Visualizzazione post con etichetta Etica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Etica. Mostra tutti i post

lunedì 27 luglio 2026

Chiedo all’Europa di difendere la mia libertà di pensarla cristianamente su matrimonio e sessualità

https://www.tempi.it/paivi-rasanen-ricorso-cedu-liberta-pensiero-matrimonio/?utm_source=convertkit&utm_medium=email&utm_campaign=%C2%ABLegittima+difesa%3F+Non+si+cambia+la+legge+per+il+caso+Roggero%C2%BB+-+22671379


Condannata in patria dopo 7 anni di assurda persecuzione giudiziaria a causa di un libro «basato sugli insegnamenti della Bibbia», l’ex ministro finlandese Päivi Räsänen ufficializza il suo ricorso alla Cedu. E qui offre la sua versione.

Pubblichiamo di seguito il comunicato diffuso ieri dalla parlamentare finlandese Päivi Räsänen, già ministro dell’Interno del paese scandinavo, in merito al suo annunciato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) contro la sentenza della Corte suprema di Helsinki del marzo scorso che l’ha riconosciuta colpevole di “incitamento all’odio” per aver scritto quel che pensa, da cristiana luterana, su matrimonio e omosessualità. Qui il Te Deum con cui nel dicembre scorso Räsänen ha raccontato ai lettori di Tempi i suoi incredibili sette anni di persecuzione.


============================

Päivi Räsänen nella “guerra dei mondi” intorno alla libertà

Il ricorso dell’ex ministro finlandese alla Cedu contro la censura delle sue idee su matrimonio e omosessualità offre la chance per dimostrare che Vance si sbagliava a proposito dell’Europa. O no?

================

Päivi Räsänen condannata. La sua battaglia non è ancora finita


Dopo sette anni, la politica finlandese è stata condannata per aver scritto un pamphlet intitolato “Maschio e femmina lì creò”. L’accusa? «Incitamento all’odio»

====================

Te Deum laudamus perché hai usato la mia persecuzione per la Tua gloria



Non è piacevole essere processati per avere condiviso sui social pochi versetti della Bibbia. Ma in questi sei anni di interrogatori e udienze sono stata benedetta con migliaia di nuovi amici e occasioni impensabili per testimoniare Lui


































martedì 21 luglio 2026

La coppia gay che fa causa alla madre surrogata e l’ipocrisia della Gpa “solidale”

Di Piero Vietti
20 Luglio 2026

Due canadesi hanno chiesto un risarcimento alla donna che ha portato in grembo loro figlio perché si è rifiutata di abortire. Se c'è un contratto non c'è amore, e il bambino è un prodotto che si può scartare


Che la gestazione per altri sia un sistema dove i desideri dei più forti diventano ordini e dove il bambino è ridotto a una merce con tanto di clausole di recesso, lo racconta bene una vicenda recente accaduta in Canada, Paese in cui la gestazione per altri è “solidale” e il Sistema sanitario nazionale copre gran parte delle spese. La storia, poco ripresa sui media italiani, è stata raccontata dal National Post:


Una coppia canadese ha intentato causa contro la madre surrogata che ha portato in grembo il loro figlio, due anni dopo che quest’ultima si era rifiutata di interrompere la gravidanza a causa di una labiopalatoschisi e di possibili anomalie genetiche. La madre surrogata, residente in Ontario, ha insistito affinché venissero effettuati ulteriori esami e alla fine la coppia omosessuale ha acconsentito a portare avanti la gravidanza, poiché gli specialisti hanno indicato che il bambino era sano e presentava una malformazione congenita relativamente lieve. Ma in una causa intentata presso la Corte Superiore dell’Ontario lo scorso maggio, i genitori sostengono che la donna non li abbia tenuti informati sulla salute del bambino, abbia messo a rischio il piccolo, abbia causato loro un forte stress emotivo e abbia violato la loro riservatezza, accuse che la madre surrogata nega con veemenza. Nell’atto di citazione non si menziona specificamente la loro richiesta, avanzata nel giugno 2024, di interrompere la gravidanza alla ventiduesima settimana. Tuttavia, sia la madre surrogata che il responsabile dell’agenzia che le ha messe in contatto affermano che il rapporto ha iniziato a deteriorarsi dopo il disaccordo sull’aborto.
ù

«Vogliamo interrompere la gravidanza in conformità con il nostro contratto»

La coppia gay avrebbe chiesto un risarcimento di 600.000 dollari perché, sostanzialmente, la madre surrogata di loro figlio non avrebbe eseguito i loro ordini, rifiutandosi di abortire dopo che sembrava che il feto avesse una malformazione (poi rivelatasi lieve) e scegliendo di partorire in casa.

