lunedì 5 ottobre 2026

FINE VITA «Suicidio assistito? «Noi medici non possiamo restare a guardare»

Lettera aperta di un gruppo di sanitari del network associativo “Ditelo sui tetti”: per un medico partecipare a una procedura di morte comporta una responsabilità morale e deontologica


Il recente caso della morte assistita di Domenico Zuccarella, primo suicidio medicalmente assistito la cui fase attuativa è stata interamente gestita dal Servizio sanitario regionale lombardo, e la recente legge approvata in Veneto hanno riacceso il confronto sul fine vita. Nel dibattito nazionale manca però un elemento che, da medici, riteniamo fondamentale e che attiene al significato delle parole. Non appare banale che la recente enciclica Magnifica humanitas di papa Leone XIV si apra con l’immagine del crollo della Torre di Babele. Nel racconto biblico alla tracotanza degli uomini segue la confusione delle lingue. Nella letteratura più recente Orwell descrive, in 1984, la Neolingua come lo strumento attraverso cui il regime modifica la storia e annulla le coscienze.

Le parole dunque hanno un peso e un significato. È allora necessario chiedersi quale sia il significato più profondo dell’espressione “suicidio medicalmente assistito”, soprattutto quando ci viene detto che esso non coincide né con l’eutanasia, tuttora illegale in Italia, né con l’omicidio del consenziente, reato di cui l’Associazione Luca Coscioni aveva promosso l’abrogazione parziale mediante referendum popolare, dichiarato inammissibile dalla Corte costituzionale con sentenza n. 50 del 2022. E allora di cosa si tratta? Rispondere a questa domanda ha grande rilevanza per chi ha prestato il proprio giuramento professionale secondo il Codice deontologico tradizionale, assumendo l’impegno di «non compiere mai atti finalizzati a provocare la morte», neanche su richiesta del malato. Ma affinché un suicidio sia “medicalmente assistito”, con procedura gestita dal Sistema sanitario, come avvenuto in Lombardia, occorre che un medico prescriva il farmaco letale, che il Sistema sanitario procuri l’apparecchiatura più idonea alla auto-somministrazione, e che, nel caso, ad esempio, di un malato paraplegico impossibilitato a muovere se non gli occhi, sempre un sanitario posizioni un accesso venoso utile all’autosomministrazione del farmaco letale.
Usando una metafora, ci viene richiesto di accompagnare per mano il malato sulla sommità del palazzo, aiutarlo a porsi sul parapetto e osservarlo mentre si lancia giù, ritenendo di non essere partecipi della sua morte. Non sappiamo se chi propone che questa procedura venga legalizzata sia realmente convinto che il medico possa assistere in tal modo un atto suicidario senza esserne eticamente partecipe e deontologicamente responsabile. Se lo è, probabilmente è già vittima della confusione delle lingue. Perché, al di là delle differenti qualificazioni giuridiche, resta una domanda alla quale non possiamo sottrarci: la distinzione tra eutanasia e suicidio medicalmente assistito è altrettanto netta sul piano etico e deontologico? Se il medico prescrive il farmaco letale, il Sistema sanitario lo mette a disposizione e presta l’assistenza indispensabile perché la morte possa verificarsi, possiamo davvero sostenere che il medico rimanga estraneo all’atto, soltanto perché l’ultimo comando è impartito dal paziente?
Perché facciamo tanta fatica a porci questa domanda? Forse perché edulcorare le parole è più confortevole. Se l’“utero in affitto” lo chiamiamo “gestazione per altri” la procedura rimane identica ma assume l’aspetto di un gesto altruistico. Allo stesso modo il termine “suicidio medicalmente assistito” può confortare chi ritenga di aiutare il malato a porre fine a un dolore estremo, senza esserne responsabile.
D’altra parte, in Italia il dibattito sull’eutanasia si confronta inevitabilmente con un ordinamento costituzionale che colloca il diritto alla vita in una posizione apicale tra i diritti della persona. Tanto è vero che godiamo i vantaggi di un Sistema sanitario universalistico che offre cure gratuite a tutti, a prescindere dall’età, dalle condizioni economiche, dal credo religioso e anche dalla cittadinanza perché sì, qualunque cittadino straniero si ammali sul suolo italiano riceve cure gratuite. Introdurre l’eutanasia vorrebbe dire snaturare il Sistema sanitario nella sua missione, modificare il Codice deontologico medico e dichiarare che da questo momento in Italia il principio di autodeterminazione vale più della tutela della vita. È una scelta. Ma bisogna esserne consapevoli e comprendere pienamente la posta in gioco.
Le conseguenze dell’introduzione dell’eutanasia tra i diritti esigibili le possiamo vedere facilmente nei Paesi in cui è legalizzata e dovrebbero indurre il legislatore alla prudenza: un ricorso crescente da parte di chi si sente un peso per una società sempre più individualista, con l’asticella degli aventi diritto che si sposta sempre un po' più su, a comprendere depressi, minori, ultrasettantenni in salute e, domani forse, anche i senzatetto e i pazienti con Alzheimer. È lecito domandarsi, allora, dove venga fissato il limite e, soprattutto, se quel limite sia destinato a rimanere immutabile. Soprattutto in un Paese dove l’offerta di cure palliative copre appena il 30% della popolazione che ne avrebbe bisogno, limitando inevitabilmente la libertà di scelta. Di certo ci conforta sapere che legalizzare l’eutanasia non è un modo per ridurre i costi sociali delle cronicità e dell’invecchiamento, consentendo a chi resta di godere di più risorse. Non lo fanno per questo. Dicono. E le parole, si sa, hanno un peso
Nunzia Decembrino, Neonatologo


