lunedì 20 luglio 2026
Quale gioco sta facendo la maggioranza sulla legge elettorale
venerdì 5 giugno 2026
Le suore alle urne e la nascita della Repubblica
lunedì 19 gennaio 2026
La legge elettorale e il rischio di una democrazia senza popolo - di Angelo Picariello
giovedì 21 agosto 2025
mercoledì 22 gennaio 2025
Trump libererà davvero gli sport femminili dalla monomania transgender?
domenica 4 agosto 2024
Editoriale. La democrazia è partecipare, non parteggiare
martedì 4 giugno 2024
giovedì 2 maggio 2024
Tra i due litiganti
mercoledì 27 marzo 2024
L’Irlanda tiene ancora famiglia
Media ed élite non si danno pace per il no irlandese a modificare la Costituzione «sessista» del 1937 in chiave «inclusiva». Ecco perché i referendum dell’8 marzo hanno chiarito le idee invece di confonderle
Famiglia fondata sul matrimonio e “women in the home”
I risultati sono noti: il 67,7 per cento di chi è andato a votare ha bocciato la proposta di estendere il concetto di “famiglia” (articoli 41.1 e 41.3 della Costituzione che riconoscono nei loro passaggi la famiglia fondata sul matrimonio) ad «altre relazioni durature» e di «convivenza fra coppie o con i figli». Soprattutto, il 74 per cento ha bocciato la proposta di eliminare la clausola “women in the home” (art. 41.2), secondo la quale lo Stato riconosce il contributo al bene comune delle donne che si occupano della cura di casa e figli e «si deve sforzare pertanto di garantire che le madri non siano costrette, per necessità economica, ad impegnarsi in un lavoro» trascurando i loro doveri di cura.
lunedì 25 marzo 2024
Testimonianza
«Aggrediti dallo Stato, lasciateci fare scuola». La lettera dei docenti dell’istituto di Pioltello
Oltre la scuola di Pioltello e il Ramadan: è l’Italia a essere cambiata
domenica 29 ottobre 2023
Il Movimento Popolare. Brevi note sulla sua origine e lo sviluppo
Così negli anni Settanta, davanti alle divisioni del mondo cattolico e alla crisi della Dc, prese corpo a partire da Cl il desiderio di una presenza chiaramente cristiana nella società
martedì 13 giugno 2023
Go Woke Go Broke
domenica 28 maggio 2023
ROCCELLA: QUANDO IL POTERE TOGLIE LA VOCE ALLA LIBERTÀ
giovedì 27 aprile 2023
Giorgia Meloni: «Il 25 aprile sia la festa della libertà: i valori democratici ora difendiamoli in Ucraina. Fascismo, noi incompatibili con qualsiasi nostalgia» di Giorgia Meloni
La lettera della premier al «Corriere»: «Democrazia e libertà sono scolpite nella Costituzione con un testo che aveva l’obiettivo di unire, non di dividere: occorre fare di questa ricorrenza un momento di rinnovata concordia»

Giorgia Meloni con Paola Del Din
Caro direttore,
oggi l’Italia celebra l’anniversario della Liberazione. Io stessa lo farò accompagnando il presidente della Repubblica Mattarella nella tradizionale cerimonia di deposizione di una corona di alloro all’Altare della Patria, mentre i ministri del governo parteciperanno alle altre celebrazioni istituzionali previste.
Nel mio primo 25 Aprile da presidente del Consiglio, affido alle colonne del Corriere alcune riflessioni che mi auguro possano contribuire a fare di questa ricorrenza un momento di ritrovata concordia nazionale nel quale la celebrazione della nostra ritrovata libertà ci aiuti a comprendere e rafforzare il ruolo dell’Italia nel mondo come imprescindibile baluardo di democrazia. E lo faccio con la serenità di chi queste riflessioni le ha viste maturare compiutamente tra le fila della propria parte politica ormai 30 anni fa, senza mai discostarsene nei lunghi anni di impegno politico e istituzionale. Da molti anni infatti, e come ogni osservatore onesto riconosce, i partiti che rappresentano la destra in Parlamento hanno dichiarato la loro incompatibilità con qualsiasi nostalgia del fascismo.