La donna racconta che il loro rapporto è stato positivo durante i primi mesi di gravidanza, ma poi, alla fine di giugno del 2024, ha comunicato loro i risultati di un’ecografia che indicava la presenza di una labiopalatoschisi nel bambino, forse anche di una palatoschisi e di un piccolo difetto cardiaco. La madre surrogata a quel punto ha ricevuto una lettera dal tono formale e legale dai “genitori intenzionali”.


segue al link

sabato 20 giugno 2026

"Base editing", la nuova eugenetica?

domenica 15 marzo 2026

San Massimiliano di Tebessa, il primo obiettore di coscienza

I Santi che hanno detto no alla guerra sono tanti: nelle campagne di obiezione di oggi la loro eredità




«Non mi è lecito fare il soldato, non posso fare il male, sono cristiano» così, all’epoca dell’imperatore Diocleziano, il giovane Massimiliano di Tebessa rispose quando gli domandarono perché rifiutasse le armi, durante il processo che decretò il suo martirio e la condanna a morte. Una storia ricordata oggi dal Movimento Nonviolento, che il 12 marzo celebra San Massimiliano, martire considerato il patrono degli obiettori di coscienza anche se non ufficialmente dalla Chiesa, ma riconosciuto come tale dai movimenti cattolici e laici per la pace e la nonviolenza.

Il giovane era figlio di Fabio Vittore, veterano militare, e dunque tenuto a proseguire la carriera del padre. Lui disse no e fu accusato di indisciplina. Venne martirizzato e decapitato il 12 marzo del 259 d.C. vicino a Cartagine, nell’attuale Algeria. Aveva poco più di 21 anni. «La lunga storia dell’obiezione di coscienza da Tebessa arriva fino a noi – scrive oggi Mao Valpiana, presidente del Movimento, rilanciando in occasione di questa ricorrenza la campagna di obiezione alla guerra "Leva la leva" –. In ogni Paese si è sviluppata l’idea dell’obiezione, del rifiuto del servizio militare, obbligatorio o volontario che sia. “Fare il militare” è l’obbligo necessario per avere un esercito, che è lo strumento essenziale per “fare la guerra”». Oggi, continua Valpiana, «siamo tutti chiamati a “prepararci alla guerra”. Le prove generali sono già iniziate. In tutta Europa si sta riorganizzando l’apparato militare, anche con il ripristino della leva, per avere grandi numeri a disposizione. È tempo, dunque, di riorganizzare anche l’obiezione di coscienza».
San Massimiliano non rifiutava solo l'atto di uccidere, ma l'appartenenza stessa a un'istituzione che considerava incompatibile con la fede. La sua storia, però, non è l'unico esempio di rifiuto della guerra nella storia della Chiesa. Tra i tanti, ricordiamo quello di San Galgano Guidotti, che conficcò la sua spada nel terreno: così uno strumento di morte divenne una croce, all'Eremo di Montesiepi. Anche San Francesco d'Assisi abbandonò la carriera militare e andò disarmato dal Sultano durante una delle Crociate, mettendo a rischio la propria vita. Pagò invece con la decapitazione la propria scelta di gettare le armi San Marcello il Centurione. In tempi recenti, infine, è celebre il caso del Beato Franz Jägerstätter, contadino austriaco che, ritenendolo incompatibile con la fede cristiana, rifiutò di giurare fedeltà a Hitler e di combattere per il Nazismo. Per la sua profonda convinzione morale fu ghigliottinato nel 1943.



lunedì 26 gennaio 2026

Diesel e le dipendenti dagli ovuli d’oro

Il gruppo Only The Brave paga il social freezing alle dipendenti. Non è una novità, da anni le Big Tech considerano la maternità un optional aziendale. Si scrive "supporto alla genitorialità", si legge "avere il controllo dei mezzi di produzione e riproduzione"


https://www.tempi.it/diesel-e-le-dipendenti-dagli-ovuli-doro/?utm_source=convertkit&utm_medium=email&utm_campaign=Il+diritto+internazionale+a+Hong+Kong+e+la+rivolta+contro+le+%22emissioni+zero%22+-+20485373

alcuni spunti:

«Quel benefit potrebbe sembrare positivo per le singole donne in un contesto tecnologico che segue ritmi velocissimi e in cui se vieni lasciato indietro per mesi o un anno sei finito. Consente di posticipare la cura dei figli. Ma l’idea “noi adattiamo la famiglia e la riproduzione all’agenda aziendale” in realtà è folle. Le donne possono individualisticamente esserne sollevate, sembrerà che possano avere tutto. Ma di fatto è la biologia che viene sottomessa e piegata al capitalismo delle corporation».