domenica 4 ottobre 2026

Milan Panić

 (Serbian Cyrillic: Милан Панић, pronounced [mǐlan pǎːnit͡ɕ]; 20 December 1929 – 24 September 2026) 


...  In 2002, ICN settled an SEC civil lawsuit related to misleading statements issued regarding their products.[48][49] Panić decided to retire as CEO and Chairman of ICN in June 2002 after opposing shareholders took control of ICN's Board of Directors.[50] Over the course of his career as Chairman, CEO, and President, Panić led ICN to annual sales in 90 countries exceeding $672 million (USD), with over 600 drugs in its portfolio by his final year in 2001.[22][51][52]

Panić maintained other business entities and investments both in the U.S. and internationally. In 2003, after Panić's departure, ICN Pharmaceuticals changed its name to Valeant Pharmaceuticals International, Inc.[53]

After retiring from ICN, Panić bought a bioassay subsidiary of ICN Biomedicals and changed its name to MP Biomedicals.[54] MP specializes in research and development of life science and diagnostic products.[55] MP's global headquarters is located in Santa Ana, California, with its U.S. headquarters and central distribution center located in Solon, Ohio. The company maintains global operations in North America, South America, Asia, Australia, and Europe. On 14 June 2010, Panić and MP acquired ICPBio International LTD., a New Zealand-based protein biologics manufacturing company.[56] On 11 December 2014, the FDA approved MP Diagnostics HTLV Blot 2.4, the first FDA-licensed supplemental test for Human T-cell Lymphotropic Virus-I/II (HTLV-I/II).[57] In October 2015, Panić announced the sale of MP Biomedicals to China-based Valiant Fine Chemicals Co. Ltd., a developer of chemical products.[55]

Promemoria

sabato 3 ottobre 2026

Questa non è pubblicità...

Cercavo informazioni sulla situazione delle persone con doppia cittadinanza. anche  incuriosito (preoccupato) dal rischio di avere una persona con tripla cittadinanza candidato alla Presidenza del Consiglio, ed ho trovato questo sito privato.
Le informazioni mi sembrano interessanti, invito gli interessati a verificare da altre fonti la affidabilità e la completezza


Doppia cittadinanza in Italia: vantaggi e svantaggi nel 2026


Commento di Michele Serra al film su Giovannino Guareschi, "Non muoio neanche se mi ammazzano"