Il 25 Aprile 1945 segna evidentemente uno spartiacque per l’Italia: la fine della Seconda guerra mondiale, dell’occupazione nazista, del Ventennio fascista, delle persecuzioni anti ebraiche, dei bombardamenti e di molti altri lutti e privazioni che hanno afflitto per lungo tempo la nostra comunità nazionale. Purtroppo, la stessa data non segnò anche la fine della sanguinosa guerra civile che aveva lacerato il popolo italiano, che in alcuni territori si protrasse e divise persino singole famiglie, travolte da una spirale di odio che portò a esecuzioni sommarie anche diversi mesi dopo la fine del conflitto. Così come è doveroso ricordare che, mentre quel giorno milioni di italiani tornarono ad assaporare la libertà, per centinaia di migliaia di nostri connazionali di Istria, Fiume e Dalmazia iniziò invece una seconda ondata di eccidi e il dramma dell’esodo dalle loro terre. Ma il frutto fondamentale del 25 Aprile è stato, e rimane senza dubbio, l’affermazione dei valori democratici, che il fascismo aveva conculcato e che ritroviamo scolpiti nella Costituzione repubblicana.
Da quel paziente negoziato volto a definire princìpi e regole della nostra nascente democrazia liberale — esito non unanimemente auspicato da tutte le componenti della Resistenza — scaturì un testo che si dava l’obiettivo di unire e non di dividere, come ha ben ricordato alcuni giorni fa su queste pagine il professor Galli della Loggia.
Nel gestire quella difficile transizione, che aveva già conosciuto un passaggio significativo con l’amnistia voluta dall’allora ministro della Giustizia Togliatti, i costituenti affidarono dunque alla forza stessa della democrazia e della sua realizzazione negli anni il compito di includere nella nuova cornice anche chi aveva combattuto tra gli sconfitti e quella maggioranza di italiani che aveva avuto verso il fascismo un atteggiamento «passivo». Specularmente, chi dal processo costituente era rimasto escluso per ovvie ragioni storiche, si impegnò a traghettare milioni di italiani nella nuova repubblica parlamentare, dando forma alla destra democratica. Una famiglia che negli anni ha saputo allargarsi, coinvolgendo tra le proprie fila anche esponenti di culture politiche, come quella cattolica o liberale, che avevano avversato il regime fascista.
È nata così una grande democrazia, solida, matura e forte, pur nelle sue tante contraddizioni, e che nel lungo Dopoguerra ha saputo resistere a minacce interne ed esterne, rendendo protagonista l’Italia nei processi di integrazione europea, occidentale e multilaterale. Una democrazia nella quale nessuno sarebbe disposto a rinunciare alle libertà guadagnate. Nella quale, cioè, libertà e democrazia sono un patrimonio per tutti, piaccia o no a chi vorrebbe che non fosse così. E questa non solo è la conquista più grande che la nostra Nazione possa vantare ma è anche l’unico, vero antidoto a qualsiasi rischio autoritario.
Per questo non comprendo le ragioni per le quali, in Italia, proprio fra coloro che si considerano i custodi di questa conquista vi sia chi ne nega allo stesso tempo l’efficacia, narrando una sorta di immaginaria divisione tra italiani compiutamente democratici e altri — presumibilmente la maggioranza a giudicare dai risultati elettorali — che pur non dichiarandolo sognerebbero in segreto un ritorno a quel passato di mancate libertà.
Capisco, invece, quale sia l’obiettivo di quanti, in preparazione di questa giornata e delle sue cerimonie, stilano la lista di chi possa e di chi non possa partecipare, secondo punteggi che nulla hanno a che fare con la storia ma molto hanno a che fare con la politica. È usare la categoria del fascismo come strumento di delegittimazione di qualsiasi avversario politico: una sorta di arma di esclusione di massa, come ha insegnato Augusto Del Noce, che per decenni ha consentito di estromettere persone, associazioni e partiti da ogni ambito di confronto, di discussione, di semplice ascolto. Un atteggiamento talmente strumentale che negli anni, durante le celebrazioni, ha portato perfino a inaccettabili episodi di intolleranza come quelli troppe volte perpetrati ai danni della Brigata ebraica da parte di gruppi estremisti. Episodi indegni ai quali ci auguriamo di non dover più assistere.