Tutte vogliono congelare gli ovuli per avere figli (e poi non li fanno)

Dieci anni dopo i numeri raccontavano l’altra faccia del manifesto. Meno del 15 per cento delle donne tornava a utilizzare gli ovuli congelati. Il tasso reale di successo di una gravidanza da egg freezing restava intorno allo 0,7 per cento. Neanche l’1 per cento degli ovuli congelati finiva con un bambino. Ma questo dato non compare nelle brochure aziendali, né nei comunicati stampa sul welfare inclusivo. Compare invece l’effetto psicologico, potentissimo: la possibilità di non dover scegliere adesso.


Dove il lavoro si organizza intorno alla vita, non servono freezer. Dove non lo si vuole fare, si offre la tecnologia e la si chiama libertà. Nulla di nuovo: a qualcosa del genere ha pensato anche la Puglia che da qualche mese riconosce alle donne tra i 27 e i 37 anni e con un Isee inferiore ai 30mila euro un contributo alla crioconservazione. Diesel non è che un altro tassello da aggiungere alla provincia spaziotemporale di un mercato che si è fatto ben più più vasto. Lo stesso capitalismo morale che ieri ha venduto l’egg freezing oggi vende l’aborto come benefit aziendale. Negli Stati Uniti Starbucks, Amazon, Apple, Levi’s, Citigroup rimborsano viaggi, hotel, babysitter per permettere alle dipendenti di abortire negli stati dove è più difficile farlo. Stesso linguaggio, stessa logica: “Salute riproduttiva”, “cura”, “accesso”. La gravidanza diventa una variabile di costo, il figlio un rischio operativo.


Diesel non fa eccezione: fa scuola

Detta fuori dai denti del marketing, prima ti aiutano a rimandarlo, poi ti aiutano a interromperlo. Sempre in nome della scelta, sempre evitando il punto centrale: un’azienda che asseconda la visione dell’incompatibilità tra maternità naturale e lavoro non è neutrale, è normante. Sta decidendo quando è accettabile fare un figlio e quando no. Come osservava Forbes già commentando Apple e Facebook, il rischio è evidente: non possedere solo i mezzi di produzione, ma anche quelli di riproduzione.

Diesel non fa eccezione. Fa scuola: la maternità naturale è un problema, quella differita un servizio. Il lavoro viene prima, la vita poi. Se poi arriva.

martedì 20 gennaio 2026

Il dolore per una morte, il valore degli affetti: cosa ci dice la vicenda di Adamo e Jonathan - di Maurizio Patriciello

Il caso del ragazzo accoltellato da un giovane ricercatore mentre cercava di entrare all'interno della sua villa, richiede adesso una riflessione a 360 gradi, che parte dalla compassione per una madre che ha perso un figlio e abbraccia con la solidarietà chi ha tentato di difendere i propri beni

segue al link:

lunedì 12 gennaio 2026

Due articoli sullo stesso argomento

La transizione di genere e i bambini: «Che consenso si può dare a 13 anni?»

La decisione del Tribunale di La Spezia di rettificare il sesso di un’adolescente all’anagrafe riapre il dibattito sulla tutela dei diritti dei più piccoli Tutti i dubbi della Garante per l'infanzia, Marina Terragni

Segue al link:

Cambiare sesso a 13 anni: ma chi (e come) decide sul corpo di un bambino?

