sabato 10 ottobre 2026

L’autodeterminazione prevale sulla libertà religiosa: Zurigo lancia un forte segnale sul suicidio assistito - 28 settembre 2026 - 17:36

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L’elettorato zurighese obbliga case di cura e ospedali a tollerare il suicidio assistito. La decisione pone le istituzioni di ispirazione cristiana di fronte a un dilemma e invia un segnale che va ben oltre i confini cantonali. 


La situazione non cambia: in Svizzera nessuno mette in discussione il diritto al suicidio assistito. Nel Cantone di Zurigo, questa domenica, una maggioranza di due terzi ha approvato una modifica legislativa che obbliga case di cura e ospedali a consentire alle organizzazioni di assistenza al suicidio l’accesso alle persone residenti e a chi è ricoverato.  

Anche quando ciò contrasta con i principi fondamentali di queste istituzioni. 

La proposta riguarda in particolare le quasi 30 case di cura private cristiane del Cantone che rifiutano questa prassi. Dovranno aprire le porte a Exit, Dignitas e ad altre organizzazioni oppure trasferire la propria attività in un altro Cantone che non disponga ancora di una normativa analoga. 

La legge introduce un cambiamento anche per il corpo medico. Anche gli ospedali del Cantone di Zurigo sono ora obbligati a consentire l’accesso a chi accompagna le persone nel fine vita. 

Le voci critiche avevano inutilmente messo in guardia dal possibile contrasto tra cure palliative e assistenza al suicidio negli ospedali, così come il Governo cantonale di Zurigo, che proprio per questo motivo aveva respinto la proposta.


La situazione non cambia: in Svizzera nessuno mette in discussione il diritto al suicidio assistito. Nel Cantone di Zurigo, questa domenica, una maggioranza di due terzi ha approvato una modifica legislativa che obbliga case di cura e ospedali a consentire alle organizzazioni di assistenza al suicidio l’accesso alle persone residenti e a chi è ricoverato.  

Anche quando ciò contrasta con i principi fondamentali di queste istituzioni. 

La proposta riguarda in particolare le quasi 30 case di cura private cristiane del Cantone che rifiutano questa prassi. Dovranno aprire le porte a Exit, Dignitas e ad altre organizzazioni oppure trasferire la propria attività in un altro Cantone che non disponga ancora di una normativa analoga. 

La legge introduce un cambiamento anche per il corpo medico. Anche gli ospedali del Cantone di Zurigo sono ora obbligati a consentire l’accesso a chi accompagna le persone nel fine vita. 

Le voci critiche avevano inutilmente messo in guardia dal possibile contrasto tra cure palliative e assistenza al suicidio negli ospedali, così come il Governo cantonale di Zurigo, che proprio per questo motivo aveva respinto la proposta. 

La situazione non cambia: in Svizzera nessuno mette in discussione il diritto al suicidio assistito. Nel Cantone di Zurigo, questa domenica, una maggioranza di due terzi ha approvato una modifica legislativa che obbliga case di cura e ospedali a consentire alle organizzazioni di assistenza al suicidio l’accesso alle persone residenti e a chi è ricoverato.  

Anche quando ciò contrasta con i principi fondamentali di queste istituzioni. 

La proposta riguarda in particolare le quasi 30 case di cura private cristiane del Cantone che rifiutano questa prassi. Dovranno aprire le porte a Exit, Dignitas e ad altre organizzazioni oppure trasferire la propria attività in un altro Cantone che non disponga ancora di una normativa analoga. 

La legge introduce un cambiamento anche per il corpo medico. Anche gli ospedali del Cantone di Zurigo sono ora obbligati a consentire l’accesso a chi accompagna le persone nel fine vita. 

Le voci critiche avevano inutilmente messo in guardia dal possibile contrasto tra cure palliative e assistenza al suicidio negli ospedali, così come il Governo cantonale di Zurigo, che proprio per questo motivo aveva respinto la proposta. 

Anche per le case di cura cambierà poco. La maggioranza delle oltre 200 strutture zurighesi consentiva già l’accesso alle organizzazioni di assistenza al suicidio. Nelle altre strutture, prevalentemente di ispirazione cristiana, secondo Rickli la maggior parte delle residenti e dei residenti probabilmente non ne farà uso neppure in futuro. 

