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domenica 15 marzo 2026

San Massimiliano di Tebessa, il primo obiettore di coscienza

I Santi che hanno detto no alla guerra sono tanti: nelle campagne di obiezione di oggi la loro eredità




«Non mi è lecito fare il soldato, non posso fare il male, sono cristiano» così, all’epoca dell’imperatore Diocleziano, il giovane Massimiliano di Tebessa rispose quando gli domandarono perché rifiutasse le armi, durante il processo che decretò il suo martirio e la condanna a morte. Una storia ricordata oggi dal Movimento Nonviolento, che il 12 marzo celebra San Massimiliano, martire considerato il patrono degli obiettori di coscienza anche se non ufficialmente dalla Chiesa, ma riconosciuto come tale dai movimenti cattolici e laici per la pace e la nonviolenza.

Il giovane era figlio di Fabio Vittore, veterano militare, e dunque tenuto a proseguire la carriera del padre. Lui disse no e fu accusato di indisciplina. Venne martirizzato e decapitato il 12 marzo del 259 d.C. vicino a Cartagine, nell’attuale Algeria. Aveva poco più di 21 anni. «La lunga storia dell’obiezione di coscienza da Tebessa arriva fino a noi – scrive oggi Mao Valpiana, presidente del Movimento, rilanciando in occasione di questa ricorrenza la campagna di obiezione alla guerra "Leva la leva" –. In ogni Paese si è sviluppata l’idea dell’obiezione, del rifiuto del servizio militare, obbligatorio o volontario che sia. “Fare il militare” è l’obbligo necessario per avere un esercito, che è lo strumento essenziale per “fare la guerra”». Oggi, continua Valpiana, «siamo tutti chiamati a “prepararci alla guerra”. Le prove generali sono già iniziate. In tutta Europa si sta riorganizzando l’apparato militare, anche con il ripristino della leva, per avere grandi numeri a disposizione. È tempo, dunque, di riorganizzare anche l’obiezione di coscienza».
San Massimiliano non rifiutava solo l'atto di uccidere, ma l'appartenenza stessa a un'istituzione che considerava incompatibile con la fede. La sua storia, però, non è l'unico esempio di rifiuto della guerra nella storia della Chiesa. Tra i tanti, ricordiamo quello di San Galgano Guidotti, che conficcò la sua spada nel terreno: così uno strumento di morte divenne una croce, all'Eremo di Montesiepi. Anche San Francesco d'Assisi abbandonò la carriera militare e andò disarmato dal Sultano durante una delle Crociate, mettendo a rischio la propria vita. Pagò invece con la decapitazione la propria scelta di gettare le armi San Marcello il Centurione. In tempi recenti, infine, è celebre il caso del Beato Franz Jägerstätter, contadino austriaco che, ritenendolo incompatibile con la fede cristiana, rifiutò di giurare fedeltà a Hitler e di combattere per il Nazismo. Per la sua profonda convinzione morale fu ghigliottinato nel 1943.



lunedì 26 gennaio 2026

Diesel e le dipendenti dagli ovuli d’oro

Il gruppo Only The Brave paga il social freezing alle dipendenti. Non è una novità, da anni le Big Tech considerano la maternità un optional aziendale. Si scrive "supporto alla genitorialità", si legge "avere il controllo dei mezzi di produzione e riproduzione"


https://www.tempi.it/diesel-e-le-dipendenti-dagli-ovuli-doro/?utm_source=convertkit&utm_medium=email&utm_campaign=Il+diritto+internazionale+a+Hong+Kong+e+la+rivolta+contro+le+%22emissioni+zero%22+-+20485373

alcuni spunti:

«Quel benefit potrebbe sembrare positivo per le singole donne in un contesto tecnologico che segue ritmi velocissimi e in cui se vieni lasciato indietro per mesi o un anno sei finito. Consente di posticipare la cura dei figli. Ma l’idea “noi adattiamo la famiglia e la riproduzione all’agenda aziendale” in realtà è folle. Le donne possono individualisticamente esserne sollevate, sembrerà che possano avere tutto. Ma di fatto è la biologia che viene sottomessa e piegata al capitalismo delle corporation».