Una sentenza autorizza la rettifica all'anagrafe per una bambina di La Spezia, oggi maschio. È il più giovane ad aver concluso il percorso di transizione nel nostro Paese. Pro Vita & Famiglia: «Una follia». Dal ddl del governo al caso Careggi fino alle scelte degli altri Paesi, tutto quello che c'è da sapere

Segue al link:

lunedì 5 gennaio 2026

Svizzero condannato per aver detto che gli scheletri non sono trans - 25 Ottobre, Tempi

Emanuel Brünisholz finirà in carcere per aver ricordato che le ossa possono essere maschili o femminili. Un giudice, pur di punirlo, ha trasformato “transgender” in un orientamento sessuale. Così la biologia è diventata un reato


In Svizzera si può finire in carcere per aver detto che gli scheletri non sono transgender. È successo a Emanuel Brünisholz, riparatore di strumenti a fiato di Burgdorf, nel Canton Berna, condannato per “incitamento all’odio” dopo un commento su Facebook nel 2002. Nel quale scrisse, con una franchezza da artigiano e un evidente eccesso di fiducia nel buon senso, che «se fra duecento anni scaverete le tombe delle persone LGBTQI, troverete solo uomini e donne in base ai loro scheletri. Tutto il resto è una malattia mentale promossa dai programmi scolastici». Un’iperbole, una battutaccia, una polemica? Per la giustizia elvetica un reato.


venerdì 2 gennaio 2026

Organi per trapianti dai suicidi assistiti? L’inganno della morte “altruistica”

Organi per trapianti dai suicidi assistiti? L’inganno della morte “altruistica”

Una ricerca pubblicata da una rivista scientifica mostra che gli organi espiantati da morti per suicidio assistito danno la stessa sopravvivenza ai trapiantati di quelli estratti da morti per cause naturali. Sorvolando sulle implicazioni etiche: così si spinge a morire volontariamente “per aiutare a vivere”?


Chi muore per suicidio assistito può donare i suoi organi? Se si assume che sia una causa di morte come un’altra la risposta non può che essere positiva. Ma la questione della morte medicalmente assistita, trattandosi di un atto volontario e non naturale, pone un dilemma etico di tutto rilievo. Stante l’enorme bisogno di organi da trapiantare, dal cuore ai reni, dal fegato ai polmoni alle cornee, non è impensabile che la volontà di una persona che sceglie di suicidarsi con assistenza medica – dove questa pratica è già legale – sia “incoraggiata” dalla prospettiva di poter disporre dei suoi organi. Aumentare il numero di organi trapiantabili è certo un interesse socialmente rilevante, e il fatto che cittadini adeguatamente informati diano il loro consenso preventivo all’espianto nel caso di morte improvvisa o di incoscienza è indubbiamente da lodare. Me se di mezzo c’è un suicidio le cose cambiano, e un approccio ispirato alla massima cautela diventa obbligatorio.

In Paesi dove il suicidio assistito ormai è prassi la frontiera di questa cautela infatti si va rapidamente spostando, di pari passo con l’abitudine a considerare la morte con aiuto medico come una delle tante possibili cause di decesso. La normalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia è un fatto reale e tangibile, con leggi nate per casi estremi diventate porta d’accesso a un percorso di fatto equiparato a quelli di cura, differendo solo per la scelta del paziente: decidere di vivere o morire dipende solo da lui, e lo Stato resta alla finestra, pronto a curare o aiutare la fine anticipata. È il caso del Canada, dove le cifre ufficiali parlano di 15.343 morti volontarie nel 2023 con un aumento del 15,8% in un anno, pari al 4,7% dei casi di morte totali nel Paese (in Italia sarebbero 31mila casi). Un dato che nel Quebec è però già al 7,2%, un record mondiale. E il trend è di continua, rapida crescita, specie se dovesse passare l’estensione dell’accesso alla morte volontaria a tutte le richieste dei cittadini, da qualunque motivo siano dettate.
Letti altrimenti, questi dati parlano anche di una quantità enorme di organi che potrebbero essere messi a disposizione di una domanda che ovunque nel mondo è ben lontana dall’essere soddisfatta, con graduatorie e liste di attesa angoscianti. A mettere di fronte alla estrema delicatezza della questione è ora uno studio guidato da James Shapiro, dell’Università canadese dell’Alberta, pubblicato sul Journal of Hepatology, che dimostra come la donazione di organi prelevati da persone morte a seguito di assistenza medica al suicidio (in Canada nota con l’acronimo di Maid: Medical assistance in dying) abbia esiti di sopravvivenza dei pazienti simili alla donazione dopo morte naturale. La ricerca ha confrontato i trapianti di fegato da donatori dopo assistenza al suicidio con i trapianti da donatori deceduti per cause naturali, cioè senza ricorrere a sostanze letali che provocano una fine improvvisa. E i risultati indicano una sopravvivenza analoga tra i due gruppi. Immaginabile la conclusione indotta dallo studio: la Maid potrebbe estendere di molto la quantità di organi disponibili riducendo in modo rapido le liste d’attesa. «La donazione di fegato dopo Maid – ha detto il dottor Shapiro – può ampliare significativamente il bacino disponibile e salvare più vite, mantenendo al contempo standard di sicurezza ed etica elevati». Certo, la ricerca canadese suggerisce linee guida rigide, trasparenza nelle procedure di consenso e clausole di salvaguardia per evitare pressioni o conflitti di interesse. Ma la decisione di morire ha risvolti psicologici insondabili da qualunque codice etico, e non bastano certo le commissioni di garanzia a scongiurare forzature, come l’allargamento progressivo dei criteri per la morte volontaria dimostra, dall’Olanda al Belgio.
La campagna su scala globale per legalizzare suicidio assistito ed eutanasia potrebbe ora trovare nell’argomento dei trapianti un alleato imprevedibile, inserendo una motivazione persino nobile nel percorso decisionale di una persona per chiedere la morte, così da far cessare le sue sofferenze e al contempo rendere un servizio salva-vita ad altri. Ma se la coscienza dell’opinione pubblica cogliesse il cuore etico della questione potrebbe verificarsi anche l’effetto opposto: perché è chiaro che la necessità in continuo aumento di organi finirebbe per esercitare su pazienti incerti se chiedere la morte assistita o meno una pressione del tutto impropria ed eticamente scorretta, dipingendo l’eventuale decisione di non morire subito persino come un atto di “egoismo”.

