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lunedì 14 settembre 2026

Cattolici, ma

Di Peppino Zola
09 Settembre 2026
Da Biden fino a Zaia, quanti professano la loro fede per poi prendere decisioni politiche in aperto contrasto al magistero della Chiesa

Una importante premessa a ciò che sto per scrivere: siamo tutti peccatori, cioè possibili protagonisti di incoerenze, come, del resto, prevede il dogma dimenticato della Chiesa cattolica, quello che riguarda l’esistenza del peccato originale. Non per ipocrita moralismo siamo, quindi, tenuti ad intervenire sulle questioni che la vita sociale pone, ma per rispetto della verità, che riguarda doverosamente ciascuno di noi.

Detto questo, vorrei segnalare un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti: si sta affermando, cioè, una sorta di tribù di persone che potremmo definire come “cattolici, ma…”. La nascita di tale agglomerato, a dire il vero, non è recentissima. In Italia si è appalesata, per la prima volta, in occasione del referendum sul divorzio (1974), quando molti personaggi pubblici (tra cui importanti sindacalisti), che non avevano mai confessato in pubblico di essere cattolici, improvvisamente si misero a dire: “Sono cattolico, ma sono favorevole al divorzio” e ciò anche se la Chiesa italiana si era espressa chiaramente contro il divorzio (che, in effetti, divenne un fattore di ulteriore indebolimento della famiglia).

Lo stesso fenomeno si verificò, anche se in tono minore, a proposito del referendum sull’aborto (1981) e poi in ogni occasione in cui si dovettero affrontare temi di carattere antropologico. Significativo, poi, è stato un famoso intervento di un ex primo ministro, che si definì “cattolico adulto”, cioè cattolico, ma libero di decidere secondo propri criteri personali e non secondo l’appartenenza alla Chiesa ed alla sua dottrina sociale.

Dal Massachusetts al Veneto

A livello internazionale, il fenomeno si è manifestato clamorosamente. Per esempio, il presidente americano Joe Biden, pur frequentando pubblicamente i sacramenti della Chiesa cattolica, era un convinto assertore dell’aborto, da sempre condannato senza mezzi termini dalla Chiesa.

Più recentemente, la presidente di uno Stato Usa (Massachusetts), che da sempre si professa cattolica, ha entusiasticamente approvato una legge che apre all’aborto fino al nono mese (senza ipocrisie, si dovrebbe chiamare “infanticidio”).

In questi giorni, nel consiglio regionale del Veneto, abbiamo assistito, tristemente, allo spettacolo di non pochi consiglieri che si sono professati cattolici, ma che poi, con le motivazioni più incredibili, hanno votato a favore di una legge (illegittima), che introduce in quella Regione il suicidio assistito, che è stato fortemente condannato da tutti i vescovi delle diocesi venete. Lo stesso presidente del consiglio regionale (per anni presidente della giunta) per la prima volta, a quanto risulta, ha detto di essere cattolico, ma di avere fortemente voluto quella mortifera legge per andare incontro al desiderio popolare. Anche lui è entrato nel club, non più ristretto, dei “cattolici, ma …”.

Debolezza culturale

Questa vergognosa incoerenza tra una asserita appartenenza al mondo cattolico ed un voto pubblico contrario a tutto ciò che il cattolicesimo insegna e vive ha, purtroppo, profonde radici culturali che, in nome della “laicità” (sarebbe bene definire una volta per tutte cosa si intende con tale parola), hanno, nei fatti, squalificato ogni accenno ad un pensiero che peschi nella grande e gloriosa storia cristiana. Nella realtà occidentale e anche italiana hanno diritto di cittadinanza solo i pensieri nati dall’illuminismo, che, tra l’altro, ha inventato anche la ghigliottina, per far fuori più celermente i rivali politici.

I “cattolici, ma…” sono il frutto di una debolezza culturale che non riesce a spiegare al popolo il positivo di una posizione che abbia, innanzi tutto, a cuore la tutela di ogni vita e di ogni persona. Una debolezza culturale, che, alla fine, ha vergogna di Cristo e del pensiero da Lui derivante, il che, peraltro, è stato previsto da Gesù stesso. Questa “vergogna” porta troppi cattolici a ricercare il consenso del “mondo”, piuttosto che la verità di una posizione, come, tra l’altro, ci invita a fare la straordinaria enciclica Magnifica Humanitas.