Tutte vogliono congelare gli ovuli per avere figli (e poi non li fanno)

Dieci anni dopo i numeri raccontavano l’altra faccia del manifesto. Meno del 15 per cento delle donne tornava a utilizzare gli ovuli congelati. Il tasso reale di successo di una gravidanza da egg freezing restava intorno allo 0,7 per cento. Neanche l’1 per cento degli ovuli congelati finiva con un bambino. Ma questo dato non compare nelle brochure aziendali, né nei comunicati stampa sul welfare inclusivo. Compare invece l’effetto psicologico, potentissimo: la possibilità di non dover scegliere adesso.


Dove il lavoro si organizza intorno alla vita, non servono freezer. Dove non lo si vuole fare, si offre la tecnologia e la si chiama libertà. Nulla di nuovo: a qualcosa del genere ha pensato anche la Puglia che da qualche mese riconosce alle donne tra i 27 e i 37 anni e con un Isee inferiore ai 30mila euro un contributo alla crioconservazione. Diesel non è che un altro tassello da aggiungere alla provincia spaziotemporale di un mercato che si è fatto ben più più vasto. Lo stesso capitalismo morale che ieri ha venduto l’egg freezing oggi vende l’aborto come benefit aziendale. Negli Stati Uniti Starbucks, Amazon, Apple, Levi’s, Citigroup rimborsano viaggi, hotel, babysitter per permettere alle dipendenti di abortire negli stati dove è più difficile farlo. Stesso linguaggio, stessa logica: “Salute riproduttiva”, “cura”, “accesso”. La gravidanza diventa una variabile di costo, il figlio un rischio operativo.


Diesel non fa eccezione: fa scuola

Detta fuori dai denti del marketing, prima ti aiutano a rimandarlo, poi ti aiutano a interromperlo. Sempre in nome della scelta, sempre evitando il punto centrale: un’azienda che asseconda la visione dell’incompatibilità tra maternità naturale e lavoro non è neutrale, è normante. Sta decidendo quando è accettabile fare un figlio e quando no. Come osservava Forbes già commentando Apple e Facebook, il rischio è evidente: non possedere solo i mezzi di produzione, ma anche quelli di riproduzione.

Diesel non fa eccezione. Fa scuola: la maternità naturale è un problema, quella differita un servizio. Il lavoro viene prima, la vita poi. Se poi arriva.

martedì 20 gennaio 2026

Il dolore per una morte, il valore degli affetti: cosa ci dice la vicenda di Adamo e Jonathan - di Maurizio Patriciello

Il caso del ragazzo accoltellato da un giovane ricercatore mentre cercava di entrare all'interno della sua villa, richiede adesso una riflessione a 360 gradi, che parte dalla compassione per una madre che ha perso un figlio e abbraccia con la solidarietà chi ha tentato di difendere i propri beni

segue al link:

lunedì 12 gennaio 2026

Due articoli sullo stesso argomento

La transizione di genere e i bambini: «Che consenso si può dare a 13 anni?»

La decisione del Tribunale di La Spezia di rettificare il sesso di un’adolescente all’anagrafe riapre il dibattito sulla tutela dei diritti dei più piccoli Tutti i dubbi della Garante per l'infanzia, Marina Terragni

Segue al link:

Cambiare sesso a 13 anni: ma chi (e come) decide sul corpo di un bambino?

Una sentenza autorizza la rettifica all'anagrafe per una bambina di La Spezia, oggi maschio. È il più giovane ad aver concluso il percorso di transizione nel nostro Paese. Pro Vita & Famiglia: «Una follia». Dal ddl del governo al caso Careggi fino alle scelte degli altri Paesi, tutto quello che c'è da sapere

Segue al link:

lunedì 5 gennaio 2026

Svizzero condannato per aver detto che gli scheletri non sono trans - 25 Ottobre, Tempi

Emanuel Brünisholz finirà in carcere per aver ricordato che le ossa possono essere maschili o femminili. Un giudice, pur di punirlo, ha trasformato “transgender” in un orientamento sessuale. Così la biologia è diventata un reato


In Svizzera si può finire in carcere per aver detto che gli scheletri non sono transgender. È successo a Emanuel Brünisholz, riparatore di strumenti a fiato di Burgdorf, nel Canton Berna, condannato per “incitamento all’odio” dopo un commento su Facebook nel 2002. Nel quale scrisse, con una franchezza da artigiano e un evidente eccesso di fiducia nel buon senso, che «se fra duecento anni scaverete le tombe delle persone LGBTQI, troverete solo uomini e donne in base ai loro scheletri. Tutto il resto è una malattia mentale promossa dai programmi scolastici». Un’iperbole, una battutaccia, una polemica? Per la giustizia elvetica un reato.


venerdì 2 gennaio 2026

Organi per trapianti dai suicidi assistiti? L’inganno della morte “altruistica”

Organi per trapianti dai suicidi assistiti? L’inganno della morte “altruistica”

Una ricerca pubblicata da una rivista scientifica mostra che gli organi espiantati da morti per suicidio assistito danno la stessa sopravvivenza ai trapiantati di quelli estratti da morti per cause naturali. Sorvolando sulle implicazioni etiche: così si spinge a morire volontariamente “per aiutare a vivere”?