In tempi nei quali il morire sta assumendo contorni sempre più procedurali, burocratici ed efficientisti, se ne perde insensibilmente il profilo umano dentro un protocollo che, esteso su larga scala (e i numeri del Canada già questo scenario configurano), finisce col diventare addirittura perverso: se una persona non ha prospettive di guarire né di migliorare, allora perché insiste a vivere, gravando su famiglia, sistema sanitario e spesa pubblica, anziché interrompere volontariamente la sua vita, risparmiando così sacrifici e denaro a tutti e donando i suoi organi a chi ha la possibilità di una vita ancora lunga? La ricerca canadese ci sta parlando proprio di questo: siamo pronti a rispondere?


mercoledì 25 giugno 2025

Westminster stacca la spina

https://www.tempi.it/regno-unito-parlamento-approva-suicidio-assistito/?utm_source=convertkit&utm_medium=email&utm_campaign=%C2%ABL%E2%80%99Iran+non+accetter%C3%A0+mai+un+%E2%80%9CChalabi+persiano%E2%80%9D%C2%BB+-+18065994

Nessuna libertà solo risparmio: la legge sul suicidio assistito, approvata dal parlamento inglese, è un passo verso la sanità selettiva, dove morire costa meno che curare. Nessuna salvaguardia, solo retorica e conti che tornano


Attivisti pro e contro la legge sul suicidio assistito davanti a Westminster (foto Ansa)

Nel voto cruciale di ieri, la Camera dei Comuni ha approvato con 314 voti a favore e 291 contrari il disegno di legge sul suicidio assistito. Ha sputato sopra ogni ultimo residuo di cautela e responsabilità verso i malati, sacrificando la cura sull’altare dei bilanci. E ha conferito allo Stato il potere di uccidere.
Non c’è un modo più pietoso di scriverlo. Westminster ha varato una legge che va ben oltre la richiesta “di scegliere come morire”. Ha approntato la cornice amministrativa. Ha definito il morire un servizio. E ha calcolato quante sterline risparmiare grazie all’eliminazione diretta dei pazienti fragili. Il tutto presentato agli inglesi come «il più solido insieme di garanzie e tutele al mondo».
Suicidio assistito, testo stravolto
Pubblicato appena due settimane prima del voto, il testo del Terminally Ill Adults (Access to End of Life Assistance) Bill è stato stravolto in pochi mesi e in modo sistematico fino a diventare «sempre più pericoloso», commentava in questo paper pe...


mercoledì 11 giugno 2025

"Due mamme" in provetta? Una forzatura

Manteniamo un limite giuridico al suicidio assistito: bisogna proteggere i malati

Ascoltare la voce di chi soffre patologie gravi rimette al centro la prospettiva umana, rimossa da un approccio procedurale. E fa capire che...