026

Quando un femore fossile divenne una reliquia del Diluvio universale

Se dovesse capitarvi di visitare il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, ricordatevi di guardare alla vostra sinistra, quando percorrerete lo scalone di accesso. Lì, ha trovato posto un reperto molto particolare: un osso fossile lungo circa un metro, dalla storia curiosa. Quando fu scoperto venne infatti scambiato per una “reliquia” del Diluvio universale. Un fraintendimento, un tempo, più comune di quanto si pensi…

https://www.queryonline.it/2026/03/05/quando-un-femore-fossile-divenne-una-reliquia-del-diluvio-universale/



domenica 19 aprile 2026

Da condannati a riabilitati: la Svizzera rende giustizia a chi aiutò i partigiani

Articolo da leggere:

Il Parlamento federale ha riabilitato le persone condannate dalla giustizia elvetica per aver sostenuto la Resistenza francese e italiana durante la Seconda guerra mondiale. Una recente pubblicazione ricostruisce la lotta partigiana nel territorio dell'Ossola e fa luce sul coinvolgimento della popolazione ticinese.


segue al link:

domenica 22 febbraio 2026

Come il cinema USA vedeva Israele nel 1968 - Combattenti della notte (Film=

https://it.wikipedia.org/wiki/Combattenti_della_notte


Combattenti della notte (Cast a Giant Shadow) è un film del 1966 diretto da Melville Shavelson.

È un film di guerra statunitense con Kirk DouglasJohn WayneFrank Sinatra e altre star del cinema dell'epoca in ruoli di supporto. È basato sulla vita del colonnello ebreo-americano David Mickey Marcus che comandò le unità del nascente esercito israeliano durante il conflitto arabo-israeliano del 1948.[1]

sabato 17 gennaio 2026

Il disastro di Aberfan

Per chi non ricorda, Wikipeda dedica una pagina a quanto accadde nel 1966 in Galles, con  144 vittime:


Il disastro di Aberfan fu provocato dalla frana del cumulo di materiale di risulta di una miniera di carbone, avvenuto intorno alle 9:15 del 21 ottobre 1966. Il materiale di risulta era stato accumulato sul pendio di una collina che sovrastava il villaggio gallese di Aberfan, vicino a Merthyr Tydfil, sovrapposto a una sorgente naturale. Ulteriore acqua si accumulò al suo interno in seguito alle forti piogge e contribuì al suo improvviso collasso. La massa di fango scivolò verso la valle sottostante, inghiottendo la scuola elementare locale e altri edifici e uccidendo 116 bambini e 28 adulti. La miniera era di competenza del National Coal Board (NCB). La successiva inchiesta attribuì le responsabilità per il disastro all'azienda e a nove suoi funzionari.

Nei pendii sopra Aberfan vi erano sette cumuli. Il numero 7, quello che scivolò sul villaggio, fu iniziato nel 1958 e, al momento del disastro, era alto 34 metri. In contravvenzione alle procedure ufficiali dell'NCB, il cumulo era situato su un terreno dal quale sgorgavano delle sorgenti d'acqua. Dopo tre settimane di pioggia, il cumulo si saturò e circa 110 000 m³ di materiale scivolarono lungo il lato della collina e nella zona di Pantglas del villaggio. Uno degli edifici più colpiti fu la scuola elementare Pantglas, dove le lezioni erano appena iniziate; 5 insegnanti e 109 bambini rimasero uccisi.

Un'indagine ufficiale fu presieduta dal Lord Justice Edmund Davies. Il rapporto attribuì la responsabilità piena del disastro all'NCB. Il presidente dell'ente, Lord Robens, fu criticato per aver rilasciato dichiarazioni fuorvianti e per non aver fatto chiarezza sulla conoscenza da parte dell'NCB della presenza di sorgenti d'acqua sul fianco della collina. Né l'NCB né alcuno dei suoi dipendenti furono perseguiti penalmente e l'azienda non venne multata.

L'Aberfan Disaster Memorial Fund (ADMF) fu istituito il giorno stesso del disastro. Ricevette quasi 88 000 contributi, per un totale di 1,75 milioni di sterline. I restanti cumuli furono rimossi solo dopo una lunga battaglia da parte dei residenti di Aberfan, contro la resistenza dell'NCB e del governo per motivi di costo. La compensazione fu pagata da una sovvenzione governativa e da un contributo forzato di £ 150 000 prelevato dal Memorial Fund. Nel 1997 il governo britannico rimborsò con £ 150 000 l'ADMF e nel 2007 l'Assemblea nazionale per il Galles donò £ 1,5 milioni al fondo e £ 500 000 all'Aberfan Education Charity come ricompensa per i soldi indebitamente sottratti. Molti dei residenti del villaggio soffrirono di problemi di salute e metà dei sopravvissuti fu colpito da disturbo post-traumatico da stress in qualche momento della loro vita.