Chi muore per suicidio assistito può donare i suoi organi? Se si assume che sia una causa di morte come un’altra la risposta non può che essere positiva. Ma la questione della morte medicalmente assistita, trattandosi di un atto volontario e non naturale, pone un dilemma etico di tutto rilievo. Stante l’enorme bisogno di organi da trapiantare, dal cuore ai reni, dal fegato ai polmoni alle cornee, non è impensabile che la volontà di una persona che sceglie di suicidarsi con assistenza medica – dove questa pratica è già legale – sia “incoraggiata” dalla prospettiva di poter disporre dei suoi organi. Aumentare il numero di organi trapiantabili è certo un interesse socialmente rilevante, e il fatto che cittadini adeguatamente informati diano il loro consenso preventivo all’espianto nel caso di morte improvvisa o di incoscienza è indubbiamente da lodare. Me se di mezzo c’è un suicidio le cose cambiano, e un approccio ispirato alla massima cautela diventa obbligatorio.

In Paesi dove il suicidio assistito ormai è prassi la frontiera di questa cautela infatti si va rapidamente spostando, di pari passo con l’abitudine a considerare la morte con aiuto medico come una delle tante possibili cause di decesso. La normalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia è un fatto reale e tangibile, con leggi nate per casi estremi diventate porta d’accesso a un percorso di fatto equiparato a quelli di cura, differendo solo per la scelta del paziente: decidere di vivere o morire dipende solo da lui, e lo Stato resta alla finestra, pronto a curare o aiutare la fine anticipata. È il caso del Canada, dove le cifre ufficiali parlano di 15.343 morti volontarie nel 2023 con un aumento del 15,8% in un anno, pari al 4,7% dei casi di morte totali nel Paese (in Italia sarebbero 31mila casi). Un dato che nel Quebec è però già al 7,2%, un record mondiale. E il trend è di continua, rapida crescita, specie se dovesse passare l’estensione dell’accesso alla morte volontaria a tutte le richieste dei cittadini, da qualunque motivo siano dettate.
Letti altrimenti, questi dati parlano anche di una quantità enorme di organi che potrebbero essere messi a disposizione di una domanda che ovunque nel mondo è ben lontana dall’essere soddisfatta, con graduatorie e liste di attesa angoscianti. A mettere di fronte alla estrema delicatezza della questione è ora uno studio guidato da James Shapiro, dell’Università canadese dell’Alberta, pubblicato sul Journal of Hepatology, che dimostra come la donazione di organi prelevati da persone morte a seguito di assistenza medica al suicidio (in Canada nota con l’acronimo di Maid: Medical assistance in dying) abbia esiti di sopravvivenza dei pazienti simili alla donazione dopo morte naturale. La ricerca ha confrontato i trapianti di fegato da donatori dopo assistenza al suicidio con i trapianti da donatori deceduti per cause naturali, cioè senza ricorrere a sostanze letali che provocano una fine improvvisa. E i risultati indicano una sopravvivenza analoga tra i due gruppi. Immaginabile la conclusione indotta dallo studio: la Maid potrebbe estendere di molto la quantità di organi disponibili riducendo in modo rapido le liste d’attesa. «La donazione di fegato dopo Maid – ha detto il dottor Shapiro – può ampliare significativamente il bacino disponibile e salvare più vite, mantenendo al contempo standard di sicurezza ed etica elevati». Certo, la ricerca canadese suggerisce linee guida rigide, trasparenza nelle procedure di consenso e clausole di salvaguardia per evitare pressioni o conflitti di interesse. Ma la decisione di morire ha risvolti psicologici insondabili da qualunque codice etico, e non bastano certo le commissioni di garanzia a scongiurare forzature, come l’allargamento progressivo dei criteri per la morte volontaria dimostra, dall’Olanda al Belgio.
La campagna su scala globale per legalizzare suicidio assistito ed eutanasia potrebbe ora trovare nell’argomento dei trapianti un alleato imprevedibile, inserendo una motivazione persino nobile nel percorso decisionale di una persona per chiedere la morte, così da far cessare le sue sofferenze e al contempo rendere un servizio salva-vita ad altri. Ma se la coscienza dell’opinione pubblica cogliesse il cuore etico della questione potrebbe verificarsi anche l’effetto opposto: perché è chiaro che la necessità in continuo aumento di organi finirebbe per esercitare su pazienti incerti se chiedere la morte assistita o meno una pressione del tutto impropria ed eticamente scorretta, dipingendo l’eventuale decisione di non morire subito persino come un atto di “egoismo”.