Bambini e adulti

Tutti questi “cattolici, ma …” cosa pensano, se l’hanno letta, di tale enciclica? La debolezza culturale a cui mi riferisco, probabilmente, ha una radice ancora più profonda ed è la debolezza dell’esperienza elementare del cristianesimo, che consiste in una lieta appartenenza ad una realtà concreta e popolare, che detta una vita integralmente diversa da quella che propongono gli attuali cattivi maestri.

In questa drammatica e fluida situazione, probabilmente, certi atteggiamenti dovrebbero anche essere autorevolmente corretti da chi di dovere. Se ciò continua a non accadere, aumenterà il numero dei “cattolici” che diranno pubblicamente non ciò che è vero, ma ciò che passa per la loro testa, giustificandosi con il loro essere adulti. Come fedele laico di strada, mi pare che il Vangelo ci richiami ad essere innanzi tutto “bambini”, per poi essere dei veri adulti responsabili. L’alternativa è l’anarchia cristiana.

sabato 12 settembre 2026

Pegoraro (Pontificia Accademia per la Vita): nessuna resa al suicidio assistito, meno armi più cure

Intervista al presidente: la sanità non può prevedere un servizio alla morte. Serve una norma nazionale? Prima applichiamo le leggi che ci sono già

Lo Stato e le Regioni possono limitare il diritto naturale di ogni persona alla vita consentendo non solo che si dia la morte (una libertà dagli esiti tragici, ma spesso inevitabile) ma che suoi rappresentanti lo aiutino a farlo, date alcune circostanze? In altri termini: la vita è ancora un bene assoluto oppure può diventare subalterno ad altri criteri, per legge? Non proprio domande semplici. Quando si discute di “scelte di fine vita” è di questo che si parla: su quali fondamenta si regge la nostra società, oggi e tanto più lo farà domani? Per questo occorre fare lo sforzo di liberare il confronto attorno alle leggi – quelle regionali già varate e quella nazionale ancora in alto mare – dall’eccesso di retorica e di rivendicazioni politiche di ogni segno, come anche da una sbrigativa tendenza a considerare “sorpassato” chi non condivide quella che considera una inquietante “deriva di morte”. Meglio, molto meglio impegnarsi a ragionare sui termini essenziali della questione, che sono bioetici, medici, giuridici e antropologici. Complesso, faticoso, ma indispensabile per costruire un pensiero consistente. Lo facciamo grazie alla disponibilità di monsignor Renzo Pegoraro, neo-arcivescovo, presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Padovano, ha seguito con un surplus di coinvolgimento personale la vicenda della legge veneta sul suicidio assistito approvata mercoledì.

Qual è il suo pensiero sulla legge appena varata dalla Regione Veneto, essendo questa la sua terra di origine e di formazione?
Innanzi tutto chiariamo i termini: in Italia esiste il reato di aiuto al suicidio, mai eliminato dal Codice penale. In certe puntuali e circoscritte situazioni, tale reato è depenalizzato dalla sentenza 242/19 della Corte costituzionale, pronuncia che auspica l’intervento del legislatore che, vista la delicatezza della materia, dovrebbe essere nazionale. Le Regioni non possono fare altro che disciplinare una procedura. Credo che, nel caso veneto, bisognasse però prendere ancora più tempo e ascoltare tante realtà territoriali al servizio dei malati e del buon funzionamento della rete di cure palliative. La fretta non è mai buona consigliera. Soprattutto quando si mette mano a una norma sul senso stesso della vita. I membri del Consiglio regionale che si sono espressi per il sì hanno, credo, pensato di interpretare il sentire della popolazione che li ha eletti: molta gente, davanti alla prospettiva di una malattia grave e invalidante, dice che “preferirebbe morire”. Bisogna avere il coraggio e la pazienza di parlare di questo, di informare, di educare al rispetto del valore della vita, del ruolo della medicina nella disabilità. Una società che rimane muta, che non sa o non vuole trovare parole e attenzione su questo tema, è destinata a derive eutanasiche tristi e deleterie. Almeno, nella legge mi pare comunque contemplato un elemento positivo: l’ente pubblico si obbliga a fornire un percorso di cure palliative e di sostegno psicologico e offre la «possibilità di ricevere informazioni relative agli enti che perseguono statutariamente finalità di tutela della vita». Se ben impostato e accettato, questo aiuterà i richiedenti a scegliere per la vita. Come già capitava, senza legge, prima di ogni sentenza.
Il patriarca di Venezia Francesco Moraglia ha scritto che con la legge veneta «un certo modello di vicinanza umano è stato ferito e limitato». Cosa sta succedendo alla nostra società?
Il «modello di vicinanza umana» di cui parla il Patriarca è quello, per i cristiani, della compassione evangelica che si ispira al Buon Samaritano: farsi vicino, rimanere accanto a chi soffre, ascoltare le domande, farsi carico di come alleviare il dolore e sostenere il senso della vita anche in una fase terminale dell’esistenza. La richiesta di anticipare la fine dei propri giorni – anche se non sempre – è domanda di vita curata, di eliminazione del dolore o sorge dal timore di dover essere un peso per altri. È richiesta di non essere lasciati soli. Siccome il Veneto lo conosco, so bene, ed è opportuno che tutti sappiano, che alcune persone che avevano richiesto la procedura del suicidio assistito hanno deciso di continuare ad affrontare la malattia grazie a colloqui, percorsi di cure palliative, informazioni dettagliate su quello che il Servizio sanitario nazionale poteva loro offrire: per vivere fino alla fine, accettando la morte, senza provocarla. È necessario, infatti, aprire canali di dialogo comprensivo e attento, che assumano le ragioni profonde di una richiesta di aiuto al suicidio e sappiano diventare proposta concreta che non lasci sole le persone e le famiglie. Il patriarca Moraglia intuisce un problema enorme: non è tanto la legge a ferire il modello di vicinanza, ma la società intera che rischia di perderlo e negarlo. È la “mentalità di questo mondo”, come direbbe san Paolo.