Rickli prevede che la legge entrerà in vigore la prossima primavera, a condizione che non venga presentato alcun ricorso. 

Il significato più profondo del risultato della votazione

Con questa votazione, la popolazione zurighese ha posto il diritto fondamentale a una morte autodeterminata al di sopra della libertà religiosa e della libertà economica delle case di cura. 

L’opposizione si è raccolta attorno a questi due sistemi di valori. Ne facevano parte l’UDF (Unione democratica federale), partito cristiano conservatore, e il PEV (Partito evangelico svizzero), il cui elettorato proviene in misura significativa dagli ambienti delle chiese libere e guarda con spirito critico al suicidio assistito, sia in generale sia nella sua applicazione alle strutture di cura. A questi si è aggiunta l’UDC (Unione democratica di centro), favorevole a una regolamentazione statale limitata. 


Il PLR (Partito liberale radicale), tradizionalmente liberale sia sul piano economico sia su quello sociale, aveva invece lasciato libertà di voto su un tema che vedeva contrapposte libertà individuale e autonomia istituzionale. Tutti gli altri partiti, dalla sinistra verde fino al Centro, si erano schierati a favore della legge, compreso il Centro, erede del Partito popolare democratico (PPD). Un segnale di quanto anche la base delle chiese nazionali svizzere sia ormai aperta all’assistenza al suicidio. 

Da un punto di vista giuridico, la priorità dell’autodeterminazione è già riconosciuta. Dieci anni fa, in seguito a un ricorso contro una revisione legislativa nel Cantone di Neuchâtel, il Tribunale federale Collegamento esternosi era già pronunciato sulla questione. Aveva stabilito che l’obbligo di tollerare l’assistenza al suicidio incide sulla libertà di fede e di coscienza delle case di cura, ma non in misura tale da prevalere sul diritto all’autodeterminazione.

Con la decisione presa a Zurigo, la strada è ora aperta alle organizzazioni di assistenza al suicidio, che potrebbero chiedere l’introduzione di regole analoghe anche in altri Cantoni o a livello nazionale. Sono state Exit e Dignitas, le due principali organizzazioni svizzere attive in questo ambito, a innescare la revisione legislativa nel Cantone con un’iniziativa. 

Nel paese pioniere dell’assistenza al suicidio vi è bisogno di discutere


La Svizzera, considerata a livello internazionale un Paese pioniere dell’assistenza al suicidio, con la normativa zurighese si avvicina a realtà che, sotto alcuni aspetti, si sono spinte più lontano nella regolamentazione del fine vita.

È il caso del Canada, dove l’accompagnamento alla morte in ospedale è praticato da ormai dieci anni. A differenza di quanto avverrà a Zurigo, tuttavia, la procedura è pienamente integrata nell’attività ospedaliera ed è svolta dal personale medico, un aspetto che anche in Canada continua a suscitare critiche. 

Per la Svizzera, la decisione di Zurigo rappresenta il primo cambiamento significativo da molto tempo. Le norme sull’assistenza al suicidio, rimaste sostanzialmente invariate dall’entrata in vigore del primo Codice penale svizzero nel 1942, continuano a essere considerate tra le più permissive sotto diversi aspetti. Consentono, ad esempio, l’assistenza al suicidio anche a persone che non soffrono di una malattia terminale, purché vi siano un desiderio di morire, la capacità di discernimento e una decisione presa autonomamente dall’interessato. Tuttavia, ogni tentativo di disciplinare la materia con una legge specifica è finora fallito. 

Un dibattito che attende la Svizzera riguarda l’assistenza al fine vita in caso di demenza. In Paesi come i Paesi Bassi, le persone affette da demenza possono mettere per iscritto la propria volontà di morire. L’eutanasia viene poi praticata dal personale medico. 

In Svizzera, invece, questa forma di eutanasia attiva diretta è punibile. Il suicidio assistito deve essere compiuto dalla persona stessa e l’accompagnamento alla morte presuppone la capacità di discernimento di chi desidera morire. 

Le persone affette da demenza che intendono scegliere autonomamente il momento della propria morte sono spinte ad agire. Devono confrontarsi con una domanda complessa: fino a quando posso attendere? 

Un interrogativo che riguarda anche la Svizzera, chiamata prima o poi a definire il proprio quadro normativo. 