Mi domando se queste persone si rendano conto di quanto,così facendo, indeboliscono i valori che dicono di voler difendere. È probabilmente questa consapevolezza ad aver spinto Luciano Violante a individuare — nel suo memorabile discorso di insediamento da presidente della Camera quasi trent’anni fa — proprio in una certa «concezione proprietaria» della lotta di Liberazione uno dei fattori che le impedivano di diventare patrimonio condiviso da tutti gli italiani. Un concetto ripreso nel 2009 da Silvio Berlusconi (allora presidente di un Consiglio dei ministri nel quale sedevo anche io) in un altro famoso discorso, quando a Onna, celebrando l’anniversario della Liberazione sulle macerie del terremoto, invitò a fare del 25 Aprile la «Festa della Libertà», così da superare le lacerazioni del passato.
Un auspicio che non solo condivido ma che voglio, oggi, rinnovare, proprio perché a distanza di 78 anni l’amore per la democrazia e per la libertà è ancora l’unico vero antidoto contro tutti i totalitarismi. In Italia come in Europa. Una consapevolezza che ha portato il Parlamento europeo a condannare inequivocabilmente e definitivamente tutti i regimi del ‘900, senza eccezioni, con una risoluzione del settembre 2019 nella quale mi riconosco totalmente, e che il gruppo di Fratelli d’Italia, insieme a tutta la famiglia dei Conservatori europei e all’intero centrodestra, votò senza alcuna esitazione (a differenza, purtroppo, di altri). Una risoluzione che assume nell’attuale contesto un valore ancora maggiore, dinnanzi alla eroica resistenza del popolo ucraino in difesa della propria libertà e indipendenza dall’invasione russa.
In tutto il mondo le autocrazie cercano di guadagnare campo sulle democrazie e si fanno sempre più aggressive e minacciose, e il rischio di una saldatura che porti a sovvertire l’ordine internazionale che le democrazie liberali hanno indirizzato e costruito dopo la fine del secondo conflitto mondiale e la dissoluzione dell’Unione Sovietica è purtroppo reale. In questo nuovo bipolarismo l’Italia la sua scelta di campo l’ha fatta, ed è una scelta netta. Stiamo dalla parte della libertà e della democrazia, senza se e senza ma, e questo è il modo migliore per attualizzare il messaggio del 25 Aprile. Perché con l’invasione russa dell’Ucraina la nostra libertà è tornata concretamente in pericolo.
È, questa, una convinzione che ho rafforzato grazie all’incontro con una donna straordinaria, Paola Del Din . Durante la Resistenza combatteva con le Brigate Osoppo, le formazioni di ispirazione laica, socialista, monarchica e cattolica. Fu la prima donna italiana a paracadutarsi in tempo di guerra. Il suo coraggio le è valso una Medaglia d’oro al valor militare, che ancora oggi, quasi settant’anni dopo averla ricevuta, sfoggia sul petto con commovente orgoglio. Della Resistenza dice: «Il tempo ci ha ribattezzati Partigiani, ma noi eravamo Patrioti, io lo sono sempre stata e lo sono ancora». Nell’Italia repubblicana è stata insegnante di Lettere e, nonostante i suoi quasi cento anni, continua ad accettare gli inviti a parlare nelle scuole di Italia e del valore della Libertà.
Dedico questo giorno a lei, madre di quattro figli e nonna di altrettanti nipoti, ma anche, idealmente, di tutti gli italiani che antepongono l’amore per la propria Patria a ogni contrapposizione ideologica.
lunedì 19 dicembre 2022
Pace. 50 anni fa l'obiezione al militare in Italia, oggi gli obiettori russi e ucraini
Cinquant’anni esatti di obiezione allo strumento militare, per un impegno civile alternativo. Mezzo secolo dalla prima legge, quella che ha riconosciuto a oltre 800 mila obiettori il diritto di difendere la Patria nelle cittadini fragili, nell’ambiente degradato, nei beni culturali. Una battaglia nonviolenta sostenuta, agli albori, anche dall’estero, come dal filosofo Bertrand Russel che col movimento pacifista britannico aiutò Aldo Capitini - inventore nel 1961 della Marcia della pace Perugia-Assisi - a sostenere il primo obiettore italiano, Pietro Pinna processato nel 1949. Una lotta per i diritta che oggi prosegue col supporto di organizzazioni pacifiste italiane agli obiettori russi, bielorussi e ucraini che si rifiutano di combattere la guerra di Putin.