Il dibattito sul suicidio assistito e la sua adozione come possibile “risposta” alla sofferenza estrema possono cambiare l’idea stessa della medicina come cura?
Nessuna visione della scienza medica potrà mai contemplarla come scienza al servizio della morte. In situazioni limite si può solo parlare di un lasciar morire, evitando trattamenti inutili o sproporzionati, l’accanimento terapeutico. È già oggi legittimo che il malato possa rifiutare o sospendere tutti i trattamenti e che lo si possa accompagnare offrendo la sedazione profonda, quando necessaria. Certo, con la tecnologia contemporanea bisognerebbe riflettere su cosa voglia dire, in situazioni estreme, l’espressione «morte naturale»: oggi si possono prolungare i giorni di vita molto più che in passato. Ma c’è un punto decisivo. Viviamo tempi in cui il valore della vita sembra diminuire sempre più. Come Francesco ha sottolineato con forza, e Leone XIV riprende con altrettanta decisione, ci sono segni evidenti di quanto, oggi, la “società dello scarto” ci circondi. A tanti livelli, c’è poco amore per la vita. Non la facciamo nascere, non la accogliamo volentieri con lo sforzo di integrarla nel volto di fratelli e sorelle migranti, ci mette in crisi la vita di tanti anziani, non sappiamo bene come far diventare adulta la vita giovane, educandola alle cose grandi. La vita appare svilita. In un quadro così, i malati gravi rischiano di più, perché
domandano ai nostri giorni frenetici di sapersi fermare e di spendere tempo, risorse, affetto. La medicina vera, quando non può più guarire, continua sempre a prendersi cura. Dobbiamo tornare a riflettere, cattolici e laici, su quanto sia grave smarrire la grandezza del valore della vita umana e della missione di medici, infermieri e di tutti gli operatori sanitari coinvolti nel curare.
Una legge sul fine vita, secondo lei, è necessaria? E a quali criteri dovrebbe essere ispirata per garantire la massima protezione possibile della vita? Non è meglio evitare che le cure palliative siano inserite come una sorta di “baratto”?
Il Parlamento è sovrano e libero, e come tale deve agire. La Corte può solo indicare che una legge sarebbe opportuna. Indicazione da tenere in considerazione, non vincolante. In Parlamento si dovrebbe discutere con serietà e coraggio di questo tema: serve una legge per uniformare in Italia i limitati cambiamenti che la Consulta ha apportato? Non è scontato. Non è superfluo, inoltre, sottolineare che, grazie alla legge 219/2017 sul consenso informato e le Dat e alla legge sulle cure palliative 38/2018, la maggior parte delle situazioni e delle storie personali di chi è gravemente malato possono essere affrontate alla luce di questa normativa. Riterrei comunque opportuno che l’Italia adottasse l’obbligo di proporre a tutti i cittadini percorsi di cure palliative – come in Veneto – assumendosi l’onere di reperirne fondi e finanziamenti. Una buona legge sulle cure palliative, in Italia, c’è già, e riconosce un esplicito diritto a usufruirne. Ma chi si propone a difensore della vita deve anche trovare i soldi per implementarle. Meno armi e più cure palliative, direi. Così non sarebbe una sorta di “baratto” ma un messaggio preciso: è la Costituzione stessa che “obbliga” lo Stato a prendersi carico del malato, con la proposta della cura adeguata a una situazione personale precisa. Uno Stato laico non è affatto uno Stato indifferente al malato. Non esiste alcun diritto all’aiuto al suicidio. Esiste, in Italia, l’obbligo in capo allo Stato di prendersi cura, e anche di rispettare la volontà del singolo di non ricevere trattamenti. Bisognerebbe, inoltre, vigilare sull’eventuale legge nazionale perché non sconfini, superando la strettoia precisa indicata dai criteri stabiliti dalla Corte. Da parte cattolica, si tratta insomma di valutare se saremo in presenza di una “legge imperfetta”, a cui sarebbe comunque morale dare il proprio assenso, in vista del fatto che in Parlamento potrebbero invece essere prontamente approvate leggi più permissive e libertarie, molto più lesive della dignità del malato e del valore della vita. Occorre anche confermare che, per il Magistero della Chiesa, ogni operatore sanitario dovrebbe sempre impegnarsi per salvare la vita, per accompagnare l’ultimo tratto dell’esistenza e mai per provocare la morte o collaborare al suicidio. Il suicidio si è sempre cercato di prevenirlo, mai di sostenerlo. Si aiuta alleviando il dolore, nel capire i motivi di certe domande, valutando l’impatto della malattia sulla psiche, lo spirito, sulla stessa volontà del paziente. Quanto una volontà è del tutto davvero libera, in certe circostanze? Auspico, in Parlamento, una discussione profonda e seria. Come ricordava il criminologo Nigel Walker, «la legislazione di una generazione può diventare la morale di quella successiva». Che “morale” vogliamo costruire, per i giovani di domani?