 

venerdì 9 ottobre 2026

I cuori trapiantati sembrano acquisire l'età dei corpi dei riceventi


Il fenomeno, ancora da chiarire appieno, si manifesta sia nei topi sia negli esseri umani e potrebbe portare a considerare per il trapianto anche cuori più anziani di quanto si faccia ora

La domanda di trapianti cardiaci è in crescita, ma i cuori dei donatori scarseggiano. L’età restringe ulteriormente il bacino di donatori, poiché i medici preferiscono cuori più giovani, dato che gli organi più anziani sono stati associati a esiti peggiori.

giovedì 8 ottobre 2026

Il crollo a Gaza e la strage di bambini: «Si era festeggiato un matrimonio» di Francesca Ghirardelli - 16 settembre 2026

Alaa Halilo, che vive lì accanto: «Come un bombardamento». Almeno 21 le vittime, tra cui 8 minori. Sono centinaia i palazzi inagibili che sono stati occupati dagli sfollati

«Sul fine vita Bertolaso si è spinto ben oltre la Consulta. Fino a una sanità col dovere di dare la morte» - 16 Settembre 2026

Il consigliere di FdI Matteo Forte smonta la linea dell'assessore dopo il suicidio assistito di Domenico Zuccarella: «Le sue direttive intrappolano i medici e violano l'indirizzo votato dal Consiglio. Scorretto tirare in ballo Lucchina e il caso Englaro»


«Stanco sì, ma non me ne frega niente… Quanto ci mettono a togliermi di torno? Un minuto». C’è tutta la cifra dello stile di Guido Bertolaso nello sfogo a margine del Consiglio regionale di ieri riportato dal Giorno. È il profilo del superconsulente, del «civil servant» da cinquant’anni sulla breccia che riesce a invocare il giuramento di Ippocrate pur di rivendicare l’imperativo di non «fare lo struzzo». L’occasione della resa dei conti in Aula, innescata dall’interrogazione del consigliere di Fratelli d’Italia Matteo Forte, è la notizia del primo caso in Lombardia di suicidio medicalmente assistito interamente presidiato dalle strutture del Servizio Sanitario Regionale: quello di Domenico Zuccarella, cinquantanovenne malato di sclerosi multipla. “Interamente”: se altri pazienti avevano già ottenuto l’autorizzazione al fine vita in Lombardia, per Domenico il servizio pubblico non si è limitato a verificare i requisiti e fornire la sostanza, ma ha messo a disposizione assistenza, presidi, personale medico e persino la struttura. Domenico, infatti, “grazie” alle ormai discusse “linee guida” dell’assessorato, è morto in ospedale.
Se dunque da un lato prosegue il pressing ideologico di opposizioni e radicali, pronti a fare del suicidio assitito la propria bandiera libertaria (la consigliera Carmela Rozza ha annunciato per oggi il deposito della legge di iniziativa popolare targata Associazione Coscioni, mentre il capogruppo dem Pierfrancesco Majorino nei giorni scorsi aveva già promesso una proposta analoga a firma Pd), l’assessorato al Welfare si fa da tempo scudo erigendosi a garante della legalità costituzionale. Nessuna norma autonoma sul fine vita – sostiene l’assessore -, ma semplici indicazioni organizzative per evitare che le singole Asst vadano in ordine sparso, tutelando al contempo la volontarietà degli operatori e la presa in carico del malato. Eppure, proprio nel rivendicare la propria responsabilità gestionale «invece di fare lo struzzo» per aiutare i cittadini e per schermare il sistema sanitario da eventuali danni erariali (con tanto di nuova rievocazione del caso di Eluana Englaro), la Giunta finisce per aprire una faglia profonda con il legislatore regionale. Può una semplice determinazione amministrativa scavalcare l’indirizzo formulato dall’Aula consiliare, che nel novembre 2024 aveva approvato una precisa pregiudiziale di costituzionalità sulla materia? E può la sanità pubblica derubricare la gestione della sofferenza a mera procedura standardizzata, eludendo la riserva di legge del Parlamento? Tempi ne ha parlato con il consigliere di Fratelli d’Italia Matteo Forte, primo firmatario dell’interrogazione e difensore delle prerogative del Consiglio.