SEGUE CON DETTAGLI AL LINK:

https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_di_Aberfan

martedì 6 gennaio 2026

"Chi va a Roma perde la poltrona", il ritorno dal Giubileo


Nel Medioevo partire per Roma, soprattutto in tempo di Giubileo, non era un gesto reversibile. L’assenza poteva costare incarichi, beni, riconoscimento sociale. Raccontare il pellegrinaggio dal punto di vista del ritorno significa restituirne la dimensione più fragile e meno narrata: quella in cui l’esperienza del sacro incontra la vita ordinaria e ne mette alla prova gli equilibri


con  molte interessanti illustrazioni



Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano

Il proverbio “Chi va a Roma perde la poltrona”, attestato in forma stabile solo in età moderna, conserva sotto la scorza dell’ironia una memoria medievale precisa. L’assenza prolungata non era un fatto neutro: negli statuti comunali comportava la decadenza per absentia; nel diritto canonico i benefici si perdevano per non residentiam; nella prassi curiale le sostituzioni temporanee tendevano a diventare definitive. Partire in pellegrinaggio - soprattutto in tempo di Giubileo - significava dunque accettare un rischio concreto. Non a caso, una delle prime azioni del pellegrino era fare testamento. Prima di mettersi in cammino, uomini e donne disponevano dei beni, affidavano figli, debiti e anime a una scrittura che presupponeva la morte come possibilità concreta. Il pellegrinaggio, anche quando motivato dalla speranza dell’indulgenza, iniziava sotto il segno della fine. Tornare non era scontato; e tornare integri, ancora meno.

Farsi riconoscere sulla strada

Il pellegrino non era un viaggiatore anonimo. Doveva essere visibile, riconoscibile, quasi leggibile. Un abbigliamento codificato - il mantello grezzo, il bordone, la scarsella - e soprattutto i segni acquisiti lungo il cammino, come le insegne metalliche con l’effigie dei simboli associati ai luoghi sacri, avevano una funzione pratica oltre che simbolica. Dichiaravano uno status: chi li portava chiedeva ospitalità, protezione, talvolta indulgenza morale.

Essere riconosciuti come pellegrini era una necessità. Le strade medievali erano attraversate da pericoli ben noti: briganti, pedaggi abusivi, soldati sbandati; e poi le malattie, che colpivano lontano da casa con particolare ferocia. Le cronache parlano di febbri prese negli ospizi, di corpi debilitati che non reggevano il viaggio di ritorno. Il pellegrino era esposto, e lo sapeva.


Il ritorno come prova

È qui che il tema del ritorno assume un valore che va oltre la storia religiosa. Tornare significava rientrare in una comunità che aveva continuato a vivere senza di te. Un esempio concreto emerge dagli statuti cittadini italiani tra XIII e XIV secolo: in diverse città, l’assenza prolungata comportava la decadenza automatica da cariche civiche o corporative. Il pellegrino rientrato doveva ricominciare da capo, talvolta dimostrando la legittimità del proprio rientro.


Alcune lettere conservate negli archivi romani raccontano di pellegrini che, tornati, faticano a riottenere beni affidati a parenti o amministratori temporanei. La “poltrona” perduta non era solo simbolica: era un posto realmente occupato da altri, con il tacito consenso della comunità.


Un ritorno che cambia chi ritorna

Il pellegrino non tornava mai identico a prima. Portava con sé il racconto del Giubileo, ma anche una trasformazione interiore difficile da integrare. Le fonti agiografiche mostrano casi di pellegrini che, una volta rientrati, scelgono una vita diversa: più ritirata, più devota, talvolta marginale. Non tutti riescono - o vogliono - rientrare pienamente nei ruoli precedenti.
In questo senso, il pellegrinaggio medievale dialoga con una delle grandi narrazioni fondative dell’Occidente: l’Odissea. Anche il poema di Omero non è il racconto di una partenza, ma di un ritorno lungo, pericoloso, disseminato di perdite. Ulisse non combatte per partire, ma per rientrare; e quando rientra, non viene riconosciuto. Deve dimostrare chi è, riprendere il proprio posto, riconquistare ciò che gli apparteneva. Il pellegrino medievale vive una tensione simile. Il viaggio verso Roma promette salvezza; il ritorno mette alla prova l’identità.


Raccontare il ritorno

Questo motivo del ritorno attraversa in profondità la letteratura antica e medievale ed è altrettanto centrale nei testi biblici, dove il rientro - dall’esilio, dall’erranza, dalla colpa - non è mai un semplice tornare indietro, ma una ricomposizione faticosa del rapporto con Dio e con la comunità. In questa lunga tradizione culturale si inserisce anche l’esperienza del pellegrino medievale.

Come Ulisse, egli torna cambiato; e come nelle grandi narrazioni del ritorno, il momento decisivo non è la meta raggiunta, ma il confronto con ciò che lo attende al rientro. Il pellegrinaggio giubilare si compie davvero solo lì, quando l’esperienza del sacro incontra la vita ordinaria e ne mette alla prova gli equilibri.