Porprio ieri sono state consegnate a Palazzo Chigi oltre duemila firme raccolte dal Movimento noviolento e da Un ponte per… nell’ambito della Campagna di Obiezione alla guerra, per chiedere il riconoscimento dello status di rifugiati politici a obiettori, renitenti alla leva e disertori nel conflitto russo-ucraino.
Una data importante, questo giro di boa del mezzo secolo, celebrata a Roma in un convegno di due giorni organizzato dalla Cnesc, la Conferenza degli enti di servizio civile, e dal Movimento Nonviolento. Era il 15 dicembre del 1972 quando in Gazzetta Ufficiale veniva pubblicata la legge 772. Proposta dal democristiano Giovanni Marcora - partigiano, imprenditore, politico, più volte ministro - la legge dà una risposta alle crescenti pressioni della società civile, istituendo un servizio civile alternativo per assolvere gli obblighi della leva militare.
La battaglia civile per riconoscere il diritto a servire la patria senza le armi parte molto prima. Nel 1948 Pietro Pinna rifiuta di prestare il servizio militare e il suo processo, l'anno dopo, ha una risonanza internazionale. Gli anni ‘60 sono una stagione fertile anche per il movimento nonviolento, come ha ricordato ieri al convegno a Roma Daniele Lugli, già presidente del Movimento Nonviolento e collaboratore di Capitini. Sulla scia del pensiero di Martin Luther King e Ghandi, quei pionieri animano manifestazioni a Milano e campi con attivisti da tutta Europa e anche da Stati Uniti e Australia. Da parte cattolica contribuiscono a questo processo figure profetiche come don Primo Mazzolari, padre Ernesto Balducci, don Lorenzo Milani, Giorgio La Pira. Fino all’auspicio nella Gaudium et spes di leggi giuste ed umane nei confronti degli obiettori.
Fino ad allora infatti chi rifiutava la divisa – anarchici, testimoni di Geova e dal 1962 anche cattolici grazie a Giuseppe Gozzini - finiva nelle carceri militari. Con la 772 nasce il servizio civile alternativo: inizialmente di venti mesi, rispetto ai dodici della naja, con l’evidente scopo di disincentivarne la scelta; e con l’esame delle motivazioni, subito etichettato come “tribunale delle coscienze”. Norme superate prima dall’equiparazione della durata al militare da parte della Corte costituzionale, poi con la smilitarizzazione della gestione grazie alla riforma del 1998, la 230, dopo lo sgambetto del presidente Francesco Cossiga che, dopo l’approvazione definitiva nel 1992, la rinviò alle Camere, sciogliendole il giorno dopo. Ci vorranno altri sei anni per approvarla.
Nel 2001 arriva l’introduzione del servizio civile volontario, quando è ancora in vigore l’obbligo del militare, per ragazze e ragazzi esenti riformati: meno di 400 quell’anno, che subito crescono con 75 mila giovani nel triennio successivo. Dal 2005, con la sospensione del servizio di leva, finisce l’obiezione di coscienza e comincia la crescita dei “servizio-civilisti”. Nel 2016 una nuova riforma ribattezza l’esperienza come Servizio civile universale, cercando di ampliare la platea volontaria, aprendosi anche ai ragazzi stranieri. Tra 2001 e 2022 saranno quasi altri 700 mila le ragazze e i ragazzi in servizio civile. Gli ultimi tre anni hanno visto una crescita dei bandi: l’ultimo, pubblicato in questi giorni, metterà a disposizione 71.500 posti, il più grande di sempre, grazie ai fondi del Pnrr.