Consigliere Forte, con questa seconda interrogazione lei ha riportato in Aula il caso del suicidio assistito gestito dal Servizio Sanitario lombardo. L’Assessore Bertolaso ha difeso la legittimità della procedura sottolineando l’autonomia del paziente: cosa non la convince della ricostruzione della Giunta e perché ha ritenuto fondamentale intervenire di nuovo?

Non mi convincono le linee guida emanate dall’assessorato alla sanità e che sono state seguite nel caso di Domenico Zuccarella, l’uomo che si è tolto la vita il 25 agosto in un ospedale della regione con garantita l’assistenza medica e farmacologica. Siamo ben al di là della depenalizzazione dell’aiuto al suicidio, pur sancita dalla sentenza del 2019 della Corte costituzionale sul famoso caso di Dj Fabo.

Perché “ben al di là”?

Per il semplice fatto che dal riconoscimento di una facoltà dell’individuo, e ben inteso non di un diritto, siamo passati senza soluzione di continuità al dovere di prestare un servizio di morte da parte dell’ente pubblico.

Lei accusa Bertolaso di scavalcare l’indirizzo politico dato dal Consiglio Regionale nel novembre 2024, mentre l’assessore parla di semplici linee guida, «un mero atto amministrativo-organizzativo per garantire uniformità ed evitare che le Asst vadano in ordine sparso», nega che vi sia contraddizione con il Consiglio sostenendo che «il voto del 19 novembre 2024 era su una legge regionale, non su atti organizzativi» e che «stiamo solo applicando le sentenze della Corte Costituzionale». Come risponde?

Che purtroppo l’assessore fa una grande confusione. Quando nel 2024 il Consiglio regionale, su mia iniziativa, ha votato la pregiudiziale di costituzionalità sulla proposta di legge di iniziativa popolare promossa dall’Associazione Luca Coscioni, non è che ha dichiarato di “non sentirsela” di affrontare l’argomento, di “non averne voglia”. Abbiamo votato un documento formale che illustra quanto questa materia, in punta di diritto costituzionale, non è di competenza dell’intero sistema regionale, comprese quindi le strutture sanitarie. Tra l’altro, ricordo che quella pregiudiziale ha passato persino il vaglio del Tar, di fronte al quale la Coscioni l’aveva impugnata. E nella sostanza è stata confermata nelle argomentazioni con cui la stessa Corte costituzionale ha in larga parte cassato le leggi regionali sul fine vita di Toscana e Sardegna. Ma mi permetta di aggiungere un’ultima considerazione.

Prego.

Il voto del 2024 sulla pregiudiziale non è un parere non richiesto, bensì è l’atto con cui il legislatore regionale determina l’indirizzo politico a cui è tenuta tutta la conduzione di Regione Lombardia. Le linee guida di Bertolaso hanno creato di fatto un conflitto tra giunta e consiglio. E poi, francamente, la motivazione di volerle emanare per garantire uniformità tra le aziende ospedaliere è un tantino contraddittoria…

Perché?

Perché per garantirla ed evitare che ogni Asst vada in ordine sparso, si decide che la Lombardia compia una fuga in avanti, crei le condizioni perché ci siano venti procedure regionali diverse in una materia che, tra l’altro, riguarda un diritto fondamentale come quello alla vita, di esclusiva competenza invece dello Stato.

Sulla tutela degli operatori sanitari Bertolaso rassicura “da medico”: «Nessun conflitto deontologico: la partecipazione del personale è su base volontaria e il farmaco viene somministrato autonomamente dal paziente». È così? Che tipo di preoccupazioni vi stanno arrivando direttamente dal personale medico?

La partecipazione è su base volontaria, e ci mancherebbe. Però c’è un giuramento professionale a cui i medici sono tenuti essere fedeli anche se si offrono volontari per prestare assistenza medico-farmacologica a chi vuole porre fine alla propria esistenza. Il giuramento di Ippocrate impegna a difendere la vita, a perseguire il trattamento del dolore, il sollievo della sofferenza e a non compiere mai atti finalizzati a provocare la morte. Fornendo un cocktail di farmaci che arresta l’attività cerebrale e induce una paralisi totale della muscolatura fino a far collassare i polmoni e rimanendo ad osservare il paziente in balìa delle sue sole e ultime forze, il medico sta tenendo fede o no al suo giuramento? Sa cosa c’è scritto a pagina otto delle linee guida di Bertolaso?