La “sperduta”

Un episodio concreto restituisce la precarietà del cammino meglio di qualsiasi astrazione. Nelle Cerbaie, area paludosa e insidiosa nei pressi di Altopascio, snodo fondamentale dei percorsi tra nord e sud della penisola, lungo la via Francigena, il pellegrino rischiava di smarrirsi in ogni stagione del viaggio. Qui una campana, nota come la Sperduta, veniva suonata per orientare chi si perdeva tra nebbie, acquitrini e sentieri incerti. Non indicava una meta, ma una direzione; non distingueva l’andare dal tornare. Il suo suono interveniva quando il cammino diventava indistinto, ricordando al pellegrino che la strada, anche quando si dissolve, può ancora essere ritrovata.


Chi non torna

Infine, ci sono i ritorni mancati. Le fonti registrano pellegrini morti sulla via del rientro, sepolti lontano da casa, oppure rimasti a Roma, accolti in ospedali o confraternite. Per alcuni, il pellegrinaggio diventa una soglia senza ritorno, una scelta definitiva, non sempre esplicitata ma chiaramente leggibile nei documenti. È anche per questo che il proverbio ha attraversato i secoli. Non è una battuta sulla carriera, ma una constatazione storica: partire per Roma significava accettare il rischio di non ritrovare il proprio posto nel mondo.


La parte più difficile del viaggio

Il ritorno dei pellegrini medievali completa il senso del Giubileo. Non solo evento straordinario, ma esperienza che lascia tracce durature: nelle biografie individuali, nelle comunità, nella memoria collettiva. Il pellegrinaggio non finisce quando si varcano di nuovo le mura di casa. È lì, semmai, che comincia la parte più difficile del viaggio.

giovedì 2 ottobre 2025

Best seller. Aldo Cazzullo e Alessandro Barbero: la sfida di raccontare san Francesco

https://www.avvenire.it/agora/pagine/aldo-cazzullo-e-alessandro-barbero-san-francesco-recensioni

Il santo e l'uomo: i due libri in vetta alle classifiche sono molto diversi tra loro ma trovano un punto di incontro sul fascino e il mistero che il Poverello non cessa di esercitare da otto secoli

sabato 14 giugno 2025

Finalmente la verità sull’eccidio di Porzûs

Studiati per la prima volta alcuni documenti sloveni dell'epoca, che fanno luce sul più grave scontro interno della Resistenza italiana nella Seconda guerra mondiale. Intervista a Tommaso Piffer


Studiati per la prima volta alcuni documenti sloveni dell'epoca, che fanno luce sul più grave scontro interno della Resistenza italiana nella Seconda guerra mondiale. Intervista a Tommaso Piffer
Un'immagine dei funerali celebrati per le vittime dell'eccidio, Cividale del Friuli, 21 giugno 1945
Un'immagine dei funerali celebrati per le vittime dell'eccidio, Cividale del Friuli, 21 giugno 1945

La strada a curve strette che si inerpica dal caseggiato di Faedis su per le Prealpi Giulie tra le valli misteriose di Torre e Natisone, lasciandosi dietro il Friuli del Collio e dei vitigni invidiati da tutto il mondo, porta prima a Canebola, poi girando a destra e continuando a salire conduce al Monumento nazionale delle malghe di Porzûs. Si tratta di strutture semplici in muratura, 968 metri sul livello del mare in piena terra di confine, a meno di dieci chilometri in linea d’aria dalla Slovenia.

L’eccidio di Porzûs

Sono trascorsi ottant’anni dal 7 febbraio 1945, quando alle malghe salirono cento partigiani garibaldini al seguito di Mario Toffanin (nome di battaglia Giacca). Quasi tutti gli uomini facevano parte dei Gap, i gruppi organizzati del Partito comunista italiano a cui erano affidati attentati e azioni di sabotaggio soprattutto nei centri abitati. La Brigata Osoppo, il gruppo della Resistenza di matrice prevalentemente “cattolica” e militare in Friuli, decimata dai rastrellamenti di quei mesi e dai contrasti con le divisioni garibaldine, già da qualche settimana aveva stabilito qui il comando delle brigate Est. A presiederlo era il comandante Francesco De Gregori (Bolla), lo zio del celebre cantautore romano, insieme a una ventina di uomini.

I garibaldini si presentarono come partigiani sbandati che cercavano rifugio, in realtà ben presto gettarono la maschera e fecero prigionieri gli osovani. Di lì ebbe inizio la strage, che segnò il più grave scontro interno alla Resistenza italiana della Seconda guerra mondiale. Bolla e Gastone Valente (Enea), commissario politico della Osoppo, insieme a Elda Turchetti, sospettata di spionaggio, furono fucilati dopo pochi minuti e i loro corpi abbandonati sul luogo. Tutti gli altri furono condotti a qualche chilometro di distanza, al Bosco Romagno, e uccisi nelle vicinanze di lì a pochi giorni. Furono costretti a scavarsi la fossa da soli, prima di essere crivellati di colpi. Tra i diciotto partigiani osovani che morirono nell’eccidio c’era anche Guido Pasolini (Ermes), il fratello del poeta casarsese Pierpaolo.