23/09/2026 La vera conquista di civiltà



Cari amici.
La pressione crescente nelle Regioni per nuove leggi sul suicidio assistito rilancia sempre la stessa domanda: a chi soffre per una malattia giunta a uno stadio molto avanzato quale risposta va data? Sembrerebbe ovvio che tutti – noi, la società, lo Stato – abbiano il dovere di offrire compagnia, assistenza e terapie proporzionate alla patologia e al dolore. Ma l’irrompere sulla scena pubblica della morte medicalmente assistita legalizzata ha creato – per via giudiziaria, e più di recente legislativa – un’eccezione che mette a repentaglio l’indisponibilità della vita. E quanto questa eccezione sia circoscritta è il tema decisivo del confronto su una legge nazionale. Ma il punto centrale ora è diventato un altro: la possibilità di morire volontariamente con assistenza medica cambia quella risposta, nostra, della società e dello Stato? Per rispondere occorre intendersi su quale diritto umano è in gioco.
«Non può esistere un “diritto a morire”, ma il diritto di essere curati, assistiti e mai lasciati soli». Per il cardinale Matteo Zuppi, che al tema ha dedicato un ampio passaggio della sua introduzione al Consiglio permanente Cei, bisogna aver chiari i punti fermi con i quali affrontare un dialogo con chiunque: «Continuiamo a ritenere che la vera conquista di civiltà non sia la soppressione della vita, ma la cura che allevia la sofferenza». È la cura il vero diritto, perché è «proprio nella cura di chi è più debole che una comunità civile misura la propria umanità». 
Francesco Ognibene
f.ognibene@avvenire.it
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venerdì 2 ottobre 2026

Sul glifosato arriva il parere del RAC: una classificazione come cancerogeno non è giustificata

Il RAC si esprime nuovamente sul rapporto tra glifosato e cancerogenicità, a seguito della richiesta di rivalutazione avanzata dalla Commissione europea dopo la pubblicazione di un nuovo studio dell’Istituto Ramazzini


segue al link:

Come vi avevamo anticipato in un’informativa a marzo nella quale raccontavamo brevemente la storia del problema, un nuovo studio sul glifosato, condotto dall'Istituto Ramazzini (2025), ha riaperto la discussione, ponendo la necessità di una nuova valutazione del potenziale cancerogeno della sostanza.

Pertanto, la Commissione Europea si è mossa per dare mandato al comitato di valutazione del rischio (RAC) dell’agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) di valutare le ultime novità allo scopo di stabilire se i risultati fossero scientificamente robusti e attendibili e, soprattutto, se potessero rimettere in discussione la valutazione effettuata nel 2022 dallo stesso comitato, che aveva confermato la precedente del 2017, concludendo che la sostanza glifosato non necessitasse di una classificazione per cancerogenicità.

In questo contesto, la Commissione ha, inoltre, chiesto a ECHA ed EFSA (autorità europea per la sicurezza alimentare) di contattare l'Istituto Ramazzini per disporre di tutti i dati disponibili, compresi i dati grezzi, al fine di poterli esaminare.

A marzo 2026 si è svolta la consultazione mirata e circostanziata all’analisi del solo nuovo studio, a seguito della quale si è tenuta una discussione preliminare del RAC a giugno 2026.

Il parere finale di RAC di settembre è stato formulato tenendo conto dei commenti e delle osservazioni raccolti sia in fase di consultazione, che a seguito del parere preliminare di giugno.

RAC ha esaminato in dettaglio i dati sugli effetti cancerogeni del glifosato emersi dallo studio e la loro relazione con i criteri CLP applicabili. Sulla base della valutazione e a seguito delle discussioni, RAC ha concluso che i risultati dello studio, di per sé, non soddisfano i criteri di classificazione CLP per classificare il glifosato come cancerogeno; inoltre, il nuovo studio non è sufficiente a rimettere in discussione le conclusioni della valutazione del pericolo del glifosato, basate sul peso delle evidenze, e, in particolare, la precedente decisione del 2022.

Pertanto, RAC ha confermato e concluso che la sostanza non richiede una classificazione per cancerogenicità.