No, cosa?

C’è scritto ovviamente che il personale sanitario deve astenersi dal somministrare direttamente il farmaco, altrimenti saremmo di fronte all’omicidio del consenziente, per fortuna punito ancora con la reclusione da sei a quindici anni. Ma, attenzione, «in caso di complicazioni tecniche… il personale sanitario è autorizzato esclusivamente a ripristinare la funzionalità tecnica dello strumento, senza però avviare o completare l’attivazione del dispositivo stesso». Tradotto: medici e infermieri possono intervenire solo se il farmaco letale esce fuori vena, o si ostruisce completamente una vena importante come la femorale, per rianimare il paziente, fargli riprendere coscienza e permettergli di ridare nuovamente il via autonomamente all’infusione letale. Non mi paiono atti finalizzati a perseguire il sollievo della sofferenza e a non provocare la morte.

In Aula lei ha sollevato il tema delle risorse e dei LEA, chiedendosi con quali fondi vengano pagate queste prestazioni. Bertolaso ha tirato in ballo il caso di Eluana Englaro sostenendo che l’omissione della Regione rischierebbe di causare un danno erariale. Che ne pensa di questo riferimento?

Questa è una delle cose che ritengo davvero più antipatiche tra tutte quelle sentite. Si continua a citare la vicenda che ha riguardato Carlo Lucchina, all’epoca direttore della sanità lombarda, che ben quindici anni dopo i fatti che hanno coinvolto Eluana è stato condannato dalla giustizia contabile a pagare all’erario 175mila euro di tasca sua. La colpa sarebbe stata quella di aver impedito alle strutture ospedaliere lombarde che alla Englaro fosse interrotta alimentazione e idratazione, ben otto anni prima che lo Stato prevedesse in una legge che quelli sono trattamenti di sostegno vitale sospendibili a seconda della volontà del paziente. Volontà, tra l’altro, che nel caso di Eluana ricordo fu forzatamente ricostruita a posteriori in base al suo stile di vita. Il povero Lucchina difese sempre quella scelta, che tra l’altro traduceva la volontà politica della giunta Formigoni e della maggioranza che la sosteneva. Oltre che tradurre la normativa all’epoca vigente. Utilizzarla per giustificare oggi prestazioni di suicidio assistito all’interno delle nostre strutture ospedaliere è davvero scorretto. Senza considerare il fatto che, al contrario, l’uso di risorse sanitarie per prestazioni come il suicidio assistito che sono fuori dai LEA, i livelli essenziali di assistenza, espone Regione Lombardia al giudizio della Corte dei Conti.

La consigliera Rozza ha annunciato il deposito della legge di iniziativa popolare dell’Associazione Coscioni firmata da 15.000 cittadini. Come cambierà il dibattito in Consiglio regionale a partire da domani e quali saranno le vostre prossime mosse su questo fronte?

Innanzitutto vedremo il testo che verrà depositato. Dopodiché è difficile pensare nel corso della stessa legislatura che il Consiglio regionale cambi le proprie deliberazioni sullo stesso argomento. Sarebbe contraddittorio.



A Torino riapre la “Stanza dell’Ascolto” per le future mamme che non ascolta nessuno

di Danilo Poggio, Torino

  22 settembre 2026
Nuova convenzione a norma di sentenza del Tar tra Città della Salute e Centro aiuto alla vita di Rivoli per lo spazio di accoglienza di donne che vogliono essere ascoltate da qualcuno nelle loro paure, incertezze e necessità durante la gravidanza. Tornano polemiche già viste, ma i volontari chiariscono le finalità di una presenza amica



Dopo più di un anno di stop, all’Ospedale Sant’Anna di Torino torna la Stanza dell’Ascolto. Dopo l’annullamento della prima convenzione da parte del Tar Piemonte, Città della Salute ha assegnato il servizio al Centro di Aiuto alla Vita e Movimento per la Vita “Giuseppe Foradini” di Rivoli.