In tempi nei quali il morire sta assumendo contorni sempre più procedurali, burocratici ed efficientisti, se ne perde insensibilmente il profilo umano dentro un protocollo che, esteso su larga scala (e i numeri del Canada già questo scenario configurano), finisce col diventare addirittura perverso: se una persona non ha prospettive di guarire né di migliorare, allora perché insiste a vivere, gravando su famiglia, sistema sanitario e spesa pubblica, anziché interrompere volontariamente la sua vita, risparmiando così sacrifici e denaro a tutti e donando i suoi organi a chi ha la possibilità di una vita ancora lunga? La ricerca canadese ci sta parlando proprio di questo: siamo pronti a rispondere?


mercoledì 25 giugno 2025

Westminster stacca la spina

https://www.tempi.it/regno-unito-parlamento-approva-suicidio-assistito/?utm_source=convertkit&utm_medium=email&utm_campaign=%C2%ABL%E2%80%99Iran+non+accetter%C3%A0+mai+un+%E2%80%9CChalabi+persiano%E2%80%9D%C2%BB+-+18065994

Nessuna libertà solo risparmio: la legge sul suicidio assistito, approvata dal parlamento inglese, è un passo verso la sanità selettiva, dove morire costa meno che curare. Nessuna salvaguardia, solo retorica e conti che tornano


Attivisti pro e contro la legge sul suicidio assistito davanti a Westminster (foto Ansa)

Nel voto cruciale di ieri, la Camera dei Comuni ha approvato con 314 voti a favore e 291 contrari il disegno di legge sul suicidio assistito. Ha sputato sopra ogni ultimo residuo di cautela e responsabilità verso i malati, sacrificando la cura sull’altare dei bilanci. E ha conferito allo Stato il potere di uccidere.
Non c’è un modo più pietoso di scriverlo. Westminster ha varato una legge che va ben oltre la richiesta “di scegliere come morire”. Ha approntato la cornice amministrativa. Ha definito il morire un servizio. E ha calcolato quante sterline risparmiare grazie all’eliminazione diretta dei pazienti fragili. Il tutto presentato agli inglesi come «il più solido insieme di garanzie e tutele al mondo».
Suicidio assistito, testo stravolto
Pubblicato appena due settimane prima del voto, il testo del Terminally Ill Adults (Access to End of Life Assistance) Bill è stato stravolto in pochi mesi e in modo sistematico fino a diventare «sempre più pericoloso», commentava in questo paper pe...


mercoledì 11 giugno 2025

"Due mamme" in provetta? Una forzatura

giovedì 22 maggio 2025

Fine vita. La Francia avanza anche verso il “diritto di morire”

https://www.avvenire.it/vita/pagine/fine-vita-la-francia-avanza-anche-verso-il-diritto-di-morire?mnuid=522gd0a49g112211bc03121279a55b09642130cea921f2907f&mnref=s664%2Coa872&utm_term=43122+-+Vai%3E%3E&utm_campaign=VITA&utm_medium=email&utm_source=MagNews&utm_content=59+-+VITA+-+21+Maggio+2025+%282025-05-21%29


Atteso entro fine maggio il voto dell’Assemblea nazionale sulla proposta di legge che introdurrebbe di fatto l’eutanasia, di pari passo a una legge sulle cure palliative