Fonte:



La terribile storia della surrogata ribelle e del neonato malato conteso in tre stati Usa

Un utero affittato, un bambino prima desiderato, poi rifiutato e infine reclamato dai committenti. Il caso di McKenna West diventa una battaglia giudiziaria sul «miglior interesse» (ma di chi?)

segue:

giovedì 1 ottobre 2026

La Barriera Corallina si rifiuta di dar retta ai catastrofisti

Stabile e in crescita da anni, continua a essere raccontata come «al collasso» e «devastata». Qualche appunto alla narrazione dominante di chi continua a fare previsioni sbagliate


Gli scienziati marini australiani hanno recentemente pubblicato il loro rapporto annuale sulla Grande Barriera Corallina, e contiene una notizia che quasi certamente non avete sentito: la copertura corallina è rimasta stabile o è aumentata nella maggior parte della barriera. Nei quarant’anni in cui gli scienziati l’hanno misurata sistematicamente, i cinque anni migliori mai registrati sono gli ultimi cinque. Questo è il rumore di una catastrofe che non si sta verificando.

Segue al link

mercoledì 30 settembre 2026

Deficit/Pil. Il 3 per cento è una regola «senza un perché»

Italia in infrazione di bilancio per uno 0,8 per cento, ma vanno ricordati anche i risultati raggiunti. E la storia di una regola capestro nata per caso

https://www.tempi.it/deficit-pil-3-per-cento-regola-senza-perche/?utm_source=convertkit&utm_medium=email&utm_campaign=Il+gran+discorso+di+Leone+XIV+a+Macron+-+23473267
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Caro direttore, ma questa storia dell’infrazione di bilancio per uno 0,8 per cento non è un po’ ridicola? Il deficit di bilancio 2025 è rimasto al 3,08 per cento del Pil anziché scendere sotto la fatidica soglia del 3. Questo secondo i calcoli dell’Istat e io non so dire, come ha fatto ieri sera Giorgia Meloni da Bruno Vespa, se c’è un eccesso di “cautela” dell’ente di ricerca o se c’è stato un errore del Mef. Poco cambia, mi pare: il dato di fatto è che, dovendo rimandare di un anno il rientro imposto da Bruxelles, questo governo si ritrova con meno quattrini in tasca, e il voto del 2027 è dietro l’angolo…
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Innanzitutto, vanno ricordati tre fatti.

  • Il primo: la fine della procedura di infrazione è sempre stata fissata al 2027; l’unico vero contrattempo è non essere riusciti ad anticipare i tempi.
  • Il secondo: nel 2021 il debito pubblico sfiorava il 150 per cento del Pil e il deficit viaggiava su vette comprese tra l’8 e il 9 per cento. Al governo attuale si possono muovere diverse critiche, ma non certo quella di aver scialacquato il pubblico denaro: passare dal 9 al 3,08 per cento nel giro di una sola legislatura è un risultato di tutto rispetto. A maggior ragione se si considera che ad aprile l’Istat si è accorta di un improvviso extra-costo di 8,4 miliardi dovuto al Superbonus grillino (a proposito di mani bucate e soldi buttati dalla finestra).
  • Il terzo: quest’anno il deficit italiano equivale alla metà di quello statunitense e supera di slancio i dati di Germania (3,7 per cento) e Francia (5,4 per cento).

La regola del 3 per cento

Detto questo, comprendo benissimo il tuo sconcerto per questa dittatura dello zerovirgola che governa i destini delle nazioni. Un feticcio contabile basato peraltro su una cifra, il 3 per cento, estratta dal cilindro nel 1981 da Guy Abeille, allora oscuro funzionario del ministero delle Finanze francese. Qualche anno fa, fu lui stesso a raccontare la storia del perché fosse stata fissata proprio quella soglia. «Fu una scelta casuale, senza nessun ragionamento scientifico – disse a Repubblica -. Quando François Mitterrand venne eletto, nel 1981, scoprimmo che il deficit lasciato da Valery Giscard d’Estaing per l’anno in corso non era di 29, ma di 50 miliardi di franchi. Sembrava anche difficile fermare l’appetito dei nuovi ministri socialisti. Avevamo davanti uno spauracchio: superare 100 miliardi di deficit. Mitterrand chiese all’ufficio in cui lavoravo di trovare una regola per bloccare questa deriva».