La lapide in memoria dei caduti dell'eccidio di Porzûs nei pressi dell'ingresso principale del Bosco Romagno (foto di Giuseppe Beltrame)
La lapide in memoria dei caduti dell’eccidio di Porzûs nei pressi dell’ingresso principale del Bosco Romagno (foto di Giuseppe Beltrame)

Finalmente una risposta su Porzûs

Per anni la vicenda cadde in un cono d’ombra, strumentalizzata dalla politica, dagli esponenti di Dc e Pci su tutti, nei tre processi che ne seguirono nel Dopoguerra. Le condanne ai presunti protagonisti furono poi annullate dal decreto presidenziale di amnistia che nel 1960 coprì anche i reati di natura politica. Molti dei mandanti e degli esecutori nel mentre si erano già dati alla macchia, trovando rifugio nella Jugoslavia di Tito.

Porzus

Oggi un lavoro storiografico minuzioso e ricco di documenti inediti pone fine all’annosa questione sulle responsabilità politiche della vicenda e dà con certezza un nome e un volto ai mandanti dell’eccidio. «Per la prima volta è stato possibile incrociare le fonti italiane con quelle slovene, per tante ragioni a lungo ignorate dagli studiosi, e in questo modo sciogliere tanti nodi rimasti irrisolti», spiega a Tempi Tommaso Piffer. Il professore di Storia contemporanea dell’Università di Udine è l’autore del libro Sangue sulla Resistenza. Storia dell’eccidio di Porzûs, edito a febbraio da Mondadori. L’opera fa seguito al lavoro di studio sulla vicenda cominciato dallo storico nel 2012 con l’opera Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale.

La malghe di Porzûs (foto di Giuseppe Beltrame)
La malghe di Porzûs (foto di Giuseppe Beltrame)

Crocevia del Novecento

«Oggi possiamo dire con certezza che l’operazione fu ordinata del comando della Divisione Garibaldi Natisone. La decisione fu l’esito di mesi di trattative tra i garibaldini e i partigiani titini del IX Corpus sloveno, che stavano compiendo una vera rivoluzione e rivendicavano i territori della Benecia orientale nei quali combattevano garibaldini e osovani. Il Comando della Natisone, su indicazione di Palmiro Togliatti, decise di favorire le mire annessioniste del IX Corpus a discapito dell’unità con gli osovani, che da quel momento diventarono dei nemici e come tali furono trattati». Il Pci in questo modo faceva prevalere gli interessi della rivoluzione su quelli nazionali.

«In questa vicenda – prosegue Piffer –, si incrociano le grandi fratture che hanno determinato tutta la storia del Novecento in Europa: lo scontro politico tra fascismo e antifascismo, le divergenze ideologiche tra comunismo e anticomunismo e gli scontri per i confini nazionali. La sovrapposizione di questi elementi rendono Porzûs un unicum nella storia del Novecento».

Le malghe di Porzûs in una foto d'epoca (archivio Associazione partigiani Osoppo Friuli)
Le malghe di Porzûs in una foto d’epoca (archivio Associazione partigiani Osoppo Friuli)
Il “miracolo” di Togliatti

A livello nazionale l’eccidio si rivelò anche come una delle poche “falle” del tentativo di Togliatti di tenere insieme l’identità del Partito comunista di stampo rivoluzionario socialista con l’unità dell’antifascismo contro il nazifascismo. Fu un “miracolo politico”, che permise a Togliatti di aumentare enormemente la forza del partito, ma che in questa zona non riuscì perché gli sloveni costrinsero i comunisti italiani a scegliere da che parte stare.

«Oggi la cortina fumogena che avvolgeva la vicenda è venuta meno – sottolinea il professore -, perché il Partito comunista non esiste più e tutti i protagonisti dei fatti sono morti. Per anni la ricostruzione dell’eccidio è stata ostaggio della politica. La storia oggi gli ridà una giusta collocazione, permettendo di consegnare al passato una vicenda che, soprattutto nei friulani, ha lasciato una ferita molto profonda».