Parallelamente, cresce anche l’impegno del mondo cattolico. Il primissimo ente a convenzionarsi col ministero della Difesa nel 1973 è la Comunità di Capodarco. Poi, dopo il convegno ecclesiale “Evangelizzazione e promozione umana”, nel 1977 la Cei dà mandato ala Caritas di convenzionarsi. Seguiranno molte altre realtà del mondo cattolico, tra cui Focsiv, Acli, Salesiani, Papa Giovanni XXIII, Confcooperative, Unitalsi, Misericordie. Nel 2003 nasce il Tesc, il Tavolo ecclesiale sul servizio civile, per proporlo ai giovani come esperienza formativa, di servizio e testimonianza dei valori, in collaborazione con Migrantes, e diversi uffici Cei. Arrivano nel Tesc anche Agesci, Federsolidarietà, Cenasca Cils, Gavci, Csi, Salesiani, Cdo, Anspi. E il 21 marzo, San Massimiliano martire, ucciso nel 195 per il rifiuto di arruolarsi nell'esercito romano, diventa per il mondo cattolico la festa degli obiettori e del servizio civile.
Oggi l’obiezione, in Italia retaggio culturale che sta alle radici del servizio civile, torna di scottante attualità per le scelte coraggiose dei ragazzi che non vogliono combattere nella guerra scatenata dalla Russia in Ucraina. Come ha testimoniato, al convegno a Roma per il 50° dell’obiezione, il coordinatore del Movimento degli obiettori di coscienza russi Alexander Belik, 25 anni, scappato in Estonia. Il loro canale Telegram, che ha 50 mila contatti, dà informazioni sul diritto ad obiettare, riconosciuto formalmente in Russia nel 1993, ma ampiamento boicottato. Grandi difficoltà anche in Ucraina, come ha testimoniato in videocollegamento Yurii Sheliazenko del movimeto pacifista ucraino, che come altri obiettori riceve insulti e minacce. Un altro obiettore ucraino, Vitaliy Alekseinko, è stato già condannato a un anno di carcere. Il ricorso è in discussone in questi giorni e ad assisterlo c’è anche l’avvocato italiano Nicola Canestrini, su mandato del Movimento Noviolento.
«I nonviolenti russi e ucraini sono le uniche voci delle due parti che stanno dialogando tra loro – ha detto ieri sera il presidente del Movimento Nonviolento Mao Valpiana – e creano un ponte su cui può transitare la pace. Gli obiettori di coscienza sono una piccola luce di speranza nell’oceano di tenebre che ci circonda».
Mini naja? Meglio il servizio civile. L'impegno che più serve

Per una curiosa coincidenza, la proposta di istituire la mini naja volontaria rilanciata dal presidente del Senato Ignazio La Russa cade proprio nei giorni in cui si ricordano i 50 anni della legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare. Un assist involontario, ma efficace per tornare a dibattere sul significato attuale del principio costituzionale di difesa della patria. Breve riepilogo: la seconda carica dello Stato domenica scorsa, al 150° anniversario della fondazione del Corpo degli Alpini ha annunciato di aver propiziato la presentazione a Palazzo Madama di un disegno di legge che consenta a giovani volontari di trascorrere sotto le armi 40 giorni. Tanti quanti, ai tempi della leva obbligatoria, erano quelli dedicati, con il Car, alla prima istruzione militare delle reclute. L’intenzione è stimolare «la volontà di aiutare la propria patria anche con un breve periodo». L’Italia formalmente ha già una legge, la 122 del 2010, approvata quando lo stesso La Russa era ministro della Difesa, che prevedeva per il triennio 2010-2012 l'organizzazione in via sperimentale di corsi di formazione a carattere teorico-pratico presso i reparti delle Forze armate, per non oltre tre settimane Ma non venne più finanziata.
Oggi si vogliono aggiungere alcuni bonus per i volontari quali i punti per la maturità e per la laurea e un punteggio aggiuntivo per i concorsi pubblici.
Piuttosto che l’addestramento di 40 giorni con bonus rilanciato dal presidente del Senato, servirebbe un serio e più forte investimento anzitutto sull’anno di volontariato sociale per ragazzi e ragazze già vigente e sempre alle prese con tagli ai bandi che ne limitano la diffusione (gli ultimi governi, interpellati ripetutamente anche dal dibattito e dagli appelli pubblicati su “Avvenire”, hanno invertito positivamente la tendenza). L’obiettivo, razionale e ambizioso, dovrebbe essere quello di istituire un periodo di servizio civile universale e obbligatorio. A cosa serve infatti puntare su una proposta di “naja bonsai” già bocciata 10 anni fa o tornare surrettiziamente a suggerire il ripristino della leva obbligatoria? Diciotto anni fa, il nostro Paese, quando era ministro della Difesa l’attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, decise di sospenderla per ragioni strategiche e di bilancio puntando su un esercito più leggero e con una formazione molto più accurata. Si aggiunga che, all’epoca, la crisi del servizio militare obbligatorio era palese, dato che le domande di obiezione di coscienza avevano superato il numero dei militari che prendevano servizio a ogni scaglione.