Due bozze legislative sul fine vita continuano ad avanzare in Francia verso una destinazione considerata da non pochi osservatori, almeno in un caso, come un burrone per la società.
Un precipizio a cui si è dato il nome di “diritto all’aiuto per morire”. Ovvero, ciò che è considerato da non pochi come un artificio lessicale per non parlare direttamente di “eutanasia”. Due interrogativi si stagliano all’orizzonte: le due bozze, una delle quali riguarda il potenziamento delle cure palliative, avanzeranno in Parlamento come rulli compressori, o saranno in qualche modo contestate? Inoltre, la Francia che dubita, o trema, sarà ascoltata, potendo far pesare nel dibattito le proprie obiezioni e ragioni?
Fra gli appelli critici spicca quello interreligioso della Conferenza dei responsabili di luoghi di culto (Crlc): una struttura che raggruppa, accanto alle confessioni cristiane, pure i rappresentanti dell’ebraismo, dell’islam e del buddismo.
Proprio quest’autorevole organismo ha sostenuto che «dietro un’apparente volontà di compassione e d’inquadramento, questo testo opera uno sconvolgimento radicale: introduce legalmente la possibilità di mettere a morte con suicidio assistito o eutanasia , stravolgendo profondamente i fondamenti dell’etica medica e sociale».
In sintesi, la bozza impiega «un linguaggio che traveste la realtà». Inoltre, instaura «una rottura con l’essenza delle cure mediche». Al contempo, il cosiddetto inquadramento della pratica, una volta analizzato, rivela «garanzie etiche e procedurali gravemente insufficienti». Si tratta di «una minaccia diretta per i più vulnerabili», risultando a rischio pure «l’equilibrio fra autonomia e solidarietà».
Al contrario, rinunciando a una simile «rottura antropologica», i parlamentari dovrebbero fare la scelta «dell’umanità contro l’abbandono, della relazione, contro la solitudine, delle cure, contro la rassegnazione». Fra i firmatari del documento, anche monsignor Eric de Moulins-Beaufort, arivescovo di Reims e presidente della Conferenza episcopale francese.
Il governo, che si è espresso per il “favor mortis”, ripete che sarà in ogni caso garantita l’obiezione di coscienza del personale ospedaliero.
Il varo in prima lettura delle bozze è previsto all’Assemblea Nazionale il 27 maggio, prima della discussione al Senato, dove i gruppi politici hanno finora mostrato maggiori riserve. Intanto il presidente Emmanuel Macron ha detto, pur senza fornire dettagli, che il tema del fine vita potrebbe pure richiedere un referendum: «Penso che occorra innanzitutto che vi sia una fase parlamentare. Ma se, come esito di questa prima lettura, si manifestasse il fatto che in fondo vi è un insabbiamento, una specie d’impossibilità di andare fino in fondo, allora, in quella fase, penso che il referendum potrebbe essere una via per sbloccare la situazione».
Ma secondo alcuni giuristi un simile tema non è incluso fra quelli contemplati dalla Costituzione per un referendum. E a proposito di Costituzione, intanto, c’è persino chi auspica una costituzionalizzazione dell’“aiuto a morire”.



mercoledì 21 maggio 2025

Fine vita, prima la cura - Avvenire NewsLetter 21/05/2025

Cari amici,
la sentenza con la quale la Corte costituzionale è appena tornata a occuparsi di fine vita ha messo in chiaro una serie di aspetti che, nei verdetti precedenti, avevano suscitato un acceso dibattito attorno all’interpretazione da dare ai criteri fissati dai giudici per accedere al suicidio assistito.

Il nuovo pronunciamento ora mette in chiaro i princìpi di riferimento: la vita, la protezione della fragilità, la cura. La Corte entra nel merito di quel che in Italia va corretto per poter parlare davvero di scelte libere anche sulla propria vita.

Parole chiare come poche altre: «Oggi, in Italia – scrive la Consulta – non è garantito un accesso universale ed equo alle cure palliative nei vari contesti sanitari, sia domiciliari che ospedalieri; vi sono spesso lunghe liste di attesa (intollerabili in relazione a chi versa in situazioni di grave sofferenza); si sconta una mancanza di personale adeguatamente formato e una distribuzione territoriale dell’offerta troppo divaricata (in tal senso Comitato nazionale per la bioetica, parere “Cure Palliative”, approvato il 14 dicembre 2023); la stessa effettiva presa in carico da parte del servizio sociosanitario, per queste persone, è a volte insufficiente».

Espressioni che echeggiano quelle spese dal presidente della Repubblica Mattarella solo pochi giorni prima: «Sono necessarie – ha detto il capo dello Stato rivolgendosi alle Regioni – una strategia unitaria e la collaborazione tra le istituzioni per superare gli intollerabili divari tra i diversi sistemi sanitari regionali e per garantire una copertura universale e un accesso uniforme alle prestazioni sull'intero territorio della nostra Repubblica. Obiettivi irrinunciabili del servizio sanitario nazionale». Di che diritto è dunque urgente occuparsi oggi anzitutto in Italia?
Francesco Ognibene
f.ognibene@avvenire.it

mercoledì 14 maggio 2025

Il medico che fabbrica esseri umani: «Prima li faceva Dio. Ora li faccio io»

Nel film GEN_, Maurizio Bini si racconta come medico di confine, ma si muove come un demiurgo tra embrioni crioconservati e corpi in transizione. Decide chi nasce, chi rinasce e non solo. Tempi era presente al dibattito dopo la proiezione. Ecco cosa ha detto

segue al link:


...