La targa celebrativa dei caduti dell'eccidio, murata sopra l'entrata principale delle malghe di Porzûs (foto di Giuseppe Beltrame)
La targa celebrativa dei caduti dell’eccidio, murata sopra l’entrata principale delle malghe di Porzûs (foto di Giuseppe Beltrame)

L’omaggio di Napolitano

Nel 2012 Giorgio Napolitano, nella visita in Friuli che rese onore alle vittime, definì le ragioni che portarono i garibaldini all’eccidio «oggi incomprensibili, tanto sono lontane l’asprezza e la ferocia degli scontri di quegli anni e la durezza delle visioni ideologicamente totalitarie». Piffer però nelle pagine introduttive del suo volume invita all’«immedesimazione» sia con le vittime che con i carnefici, per meglio comprendere le ragioni che portarono «i protagonisti della storia» a «incarnare queste passioni e talvolta a esserne schiacciati, ma sempre chiamati, davanti alle circostanze della vita, a prendere decisioni in cui tutto il loro passato e la loro esperienza giocano un ruolo importante».



lunedì 2 dicembre 2024

L'Italia dice addio a un mito. L'Ape Piaggio sarà prodotta solo in India

https://www.huffingtonpost.it/life/2024/11/30/news/litalia_dice_addio_a_un_mito_lape_piaggio_sara_prodotta_solo_in_india-17863720/?ref=nl-huff-f-weeko

Per i nostalgici ci sono ancora le scorte di magazzino create da Piaggio in vista della dismissione dello storico 'triciclo'. Al momento non sembrano esserci particolari preoccupazioni per quanto riguarda le ricadute occupazionali


domenica 10 marzo 2024

Un gioiello della paleontologia italiana si è rivelato (in parte) un falso

https://www.lescienze.it/news/2024/03/05/news/tridentinosaurus_fossile_falso-15292738/

Considerato uno dei più antichi rettili fossili, per decenni il reperto di Tridentinosaurus antiquus ha però lasciato perplessi i paleontologi per le caratteristiche paradossali. Nuove analisi hanno rivelato ora che l'animale è stato dipinto sulla roccia dove sono incastonati parte dei suoi resti ossei
...
“Dall'Italia provengono fossili che hanno rivoluzionato le conoscenze sulla biologia dei dinosauri (come nel caso di Ciro) o sulla storia evolutiva di interi gruppi di dinosauri, contribuendo a riscrivere la storia geografica dell'area proto-mediterranea (Antonio e Bruno), ma non godono di campagne di ricerca continue e supportate da gruppi specializzati come avviene in altri paesi”, aggiunge Chiarenza. “Gli scienziati specializzati che indagano la paleobiologia di questi animali, come me e la dottoressa Rossi, lavorano spesso all'estero; possediamo un patrimonio paleontologico inestimabile che potrebbe competere con quello storico e artistico, con un potenziale geoturistico e culturale unico. Tuttavia, al momento, questo patrimonio viene trascurato a causa di una scarsa sinergia tra cultura e politica.”

Quello che resta di Tridentinosaurus potrebbe essere invece stimolo per nuovi ritrovamenti, conclude Chiarenza: "Pone una nuova sfida: riuscire a estrapolare il massimo valore sistematico da una manciata di informazioni osteologiche, il che potrebbe essere ottenuto scoprendo nuovi esemplari di Tridentinosaurus o ampliando il campionamento di animali simili, magari risalenti allo stesso periodo, che potrebbero fornire elementi comparativi e, di conseguenza informazioni sulla collocazione di questo enigmatico fossile italiano nell'albero della vita dei rettili."

domenica 28 gennaio 2024

Il martirio di cattolici che sfidarono Hitler in nome della coscienza


S’intitola ‘La lama e la croce’ il nuovo libro del giornalista Francesco Comina, pubblicato dalla Libreria Editrice vaticana, che narra le vicende di alcune persone decapitate per essersi opposte al nazismo sotto la spinta del Vangelo. “Sono storie da raccontare ai giovani affinché si facciano interpreti di una memoria viva”

domenica 7 gennaio 2024

Dai Bocconi ai Monzino: quando l’impresa ha il cuore sociale.

https://www.alessandroscaglione.com/storie/bocconi

Una storia di Milano che comprende tra gli altri:

"Alle Città d'Italia"
"Università Commerciale Luigi Bocconi"
"Rinascente"
"Banca Italiana di Sconto"
"Officine Fratelli Borletti" e "Veglia"
"Unico Prezzo Italiano Miano" e "UPIM"
"Società Anonima Magazzini Standard" e "STANDA"
"Centro Cardiologico Monzino"

e molte storie familiari 



venerdì 10 novembre 2023

La terra del noi. La vera economia parte dal dolore umano

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-vera-economia-parte-dal-dolore-umano

 sabato 4 novembre 2023
La scuola napoletana si occupava di “pubblica felicità” e auspicava un mercato delle virtù cooperative, senza meccanismi di privilegio Di qui la proposta di “terreni non appartenenti ad alcuno”
...