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mercoledì 2 settembre 2026

Suicidio assistito e altri “diritti”. Zaia non è il solo a sbandare in Europa

Olanda, Francia, Norvegia, Svezia. Come e perché in diversi paesi la destra populista ha imboccato la deriva progressista su valori “moderni” come eutanasia, aborto, nozze gay. La Lega della “dolce morte” in Veneto non è un caso isolato

segue:




venerdì 28 agosto 2026

Documenti: Il mio amico Domenico, ucciso da una società indifferente

Il suo è il primo caso di suicidio assistito interamente gestito dalla sanità regionale lombarda. La consigliera milanese Giovanati accusa: è stato abbandonato, nessuno lo ha aiutato a vivere meglio. «Serviva un caso per rompere ulteriori argini»

segue:

Il 25 agosto è morto suicida Domenico Zuccarella, 59 anni, affetto da sclerosi multipla. Il suo è il primo caso di suicidio assistito interamente gestito dalla Sanità regionale lombarda. La consigliera comunale milanese Deborah Giovanati, che lo aveva conosciuto dopo un articolo pubblicato su Tempi, ci racconta il loro rapporto d’amicizia.

venerdì 31 luglio 2026

Suicidio assistito: non una cura, ma la fine del rapporto medico-paziente

Il problema

Prima di essere pubblicata, la seguente lettera è stata sottoscritta da oltre 270 medici di diverse Regioni italiane

Siamo un gruppo di medici di varie specializzazioni; scriviamo in riferimento alle dichiarazioni dei medici del Veneto, nelle figure dei presidenti degli Ordini, in materia di fine vita ed in particolare a riguardo della legge sul suicidio assistito in discussione nelle aule Parlamentari. Tali dichiarazioni, che fanno eco a quelle del Presidente dell’Ordine dei Medici di Parma del novembre u.s., ricordano a tutti la natura della professione medica, in un contesto di sostanziale silenzio (o accondiscendenza?) da parte della classe medica stessa. In particolare, condividiamo il principio secondo cui l'attività medica è ontologicamente in opposizione al suicidio: si studia anni per cercare di curare al meglio il paziente, non per eliminarlo. Pertanto, il suicidio medicalmente assistito è deontologicamente non accettabile.


segue:

https://www.change.org/p/suicidio-assistito-non-una-cura-ma-la-fine-del-rapporto-medico-paziente?signed=true

martedì 21 luglio 2026

La coppia gay che fa causa alla madre surrogata e l’ipocrisia della Gpa “solidale”

Di Piero Vietti
20 Luglio 2026

Due canadesi hanno chiesto un risarcimento alla donna che ha portato in grembo loro figlio perché si è rifiutata di abortire. Se c'è un contratto non c'è amore, e il bambino è un prodotto che si può scartare