Il lavoro del dottor Bini: fare esseri umani

«Ciò che accomuna il percorso di fecondazione assistita e quello di transizione di genere è l’assunzione di ormoni ad alte dosi», spiega Bini. E Donatella Della Rata, antropologa e sceneggiatrice del film, approfondisce: la triptorelina, tanto incriminata per i casi di transizione di genere in ragazzi in età puberale, «è lo stesso farmaco che si dà alle donne che cercano di fare la fecondazione in vitro per bloccare il ciclo. È la stessa cosa, cambia solo la lettura sociale dell’ormone. Viene accettato nel caso della fecondazione in vitro perché è accettato un contratto tra due persone eterosessuali, mentre nel caso della transizione di genere non è accettato e ostacolato da un governo come questo».

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lunedì 12 maggio 2025

Houellebecq di nuovo contro l’eutanasia à la Macron: «Arroganza inaudita»

Torna in aula (divisa in due) la proposta di legge sul fine vita voluta dal presidente francese. Tra i molti critici anche il celebre scrittore: «Non occorre essere cattolici reazionari per opporsi»

segue al link:

domenica 11 maggio 2025

lunedì 5 maggio 2025

"Guarire dall'aborto". A Bologna la due giorni della "Vigna di Rachele"



martedì 29 aprile 2025

Aborto. Accanto alle baby mamme, senza giudizi

 giovedì 17 aprile 2025
I dati dei ministeri di Salute e Giustizia mostrano più aborti tra le minor. Ma la scelta abortiva non è l'unica soluzione a gravidanze inattese. Ecco le alternative, chi le offre. E chi accetta



Maternità: una parola che si declina al plurale. Di questo si occupa l’associazione Sos Vita: giovani donne che scoprono una gravidanza e non sanno cosa fare, ragazze che chiedono ascolto post-aborto, adolescenti che hanno paura di dirlo a casa. « Il nostro compito è accogliere – afferma Lara Morandi, responsabile nazionale del servizio –. C’è chi ci scrive dopo un rapporto a rischio, chi non sa nemmeno se è incinta, chi teme di essere costretta ad abortire. A volte il problema non è chiaro nemmeno a loro».

Nata negli anni ’90 come un semplice telefono fisso che passava di mano in mano tra volontari, oggi Sos Vita è una rete nazionale gratuita e anonima, attiva 24 ore su 24. Ogni giorno risponde via telefono o chat a giovani donne: «Le minorenni tendono a scrivere più che a chiamare. C’è chi vuole abortire senza dirlo ai genitori, ma anche ragazze che vogliono tenere il bambino, o coppie che non sanno come affrontare questa situazione». In base alla zona, i volontari mettono la persona in contatto col Centro di Aiuto alla Vita più vicino per avviare un percorso. «La nostra forza è la rete: oltre 300 Cav in Italia. Spesso basta uno spazio dove potersi esprimere per cambiare tutto ». Morandi spiega che il punto centrale è l’ascolto libero ed empatico: «Una ragazza non ancora quattordicenne diceva di voler abortire. Ma quando ha parlato da sola con me, ha confessato di volerlo tenere. Era la paura di perdere il fidanzato a spingerla verso l’aborto. Alla fine, ha fatto la sua scelta, libera».

Anche Clara, 16 anni, voleva interrompere la gravidanza per salvare la relazione. «Viveva una situazione familiare complessa. Aveva già fatto la visita pre-Ivg, ma poi ha cambiato idea. Ci vuole tempo perché la consapevolezza maturi». Domenico Bellantoni, co-responsabile di Sos Vita e psicologo, sottolinea che l’obiettivo è «rendere reale la libertà di scelta. Oggi è più facile abortire che portare avanti una gravidanza». Il senso di ciò che fanno, per Bellantoni, si riassume in una storia: «Una coppia di 16enni, Angela e Pietro, decise di accogliere un figlio contro il parere delle famiglie. Oggi, dopo quarant’anni, sono ancora insieme con quattro figli».