Il nuovo affidamento è arrivato al termine di un avviso pubblico riscritto alla luce dei rilievi dei giudici amministrativi. Ora, come prevede la delibera, si procederà alla stipula della convenzione e alla formazione integrativa obbligatoria aziendale per le volontarie.
Lo spazio all’interno dell’Ospedale ostetrico-ginecologico Sant’Anna di Torino era stato previsto già nel 2023 per offrire ascolto e sostegno alle donne in gravidanza in difficoltà economiche, familiari o sociali. Ben presto, però, il tema era diventato oggetto di un duro scontro politico, concentrato soprattutto sulla presenza in ospedale di organizzazioni impegnate nella tutela della vita nascente.
Nel luglio 2025, il Tar Piemonte aveva annullato la convenzione, senza però escludere in linea generale la collaborazione con il volontariato prevista dalla legge 194. La sentenza aveva invece preso in considerazione soprattutto le modalità dell’affidamento e la mancanza di un’istruttoria adeguata sulla capacità tecnica, professionale e organizzativa dell’associazione e sulla preparazione dei volontari. I giudici avevano lasciato aperta la possibilità di riproporre il servizio, purché accompagnato da garanzie più rigorose
Per rispondere ai rilievi del Tar, Città della Salute aveva pubblicato nel gennaio 2026 un nuovo avviso. Agli operatori sono state richieste esperienza documentata, formazione specifica e continua e una preparazione verificata dall’azienda sanitaria.
«Siamo consapevoli – riconosce il vicepresidente della Regione Piemonte Maurizio Marrone – della responsabilità di essere il primo caso nazionale di stanza dell'ascolto gestita da un Centro di aiuto alla vita dentro un ospedale ostetrico-ginecologico pubblico, e per questo abbiamo retto stoicamente ad attacchi politici e giudiziari di ogni genere e intensità, fino alle intimidazioni. La delibera che riapre questo spazio di accoglienza e aiuto ha recepito tutte le osservazioni del Tar e restituisce quindi a tutta Italia un modello replicabile in ogni regione».
L’accesso avverrà soltanto per scelta della donna e il servizio resterà distinto dall’attività sanitaria, senza interferire con il percorso previsto dalla legge per l’interruzione volontaria di gravidanza.

Sarà semplicemente una possibilità di ascolto e di sostegno: «La donna e le sue difficoltà dovrebbero interessare ogni parte politica – commenta Claudio Larocca, presidente Cav-Mpv Rivoli e della Federazione piemontese del Movimento per la Vita –. La Stanza dell’Ascolto realizza proprio quella parte preventiva della legge 194 che chiede di individuare e, quando possibile, rimuovere le cause che potrebbero portare la donna all’aborto. La libertà non può ridursi alla possibilità di interrompere la gravidanza: una donna è davvero libera quando dispone anche di alternative concrete. Offrire aiuto a chi abortirebbe per solitudine o per difficoltà economiche e familiari non significa condizionarne la scelta, ma renderla effettivamente libera». Ma intanto è ripartita la polemica frontale da parte di Pd e Avs contro una iniziativa che giudicano «ideologica».

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martedì 6 ottobre 2026

IL CASO Guai a discutere l'aborto

yahoo.it
mer 23 set alle ore 07:01

lunedì 5 ottobre 2026

FINE VITA «Suicidio assistito? «Noi medici non possiamo restare a guardare»

Lettera aperta di un gruppo di sanitari del network associativo “Ditelo sui tetti”: per un medico partecipare a una procedura di morte comporta una responsabilità morale e deontologica


Il recente caso della morte assistita di Domenico Zuccarella, primo suicidio medicalmente assistito la cui fase attuativa è stata interamente gestita dal Servizio sanitario regionale lombardo, e la recente legge approvata in Veneto hanno riacceso il confronto sul fine vita. Nel dibattito nazionale manca però un elemento che, da medici, riteniamo fondamentale e che attiene al significato delle parole. Non appare banale che la recente enciclica Magnifica humanitas di papa Leone XIV si apra con l’immagine del crollo della Torre di Babele. Nel racconto biblico alla tracotanza degli uomini segue la confusione delle lingue. Nella letteratura più recente Orwell descrive, in 1984, la Neolingua come lo strumento attraverso cui il regime modifica la storia e annulla le coscienze.