Che la gestazione per altri sia un sistema dove i desideri dei più forti diventano ordini e dove il bambino è ridotto a una merce con tanto di clausole di recesso, lo racconta bene una vicenda recente accaduta in Canada, Paese in cui la gestazione per altri è “solidale” e il Sistema sanitario nazionale copre gran parte delle spese. La storia, poco ripresa sui media italiani, è stata raccontata dal National Post:


Una coppia canadese ha intentato causa contro la madre surrogata che ha portato in grembo il loro figlio, due anni dopo che quest’ultima si era rifiutata di interrompere la gravidanza a causa di una labiopalatoschisi e di possibili anomalie genetiche. La madre surrogata, residente in Ontario, ha insistito affinché venissero effettuati ulteriori esami e alla fine la coppia omosessuale ha acconsentito a portare avanti la gravidanza, poiché gli specialisti hanno indicato che il bambino era sano e presentava una malformazione congenita relativamente lieve. Ma in una causa intentata presso la Corte Superiore dell’Ontario lo scorso maggio, i genitori sostengono che la donna non li abbia tenuti informati sulla salute del bambino, abbia messo a rischio il piccolo, abbia causato loro un forte stress emotivo e abbia violato la loro riservatezza, accuse che la madre surrogata nega con veemenza. Nell’atto di citazione non si menziona specificamente la loro richiesta, avanzata nel giugno 2024, di interrompere la gravidanza alla ventiduesima settimana. Tuttavia, sia la madre surrogata che il responsabile dell’agenzia che le ha messe in contatto affermano che il rapporto ha iniziato a deteriorarsi dopo il disaccordo sull’aborto.
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«Vogliamo interrompere la gravidanza in conformità con il nostro contratto»

La coppia gay avrebbe chiesto un risarcimento di 600.000 dollari perché, sostanzialmente, la madre surrogata di loro figlio non avrebbe eseguito i loro ordini, rifiutandosi di abortire dopo che sembrava che il feto avesse una malformazione (poi rivelatasi lieve) e scegliendo di partorire in casa.

La donna racconta che il loro rapporto è stato positivo durante i primi mesi di gravidanza, ma poi, alla fine di giugno del 2024, ha comunicato loro i risultati di un’ecografia che indicava la presenza di una labiopalatoschisi nel bambino, forse anche di una palatoschisi e di un piccolo difetto cardiaco. La madre surrogata a quel punto ha ricevuto una lettera dal tono formale e legale dai “genitori intenzionali”.


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Fine vita, la preoccupazione della Chiesa in Francia

Il duro comunicato della Conferenza episcopale francese, firmato dal suo presidente cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia, e dai suoi vice, dopo l’approvazione alla Camera della legge sul diritto al suicidio assistito. E l’intervista di Vatican News al portavoce della Cef, Mathieu Rougé, pastore di Nanterre

sabato 27 giugno 2026

In Olanda la prima eutanasia di un bambino

https://www.avvenire.it/vita-e-cura/in-olanda-la-prima-eutanasia-di-un-bambino_110164


Dopo i casi del Belgio, ora anche nei Paesi Bassi arriva la morte procurata a un piccolo con meno di 12 anni, del quale non si sa nulla salvo che era malato terminale. La riforma del 2024 alla legge del 2002 che ormai causa il 6% dei decessi totali ha fatto la sua prima vittima
Nei Paesi Bassi è stato confermato il primo caso di eutanasia di un bambino malato terminale, avvenuto alla fine del 2025. Le autorità del Paese non hanno fornito né il nome né l’età e il sesso del bimbo. La notizia è stata data in Parlamento solo in questi giorni dal ministro della Salute Sophie Hermans, che fa parte dell’attuale governo di coalizione di minoranza insediatosi lo scorso febbraio. La segnalazione è giunta dalla Commissione Rte, chiamata a valutare – a morte avvenuta – se sono state rispettate tutte le regole della legge olandese sull’eutanasia modificata nel 2024 per consentire questa pratica anche sui bambini da 1 a 12 anni. Sino al 2024 (dal 2014) si poteva già applicare ai neonati e ai bambini dai 12 anni in avanti.

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domenica 21 giugno 2026

Addio alla filosofa femminista Luisa Muraro. Fu anche contro la maternità surrogata e il “diritto di aborto”

La terribile storia della surrogata ribelle e del neonato malato conteso in tre stati Usa

Un utero affittato, un bambino prima desiderato, poi rifiutato e infine reclamato dai committenti. Il caso di McKenna West diventa una batta...