A Milano, la Fondazione Ambrosiana per la Vita ha messo in piedi il progetto “Baby Mamme” per accompagnare chi vive la gravidanza in età adolescenziale. Il percorso si rivolge a ragazze tra i 13 e i 21 anni, seguite anche nei primi tre anni di vita del bambino. « Alcune arrivano dai consultori, altre dalle scuole o dal passaparola – racconta Laura Boati, psicologa responsabile –. Chi si presenta entro i primi tre mesi viene inviato al Cav per un colloquio. È fondamentale che la scelta sia libera e non condizionata». “Baby Mamme” ora è in pausa per questioni organizzative ed economiche, strascichi della pandemia, ma c’è il desiderio di rilanciarlo. L’équipe era composta da psicologa, educatrice e psicomotricista, in rete con il Centro di Aiuto alla Vita Ambrosiano per il supporto sociale. L’approccio, come quello di Sos Vita, è integrato. Si lavora sul benessere psicologico, la relazione madre- figlio, la ripresa scolastica o lavorativa.

«Abbiamo sempre cercato di non escludere nessuno, in particolare i padri: il loro ruolo è fondamentale. Vogliamo sostenere la maternità precoce, senza giudizi, con uno sguardo educativo e relazionale », aggiunge Boati. Non solo per evitare che le ragazze restino sole ma anche per prevenire una seconda maternità nel primo anno di vita del bimbo, «una fase già faticosa e vulnerabile durante la quale molte ragazze affrontano un’altra gravidanza, a volte interrotta». Ai problemi psicologici si aggiungono ostacoli pratici. «Le politiche attuali non consentono l’inserimento al nido se la madre non lavora. Ma come si può trovare lavoro con un neonato e nessun supporto?».

Molte ragazze interrompono gli studi alla terza media e faticano a riprenderli. Secondo Boati, l’educazione nella sfera sessuale e affettiva andrebbe anticipata: « Bisognerebbe insegnare la percezione del corpo, il rispetto dell’altro. Molte gravidanze non sono frutto di una scelta consapevole. A volte la maternità viene subita, per compiacere il compagno o la famiglia, e questo lascia segni profondi».





domenica 27 aprile 2025

Migranti, transgender, poveri, detenuti per l'ultimo saluto al Papa a Santa Maria Maggiore

Un gruppo di bisognosi sarà, sabato 26 aprile, dopo le esequie, sui gradini della Basilica per dare l'ultimo saluto al Papa prima della tumulazione del feretro. Ognuno avrà in mano una rosa bianca. Il vescovo Ambarus, delegato CEI per la carità: "Ci saranno anche i reclusi incontrati all'apertura della Porta Santa a Rebibbia. È una scelta commovente, perché il Santo Padre sarà accolto dalla Madre che lui tanto amava e dai figli prediletti che gli faranno corona"


Ognuno avrà una rosa bianca in mano. Saranno una quarantina, tutti disposti il mattino di sabato 26 aprile sui gradini di Santa Maria Maggiore. Poveri, senza fissa dimora, detenuti, persone transgender, migranti diranno “addio”, ma soprattutto “grazie” a un Papa che per tanti di loro è stato come un “padre”.

Per loro, gli “ultimi” della società, questa volta sarà un privilegio essere gli ultimi. Gli ultimi a salutare Francesco prima della tumulazione del feretro che avverrà tra la Cappella Paolina (la Cappella della Salus Populi Romani) e la Cappella Sforza della Basilica liberiana, come volontà del Pontefice, dopo le esequie in Piazza San Pietro.

Con i figli intorno

La notizia è stata annunciata da un comunicato della Santa Sede, in cui si sottolinea che “i poveri hanno un posto privilegiato nel cuore di Dio”, così “anche nel cuore e nel magistero del Santo Padre, che aveva scelto il nome Francesco per mai dimenticarsi di loro”. Ma ad offrire i dettagli ai media vaticani è “don Ben”, il vescovo Benoni Ambarus, segretario della Commissione episcopale per le migrazioni e delegato della Diocesi di Roma per l’ambito della carità, colui che il 26 dicembre era al fianco di Francesco in uno dei gesti più simbolici del pontificato: l’apertura della Porta Santa nel carcere di Rebibbia.