Achille Loria, seguendo Fuoco, criticò la rendita quale elemento di ingiustizia La scuola napoletana si occupava di “pubblica felicità” e auspicava un mercato delle virtù cooperative, senza meccanismi di privilegio Di qui la proposta di “terreni non appartenenti ad alcuno” Il mondo cattolico e meridiano moderno ha generato anche una sua idea di economia, diversa in molti aspetti da quella del capitalismo nordico e protestante. La reazione della Chiesa di Roma allo scisma luterano rafforzò e amplificò alcune dimensioni del mercato e della finanza già presenti nel Medioevo, e ne creò ex-novo altre. Nella serie «La terra del noi» Luigino Bruni propone una riflessione sulle origini e sulle radici del capitalismo e della società nell’età della Controriforma.

La Controriforma è stata una stagione ambivalente, dove i luminosi esempi dei Monti dei francescani si intrecciarono con fenomeni bui in altri terreni. Per la scienza economica italiana fu però un buon tempo. Mentre la teologia e la filosofia diventano luoghi rischiosi a causa del controllo capillare da parte del Santo Uffizio, le arti, la musica, le scienze e anche l’economia restavano luoghi più sicuri dove gli uomini di pensiero potevano esprimersi con maggiore libertà. E così, un’età povera di grandi teologi e filosofi (soprattutto se paragonata all’Europa del Nord) generò molti letterati, musicisti, artisti ed economisti eccellenti.


Fu il Regno di Napoli dove più si espresse il genio economico mediterraneo e cattolico. La tradizione economica napoletana inizia già tra Cinquecento e Seicento, grazie al cosentino Antonio Serra che scrisse un Breve trattato (nel 1613) da molti considerato il primo studio di economia moderna, e non solo per l’Italia. Poi arrivò la grande stagione del Settecento napoletano, quella di Ferdinando Galiani, Antonio Genovesi, Filangieri, Dragonetti e altre decine di ottimi economisti che scrissero di moneta, credito, e soprattutto di “Pubblica felicità”. Una tradizione rimasta viva e vivificante fino alla prima metà dell’Ottocento con Francesco Fuoco, che può essere considerato l’ultimo degli autori classici italiani.

Poi, la nascita del Regno d’Italia generò una forte tendenza a considerare la “vera” scienza economica solo quella inglese e francese, e quindi la tradizione napoletana finì per essere giudicata obsoleta e retrograda. Nel frattempo la scienza economica anglosassone stava cambiando binario; presto lasciò i grandi temi dello sviluppo e del benvivere dei popoli e si concentrò sull’individuo e sulla sua utilità. In questo contesto culturale, il paradigma napoletano della Pubblica felicità, interessato più alla società che ai singoli, apparve ancor più lontano ed estraneo, e presto venne dimenticato.

Francesco Fuoco, «spirito bizzarro e acuto» (T. Fornari, Teorie economiche delle province napoletane, p. 615), non fu solo un ottimo scrittore di credito e banche. Vergò pagine notevoli in molti altri settori della scienza economica. Sulla scia di Genovesi, Fuoco considerava il mercato come una forma provvidenziale di “mutuo soccorso” e di reciprocità. Quindi la ‘divisione del lavoro’ non divide ma unisce le società: « La divisione del lavoro non è opposta alla riunione, anzi la presuppone e serve a renderla più forte e durevole» ( Scritti Economici, 1825, I, p. 205). In particolare le varie professioni sono un grande linguaggio di cooperazione e di mutualità, il primo cemento delle società: « La divisione del lavoro non è altro che la distinzione delle professioni. Quanto più l’industria si perfeziona più le suddivisioni si moltiplicano, e più le professioni diventano numerose» (p. 207).

Ma è sulla ‘teoria della rendita’ dove Fuoco concentrò le sue energie teoriche. Nel suo soggiorno francese conobbe il recente dibattito inglese sulla rendita delle terre. In particolare, studiò la teoria di David Ricardo che nei suoi Principi di Economia Politica (del 1817) propose una teoria della distruzione del reddito e del capitalismo diversa da quella di A. Smith, incentrata sulla rendita come chiave per capire le dinamiche del capitalismo. Fuoco, pochissimi anni dopo, scriveva un suo saggio sulla rendita (nel 1825), dove esponeva il dibattito, emendando e completando. Quale è il centro del discorso di Fuoco?


La teoria della rendita poggia su due pilastri: (i) la centralità degli imprenditori (o capitalisti) per la ricchezza e lo sviluppo delle nazioni; (ii) il conflitto strutturale tra imprenditori e proprietari terrieri (o rentiers). Le classi sociali sono tre, e tre sono i rispettivi redditi: il salario va agli operai, il profitto agli imprenditori, la rendita ai proprietari terrieri. Dato che i salari sono fissati al livello della sussistenza, le due variabili del sistema economico sono i profitti e le rendite, che stanno tra di loro in un rapporto rivale: se crescono le une diminuiscono gli altri. Da qui l’idea fondamentale: lo sviluppo economico incontra il suo limite nel conflitto radicale tra redditieri e imprenditori, un conflitto vinto dai redditieri perché le dinamiche del capitalismo portano ad un grande incremento delle rendite a scapito dei profitti. Ed essendo gli imprenditori il motore dello sviluppo, la riduzione dei profitti portano allo stallo del sistema: «Come crescono le rendite i profitti diminuiscono, e come diminuiscono i profitti si rendono più difficili i risparmi e quindi le accumulazioni » ( Scritti Economici, I, p. 57).