Si può imparare a difendere la patria senza toccare le armi, esercitando un dovere di cittadinanza e di umanità imparando a trasformare le bibliche lance in aratri sin da giovani, lungo la via aperta dagli obiettori alle guerre di ogni tempo, anche quelle di oggi.
In Italia sono in tanti a pensarla così, in modo trasversale a riferimenti culturali, politici e religiosi, e pure alle generazioni. Perché tra boomers e generazione X – come ci chiamano ironicamente i ventenni di oggi – gli antichi obiettori al militare sono, appunto, trasversali e molto diffusi. E per parecchi di loro quell’esperienza di servizio fu determinante nel dare indirizzo alla propria vita privata, pubblica e professionale. Lunedì mattina, 12 dicembre, a Radio1 Rai si è potuto ascoltare uno di loro, Luca Zaia – presidente leghista della Regione Veneto – controproporre a La Russa, esponente di Fratelli d’Italia, la possibilità di far effettuare a chi lo volesse un servizio civile di 40 giorni. Il concetto di base è chiaro: istituire un servizio disarmato di difesa. Non per offrire manodopera a basso costo alla pubblica amministrazione e neppure per parcheggiare “imboscati”.
Anzi. L’obiettivo può e deve diventare l’istituzione di un servizio civile obbligatorio che raccolga il meglio dell’esperienza dell’anno di volontariato esistente, che possa durare un numero congruo di mesi (dieci come l’ultima naia o almeno sei) e che metta concretamente – come ha più volte sottolineato su questo giornale – diritti e doveri di cittadinanza, per esempio nell’attività di vigilanza e cura di territorio e ambiente davanti a emergenze endemiche e aggravate dai mutamenti climatici, nell’aiutare i fragili e i poveri per prevenire conflitti sociali.
Un servizio che possa formare anche corpi di pace civili internazionali in grado di aiutare le vittime delle guerre e delle crisi ambientali con missioni in loco. Un tempo, insomma, per formare costruttori di pace e aperto anche a chi non è ancora cittadino italiano, che diventi collante di comunità oggi sempre più fragili e strumento di partecipazione e inclusione, le grandi assente di questi anni scontenti e impauriti. E che possa, infine, attualizzare l’idea di risoluzione non violenta dei conflitti , forte negli ideali, ma da aggiornare negli strumenti alla luce delle nuove tecnologie e della nuova situazione geopolitica globale.
Utopie? Se la proposta si ampliasse fino all’istituzione di un servizio civile obbligatorio europeo, faremmo un passo avanti storico e degno di tutti coloro che hanno speso la vita per dire no alle guerre, alle armi e alla violenza.
GLI ARTICOLI DI AVVENIRE SUL SERVIZIO CIVILE
mercoledì 14 dicembre 2022
L’Indonesia, sempre più estremista, introduce il reato di apostasia
Formalmente laico, il paese con la più grande comunità musulmana del mondo scivola verso l'estremismo. Il nuovo codice penale è allarmante
venerdì 9 dicembre 2022
“Antifa, le jeu”, il gioco di società per lottare contro destra e cattolici
Creato da un collettivo antifascista e in vendita nei negozi francesi, invita i giocatori a fare azioni contro "nazionalisti, islamofobi e antiabortisti". Ritirato dalla Fnac ma subito rimesso in vendita, è sold out
Propos racistes, manifs homophobes, violences fascistes, ça suffit :
contre l’extrême droite, à vous de jouer !
Avec quelques ami·es, vous décidez de monter un groupe antifasciste et de mettre en place des actions qui vont vous demander du temps, des moyens, et un peu d’organisation… Mais comme la vie est pleine d’imprévus, les choses ne se dérouleront pas toujours comme vous l’aviez espéré !