«Un po’ per caso»

Così, «una sera del 1981», in una riunione durata circa «un’ora», nacque l’idea. «Avevamo pensato in termini assoluti di stabilire come soglia massima 100 miliardi di franchi. Ma era un limite inattendibile data l’alta fluttuazione dei cambi e le possibili svalutazioni. Quindi decidemmo di dare il valore relativo rispetto al Prodotto interno lordo che all’epoca era di 3.300 miliardi. Da qui il fatidico 3 per cento. Qualche mese dopo, Mitterrand parlò ufficialmente della regola per il controllo dei conti pubblici. La Finanziaria si chiuse con uno squilibrio di 95 miliardi. Ma Laurent Fabius, allora premier, anziché dare la cifra parlò di un deficit pari al 2,6 per cento del Pil. Faceva molta meno impressione. Così è cominciato tutto».

Da quel momento in avanti, grazie alla benedizione di Jean-Claude Trichet, il parametro è scivolato dritto nel Trattato di Maastricht. Da quella lontana sera del 1981 in cui fu partorito un po’ per caso – chiosava Abeille – quel 3 per cento è diventato lo sfondo immutabile delle nostre vite. Senza che nessuno «si chieda più il perché».


mercoledì 16 settembre 2026

Pizzaballa: «Non tutti i pacifisti sono davvero pacifici»

In visita in Basilicata il patriarca ha incontrato i giovani della diocesi di Tursi-Lagonegro. Un'occasione per parlare dei drammi della Terra Santa. «Dobbiamo chiamare le cose con il loro nome, senza creare nuove barriere»

martedì 15 settembre 2026

Incendi e clima. Non è vero che “il mondo sta bruciando”

La superficie mondiale bruciata nel 2026 è la più bassa da un secolo, ma la narrazione allarmista descrive un pianeta in fiamme per colpa dei cambiamenti climatici. Questa è propaganda, non scienza
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Il 2026? La stagione degli incendi meno intensa da un secolo

Ecco ciò che rende tutto questo così esasperante: il pianeta sta facendo l’esatto contrario che bruciare. I dati satellitari mostrano che, al 2 settembre, la superficie mondiale bruciata nel 2026 è inferiore del 40 per cento rispetto alla media 2012-2025 registrata a questo punto dell’anno, e si avvia a fare di questa la stagione degli incendi meno intensa a livello globale da un secolo. Se le tendenze attuali proseguiranno, il 2026 potrebbe chiudersi con meno dell’1,5 per cento della superficie terrestre mondiale interessata dagli incendi. Sarebbe un dato nettamente inferiore persino al minimo dell’era satellitare, registrato nel 2022 con il 2,2 per cento, e probabilmente inferiore a quello di qualsiasi anno dal 1900.

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Il problema c’è, le soluzioni anche

E il 2026 non è un’anomalia. All’inizio del Novecento ogni anno bruciava quasi il 4 per cento delle terre emerse del pianeta, circa il doppio rispetto a oggi. Un secolo di miglioramenti nell’agricoltura, nella gestione del territorio e nella lotta agli incendi ha progressivamente ridotto il fenomeno, perché le persone detestano gli incendi e sono diventate molto brave a prevenirli. La tendenza di lungo periodo degli incendi nel mondo continua a essere in diminuzione.

lunedì 14 settembre 2026

Cattolici, ma

Di Peppino Zola
09 Settembre 2026
Da Biden fino a Zaia, quanti professano la loro fede per poi prendere decisioni politiche in aperto contrasto al magistero della Chiesa

Una importante premessa a ciò che sto per scrivere: siamo tutti peccatori, cioè possibili protagonisti di incoerenze, come, del resto, prevede il dogma dimenticato della Chiesa cattolica, quello che riguarda l’esistenza del peccato originale. Non per ipocrita moralismo siamo, quindi, tenuti ad intervenire sulle questioni che la vita sociale pone, ma per rispetto della verità, che riguarda doverosamente ciascuno di noi.

Detto questo, vorrei segnalare un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti: si sta affermando, cioè, una sorta di tribù di persone che potremmo definire come “cattolici, ma…”. La nascita di tale agglomerato, a dire il vero, non è recentissima. In Italia si è appalesata, per la prima volta, in occasione del referendum sul divorzio (1974), quando molti personaggi pubblici (tra cui importanti sindacalisti), che non avevano mai confessato in pubblico di essere cattolici, improvvisamente si misero a dire: “Sono cattolico, ma sono favorevole al divorzio” e ciò anche se la Chiesa italiana si era espressa chiaramente contro il divorzio (che, in effetti, divenne un fattore di ulteriore indebolimento della famiglia).