Fuoco è convinto che la Pubblica felicità dipenda dalla crescita dell’industria e quindi degli imprenditori e di conseguenza dalla diminuzione del potere dei redditieri; anche perché, diversamente da Ricardo e da Malthus, Fuoco era convinto che la crescita delle rendita schiacciasse verso il basso anche i salari e impoverisse lavoratori e “consumatori“ (parola presente nel suo sistema). Da qui deriva anche la sua proposta radicale in materia fiscale: «Se la rendita del governo [la tassazione] si ricavasse solo dalla rendita fondiaria, l’industria non ne riceverebbe alcun danno» (p. 67). Una tesi che resta ancora oggi una profezia, se pensiamo alla scarsa tassazione dei patrimoni e delle rendite di ogni tipo. Da qui Fuoco si spinge ancora più oltre, toccando il buon territorio dell’utopia sociale: «Se le terre non appartenessero ad alcuno, la rendita totale di esse potrebbe servire alle spese dello Stato» (p. 67). Una tesi che prefigura la teoria della ‘terra libera’ del mantovano Achille Loria (1857-1943), altro grande economista italiano, dimenticato.


È infatti lo stesso Loria a lodare il suo predecessore napoletano: « Francesco Fuoco, illustratore acuto della teoria Ricardiana della rendita e notevole per la preminenza che assegna ai rapporti della distribuzione su quelli della produzione» (A. Loria, Verso la giustizia sociale, 1904, p. 90). In realtà, per Fuoco la produzione era molto importante ma era convinto, e noi con lui, che se il meccanismo che assegna le quote di reddito alle varie classe sociali (cioè “la distribuzione”) è distorto e perverso, la produzione si inceppa.

Loria è un autore estremamente importante nella nostra storia alla ricerca dello “spirito meridiano” del capitalismo. Mentre il carro della scienza economica si spostava sulle preferenze del consumatore e diventava una matematica applicata alle scelte dell’individuo, Loria con una tenacia infinita mise la “vecchia” rendita al cuore della sua teoria. E lo fece per tutta la vita come una autentica vocazione, dai primi studi universitari a Siena fino alla morte che lo colse nella sua casa di Luserna San Giovanni (To) mentre i fascisti cercavano di catturarlo perché ebreo. Nella sua tesi di laurea infatti scriveva: «La rendita fondiaria non è solo il fenomeno più importante di tutto l’organismo sociale, ma ne è essa stessa la sintesi» ( La rendita fondiaria, 1880, p. xiii). Loria è stato un critico del capitalismo simile e diverso da Karl Marx. Come Marx anche lui voleva capire i grandi movimenti della società a partire dalle relazioni economiche; ma mentre per Marx l’asse del capitalismo di trovava nel conflitto tra salari e profitti, per Loria (e Fuoco) il conflitto decisivo era quello tra rendite e profitti: « La vera scissione basica delle due classi della ricchezza è quella esistente fra la classe dei proprietari terrieri e la classe dei capitalisti aventi interessi antitetici e opposti, e quindi in perenne conflitto » ( La sintesi economica, 1910, p. 211).


Loria, tra Otto e Novecento, scrisse opere monumentali per dare sempre maggiore fondamento alla sua tesi e così presentare una teoria del materialismo storico alternativa a quella di Marx e F. Engels - con il quale ebbe polemiche pubbliche feroci, in parte riportate nella sua Prefazione al terzo volume di Il capitale di Marx. La storia di Loria è la storia di una sconfitta. La sua teoria della rendita rimase schiacciata “a sinistra” dalla crescita del marxismo (A. Gramsci coniò, sarcasticamente, l’espressione “lorianesimo”) e “a destra” dalla nuova economia neoclassica liberale rappresentata in Italia da Pantaleoni e soprattutto da Pareto (che, con la sua nota spocchia, considerava Loria un ciarlatano). Loria, sempre più solo ed emarginato (e stimato da pochi, e tra questi Luigi Einaudi), continuò però a credere nella sua teoria della rendita, che col passare del tempo non riguardò più soltanto la rendita fondiaria ma si estese ad ogni forma di reddito che arriva oggi grazie ai privilegi di ieri (questa è, in sostanza, la rendita). P er questo scrisse anche di rendite finanziarie e di banche - oggi si sarebbe occupato anche delle rendite della consulenza a scapito degli imprenditori? La teoria della rendita era dunque lo strumento con il quale Loria criticava un capitalismo che stava diventando sempre più speculativo e lontano dal lavoro: « La verità è che al di sotto del mondo economico sano e normale che la scuola classica si compiace di dipingere, al di sotto dei poderi e dei latifondi, delle officine e delle fabbriche, in sotter’ranei tenebrosi si agita e baratta una turba di falsi monetari, che manipola e traffica la ricchezza altrui e ne ritrae con frode larghissimi guadagni» ( Corso di Economia Politica, 1910, p. 303).