Réalisé par la Horde et édité par Libertalia, Antifa le jeu est un jeu de simulation et de gestion dans lequel vous faites vivre un groupe antifasciste local, dans lequel chaque joueur ou joueuse interprète un·e militant·e, avec des compétences particulières.
Initialement utilisé comme outil de formation pendant plus de deux ans, le jeu a finalement été édité en septembre 2021 par les éditions Libertalia. Le jeu a été épuisé en quelques mois, et il a été décidé de le rééditer : si le jeu est le même sur le fond, on en a profité pour le rendre plus simple, plus compact et moins cher.
Dans cette nouvelle édition, la façon de jouer a été simplifiée afin de rendre les parties plus rapides (de 90 minutes dans la première édition, on est passé à environ 30 minutes pour une partie), plus fluides et plus intuitives.
Les différentes phases de jeu sont identiques à celles de la première édition :
1) La mise en place : le groupe se constitue (chaque joueur et joueuse choisit d’incarner un·e militant·e), des événements (d’un niveau de difficulté variable) se sont produits ou vont avoir lieu, et des circonstances particulières viennent poser le cadre de la partie.
2) La réunion : le groupe décide sur quel événement il souhaite réagir et quelles actions organiser face aux événements.
3) La préparation : le groupe va préparer chaque action en utilisant des moyens militants ou matériels.
4) Les actions ont lieu, mais leur efficacité va être impactée par des imprévus, positifs ou négatifs, et par la météo si les actions ont lieu en extérieur.
5) On fait le bilan de chaque action : l’efficacité cumulée des actions prévues face à un événement doit être égale ou supérieure au niveau de difficulté de l’événement. Si c’est le cas, le moral du groupe s’améliorera ; en cas d’échec, le moral du groupe baissera. Il est également possible que des militant·es ou des sympathisant·es se fassent arrêter. Si un·e militant·e se fait arrêter deux fois, il ou elle passe en procès, et le groupe devra mettre en place un comité de soutien le mois suivant…
Le changement le plus important de cette nouvelle édition, c’est le remplacement des jetons par des cartes. Au début de la partie, les joueurs et joueuses prennent en main un paquet de cartes correspondant à ce que sait faire leur militant·e, ce qui leur permet de prendre en compte plus facilement les différents moyens mis à leur disposition. Les compétences spéciales des militant·es sont plus faciles à identifier, mais comme il existe 14 moyens militants et qu’on n’a en main que 12 cartes, cela signifie qu’il y a aussi deux choses que chaque militant·e ne sait pas faire !
La phase de préparation des actions se joue désormais en quatre tours : il n’y a plus besoin de gérer le temps, on part du principe que chaque tour correspond à une semaine, au cours de laquelle chaque militant·e va utiliser un moyen pour préparer une action.
À chaque tour, les joueurs et joueuses posent une carte de leur main (un « moyen militant ») et, s’iels le souhaitent, une carte « moyen matériel », mais en engageant la trésorerie du groupe. On pose ainsi les différentes cartes « moyen » sur le côté gauche des planches action, et c’est leur nombre qui permet de connaitre le niveau d’efficacité de chaque action.
Au fur et à mesure de l’existence du groupe (et donc des parties), les militant·es vont se retrouver dans des situations de plus en plus complexes, présentées dans différents scénarios en utilisant une sélection des cartes du jeu : une bande néonazie s’implante dans la région, votre ville tombe aux mains de l’extrême droite… Plusieurs options (dates anniversaires, motivations secrètes…) sont également proposées, afin de rendre la tâche des joueurs et joueuses plus ardue. Antifa le jeu est aussi un jeu participatif : vous pourrez ainsi imaginer des scénarios et les partager sur le site de La Horde !
LA HORDE
La Horde est un collectif antifasciste issu du réseau No Pasaran. Ses militant·es sont des compagnons de longue date des éditions Libertalia. Ensemble, en 2019, nous avions publié Antifa, de Bernd Langer, une histoire de l’antifascisme en Allemagne.
Intervista ad Emiliano Procucci, ideatore e autore del Film Tv Giovannino Guareschi – Non muoio neanche se mi ammazzano
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