Lo stesso fenomeno si verificò, anche se in tono minore, a proposito del referendum sull’aborto (1981) e poi in ogni occasione in cui si dovettero affrontare temi di carattere antropologico. Significativo, poi, è stato un famoso intervento di un ex primo ministro, che si definì “cattolico adulto”, cioè cattolico, ma libero di decidere secondo propri criteri personali e non secondo l’appartenenza alla Chiesa ed alla sua dottrina sociale.

Dal Massachusetts al Veneto

A livello internazionale, il fenomeno si è manifestato clamorosamente. Per esempio, il presidente americano Joe Biden, pur frequentando pubblicamente i sacramenti della Chiesa cattolica, era un convinto assertore dell’aborto, da sempre condannato senza mezzi termini dalla Chiesa.

Più recentemente, la presidente di uno Stato Usa (Massachusetts), che da sempre si professa cattolica, ha entusiasticamente approvato una legge che apre all’aborto fino al nono mese (senza ipocrisie, si dovrebbe chiamare “infanticidio”).

In questi giorni, nel consiglio regionale del Veneto, abbiamo assistito, tristemente, allo spettacolo di non pochi consiglieri che si sono professati cattolici, ma che poi, con le motivazioni più incredibili, hanno votato a favore di una legge (illegittima), che introduce in quella Regione il suicidio assistito, che è stato fortemente condannato da tutti i vescovi delle diocesi venete. Lo stesso presidente del consiglio regionale (per anni presidente della giunta) per la prima volta, a quanto risulta, ha detto di essere cattolico, ma di avere fortemente voluto quella mortifera legge per andare incontro al desiderio popolare. Anche lui è entrato nel club, non più ristretto, dei “cattolici, ma …”.

Debolezza culturale

Questa vergognosa incoerenza tra una asserita appartenenza al mondo cattolico ed un voto pubblico contrario a tutto ciò che il cattolicesimo insegna e vive ha, purtroppo, profonde radici culturali che, in nome della “laicità” (sarebbe bene definire una volta per tutte cosa si intende con tale parola), hanno, nei fatti, squalificato ogni accenno ad un pensiero che peschi nella grande e gloriosa storia cristiana. Nella realtà occidentale e anche italiana hanno diritto di cittadinanza solo i pensieri nati dall’illuminismo, che, tra l’altro, ha inventato anche la ghigliottina, per far fuori più celermente i rivali politici.

I “cattolici, ma…” sono il frutto di una debolezza culturale che non riesce a spiegare al popolo il positivo di una posizione che abbia, innanzi tutto, a cuore la tutela di ogni vita e di ogni persona. Una debolezza culturale, che, alla fine, ha vergogna di Cristo e del pensiero da Lui derivante, il che, peraltro, è stato previsto da Gesù stesso. Questa “vergogna” porta troppi cattolici a ricercare il consenso del “mondo”, piuttosto che la verità di una posizione, come, tra l’altro, ci invita a fare la straordinaria enciclica Magnifica Humanitas.

Bambini e adulti

Tutti questi “cattolici, ma …” cosa pensano, se l’hanno letta, di tale enciclica? La debolezza culturale a cui mi riferisco, probabilmente, ha una radice ancora più profonda ed è la debolezza dell’esperienza elementare del cristianesimo, che consiste in una lieta appartenenza ad una realtà concreta e popolare, che detta una vita integralmente diversa da quella che propongono gli attuali cattivi maestri.

In questa drammatica e fluida situazione, probabilmente, certi atteggiamenti dovrebbero anche essere autorevolmente corretti da chi di dovere. Se ciò continua a non accadere, aumenterà il numero dei “cattolici” che diranno pubblicamente non ciò che è vero, ma ciò che passa per la loro testa, giustificandosi con il loro essere adulti. Come fedele laico di strada, mi pare che il Vangelo ci richiami ad essere innanzi tutto “bambini”, per poi essere dei veri adulti responsabili. L’alternativa è l’anarchia cristiana.

FINE VITA «Suicidio assistito? «Noi medici non possiamo restare a guardare»

Lettera aperta di un gruppo di sanitari del network associativo “Ditelo sui tetti”: per un medico partecipare a una procedura di morte compo...