Possiamo così comprendere una delle sue affermazioni più belle: «Chiunque osservi con animo spassionato la società umana, avverte facilmente come essa presenti lo strano fenomeno di una assoluta, irrevocabile scissione in due classi rigorosamente distinte; l’una delle quali, senza far nulla, s’appropria redditi enormi e crescenti, laddove l’altra, più numerosa d’assai, lavora dal mattino alla sera della sua vita in contraccambio di una misera mercede; l’una, cioè, vive senza lavorare, mentre l’altra lavora senza vivere, o senza vivere umanamente» ( Le basi economiche della costituzione sociale, 1902, p. 1). I l sistema classico di Ricardo, Fuoco e Loria era tridimensionale: terra, lavoro, capitale. La scienza economica neo-classica di fine Ottocento divenne invece bidimensionale: lavoro e capitale. Questa trasformazione non generò soltanto la perdita della profondità teorica che la terza dimensione della terra portava con sé. L’eclisse della terra nel capitalismo è una delle cause principali della distruzione del pianeta e della perdita delle radici. In un’intervista (a “L’ufficio moderno”) che rilasciò in occasione del suo ritiro dall’insegnamento nell’Università di Torino, alla domanda «Che cosa stimola più fortemente il suo interesse scientifico?», Loria rispose con una frase che dovremmo scrivere in tutti i Dipartimenti di Economia del mondo: « Il dolore umano».

l.bruni@lumsa.it


domenica 29 ottobre 2023

Il Movimento Popolare. Brevi note sulla sua origine e lo sviluppo


Così negli anni Settanta, davanti alle divisioni del mondo cattolico e alla crisi della Dc, prese corpo a partire da Cl il desiderio di una presenza chiaramente cristiana nella società

giovedì 22 giugno 2023

Un libro fa luce sul ruolo della Chiesa durante la dittatura argentina

La sede della Radio Vaticana ha ospitato la presentazione dello storico libro “La verità vi farà liberi”, che per la prima volta utilizza tutta la documentazione della Conferenza episcopale argentina e gli archivi della Santa Sede del periodo. Presenti padre Carlos María Galli, decano della Facoltà di Teologia dell'Università Cattolica argentina, e monsignor Alberto Bochatey, segretario generale


sabato 17 giugno 2023

Identità di genere nel mondo preistorico: cosa sappiamo?

Query Online è una pubblicazione ufficiale del CICAP, il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze, un'organizzazione educativa e senza finalità di lucro, fondata nel 1989 per promuovere un'indagine scientifica e critica sul paranormale e sulle pseudoscienze. Il CICAP fa parte dell'European Council of Skeptical Organizations.



Nella società occidentale contemporanea, a lungo basata su un’idea binaria di genere e sesso, ci stiamo lentamente rendendo conto dell’esistenza di persone che non si riconoscono nell’idea di maschio o femmina. 

A chi studia il passato, però, sorge spontanea una domanda: è sempre stato così? Saremmo in grado di riconoscerlo con le fonti che possediamo? Storici e archeologi hanno ben chiari alcuni concetti da cui è necessario partire. Prima di tutto, solo una piccolissima parte delle testimonianze riguardanti un’epoca viene registrata in una fonte scritta o finisce sotto terra. Tipicamente, per le epoche storiche, conosciamo meglio le classi agiate e colte, che hanno lasciato traccia scritta della loro vita. Di tutte le testimonianze scritte o conservate, poi, solo una parte è giunta fino a noi e un numero ancora minore viene ritrovata e studiata con metodologie scientifiche.

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Sesso e genere: una sepoltura femminile con spada in Finlandia


L’archeologia è una scienza particolare. Disciplina abbastanza giovane, si è sviluppata in senso scientifico e metodologico solo a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, ed oggi è in rapida evoluzione. Con l’introduzione in anni recenti di metodi d’indagine legati alle scienze dure (analisi chimiche, studio del DNA antico, ecc.) che permettono di ricostruire moltissime informazioni soprattutto legate ai resti umani, capita che studi effettuati 20-30 anni fa, siano ormai obsoleti. Compaiono così indagini che riprendono vecchi ritrovamenti, anche famosi, e li riesaminano sia con l’aiuto di nuove tecnologie e nuovi metodi di analisi, sia aggiornandoli con le nuove informazioni che nel frattempo si sono venute ad aggiungere grazie anche all’aumento delle nostre conoscenze riguardo al loro ambito specifico.

A Londra l'aborto anche “fino alla nascita”

La contestatissima “clausola 208” approvata dal Parlamento inglese (e ora firmata da re Carlo) lascia immutate le restrizioni per i medici, ...