Ambarus si commuove pensando a quella giornata, ancora di più in questi giorni in cui ancora si fatica a metabolizzare la morte di Papa Francesco. La sua voce si incrina durante la conversazione telefonica, specie quando spiega le motivazioni di questo gesto: “Mi sembra una scelta commovente, perché il Santo Padre Francesco è accolto dalla Madre che lui tanto amava (la Salus Populi Romani ndr) e dai suoi figli prediletti, che gli faranno corona attorno in questi ultimi passi. Mi sembra una cosa veramente bella...”.

Valorizzare la presenza dei poveri

L’idea è nata dopo un contatto tra lo stesso Ambarus e il maestro delle Celebrazioni Liturgiche pontificie, monsignor Diego Ravelli, per “provare a valorizzare la presenza ai funerali o in qualche modo delle persone povere”. Si è scelta allora “una rappresentanza delle varie categorie di persone fragili, tra senza fissa dimora, migranti, detenuti o ex detenuti, famiglie povere. Idealmente è come se tutto il suo popolo prediletto lo accompagnasse negli ultimi passi”.

Sui gradini della Basilica papale ci saranno quindi circa 40 persone, si attende in queste ore la comunicazione definitiva sul numero e l’elenco dei detenuti che riceveranno l’autorizzazione a partecipare. Presente pure “una piccola rappresentanza di transessuali che conosco, che seguiamo tramite una piccola comunità di suore”, spiega don Ben. “Hanno delle storie molto belle alle spalle. Una in particolare, quando ci siamo visti anche prima di Natale, aveva appena firmato il primo vero contratto di lavoro in vita sua con l’aiuto della Caritas di Roma. Era tutta emozionata”.

Il vuoto e la perdita

Quindi “tante storie” di tante persone che, tra l’altro, hanno avuto modo di incontrare Francesco nel corso degli anni. Alcuni dei detenuti sono ad esempio "quelli" di Rebibbia, ma anche i migranti o i senza fissa dimora “di sicuro quasi tutti hanno avuto almeno una volta la possibilità di incontrarlo”, dice il vescovo. E, ancora con la memoria a Rebibbia, spiega che di quella scelta del Pontefice di rendere per un giorno un penitenziario “cattedrale” rimane tutta la sua grandezza. Allo stesso tempo “un vuoto” per chi vi ha partecipato. “Rimane per loro, per le persone che vivono questa realtà carceraria un grande senso di orfanezza, perché questo mi arriva, questo mi scrivono, questo mi dicono. Si sentono orfani di un padre, da una parte; dall’altra, mi scrivevano proprio l’altro giorno: ‘Noi rimarremo aggrappati a quella speranza alla quale lui ci ha invitato di aggrapparci”. E questa speranza è anche che “la società civile e tutti quanti noi non ci dimentichiamo di loro, così come si invitava spesso Papa Francesco”.

I contributi del Papa in questi anni per i bisognosi

Un Papa che ha sostenuto i detenuti in modo anche concreto attraverso contributi economici. “Il Santo Padre – sottolinea Ambarus - ha sempre invitato tutti a fare qualcosa e lui stesso ha fatto in prima persona. La stragrande maggioranza dei suoi aiuti rimarranno nel segreto di Dio, ma alcune cose sono state comunicate. Di sicuro ha sempre contribuito in prima persona; come diceva: la carità passa attraverso il portafoglio e lui non si è mai tirato indietro”.

Il presule cita come esempio “uno dei primi gesti grossi in tempo di Covid” che è stata l’istituzione del Fondo Gesù Divino Lavoratore con un milione di euro alla Diocesi di Roma per aiutare le persone disoccupate, che lavoravano in nero, i precari e quanti avevano difficoltà a pagare le bollette, fare la spesa alimentare o quella sanitaria. “Sempre il Papa ci ha dato anche un milione per la risistemazione della vecchia casa del clero e trasformarla in appartamenti per le famiglie povere”. Ma non solo su Roma, tutto il pontificato di Bergoglio “è costellato da contributi in tutto il mondo”, senza dimenticare la “sterzata grossa rispetto all'amministrazione dei beni ecclesiastici a favore dei più bisognosi”.


Addio, ma anche grazie

Quindi questi bisognosi non vanno solo a salutare ma anche a ringraziare. “Lo accoglieranno con una rosa bianca, tutti, e con il gesto della rosa bianca è un modo di dire bentornato a casa, perché andrà nella Casa del Padre, ed è una rosa per dire grazie per quello che hai fatto per noi”, dice don Ben, prendendo respiro in mezzo alle lacrime. “Sono i figli che salutano il padre”.



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