Le parole dunque hanno un peso e un significato. È allora necessario chiedersi quale sia il significato più profondo dell’espressione “suicidio medicalmente assistito”, soprattutto quando ci viene detto che esso non coincide né con l’eutanasia, tuttora illegale in Italia, né con l’omicidio del consenziente, reato di cui l’Associazione Luca Coscioni aveva promosso l’abrogazione parziale mediante referendum popolare, dichiarato inammissibile dalla Corte costituzionale con sentenza n. 50 del 2022. E allora di cosa si tratta? Rispondere a questa domanda ha grande rilevanza per chi ha prestato il proprio giuramento professionale secondo il Codice deontologico tradizionale, assumendo l’impegno di «non compiere mai atti finalizzati a provocare la morte», neanche su richiesta del malato. Ma affinché un suicidio sia “medicalmente assistito”, con procedura gestita dal Sistema sanitario, come avvenuto in Lombardia, occorre che un medico prescriva il farmaco letale, che il Sistema sanitario procuri l’apparecchiatura più idonea alla auto-somministrazione, e che, nel caso, ad esempio, di un malato paraplegico impossibilitato a muovere se non gli occhi, sempre un sanitario posizioni un accesso venoso utile all’autosomministrazione del farmaco letale.
Usando una metafora, ci viene richiesto di accompagnare per mano il malato sulla sommità del palazzo, aiutarlo a porsi sul parapetto e osservarlo mentre si lancia giù, ritenendo di non essere partecipi della sua morte. Non sappiamo se chi propone che questa procedura venga legalizzata sia realmente convinto che il medico possa assistere in tal modo un atto suicidario senza esserne eticamente partecipe e deontologicamente responsabile. Se lo è, probabilmente è già vittima della confusione delle lingue. Perché, al di là delle differenti qualificazioni giuridiche, resta una domanda alla quale non possiamo sottrarci: la distinzione tra eutanasia e suicidio medicalmente assistito è altrettanto netta sul piano etico e deontologico? Se il medico prescrive il farmaco letale, il Sistema sanitario lo mette a disposizione e presta l’assistenza indispensabile perché la morte possa verificarsi, possiamo davvero sostenere che il medico rimanga estraneo all’atto, soltanto perché l’ultimo comando è impartito dal paziente?
Perché facciamo tanta fatica a porci questa domanda? Forse perché edulcorare le parole è più confortevole. Se l’“utero in affitto” lo chiamiamo “gestazione per altri” la procedura rimane identica ma assume l’aspetto di un gesto altruistico. Allo stesso modo il termine “suicidio medicalmente assistito” può confortare chi ritenga di aiutare il malato a porre fine a un dolore estremo, senza esserne responsabile.
D’altra parte, in Italia il dibattito sull’eutanasia si confronta inevitabilmente con un ordinamento costituzionale che colloca il diritto alla vita in una posizione apicale tra i diritti della persona. Tanto è vero che godiamo i vantaggi di un Sistema sanitario universalistico che offre cure gratuite a tutti, a prescindere dall’età, dalle condizioni economiche, dal credo religioso e anche dalla cittadinanza perché sì, qualunque cittadino straniero si ammali sul suolo italiano riceve cure gratuite. Introdurre l’eutanasia vorrebbe dire snaturare il Sistema sanitario nella sua missione, modificare il Codice deontologico medico e dichiarare che da questo momento in Italia il principio di autodeterminazione vale più della tutela della vita. È una scelta. Ma bisogna esserne consapevoli e comprendere pienamente la posta in gioco.
Le conseguenze dell’introduzione dell’eutanasia tra i diritti esigibili le possiamo vedere facilmente nei Paesi in cui è legalizzata e dovrebbero indurre il legislatore alla prudenza: un ricorso crescente da parte di chi si sente un peso per una società sempre più individualista, con l’asticella degli aventi diritto che si sposta sempre un po' più su, a comprendere depressi, minori, ultrasettantenni in salute e, domani forse, anche i senzatetto e i pazienti con Alzheimer. È lecito domandarsi, allora, dove venga fissato il limite e, soprattutto, se quel limite sia destinato a rimanere immutabile. Soprattutto in un Paese dove l’offerta di cure palliative copre appena il 30% della popolazione che ne avrebbe bisogno, limitando inevitabilmente la libertà di scelta. Di certo ci conforta sapere che legalizzare l’eutanasia non è un modo per ridurre i costi sociali delle cronicità e dell’invecchiamento, consentendo a chi resta di godere di più risorse. Non lo fanno per questo. Dicono. E le parole, si sa, hanno un peso
Nunzia Decembrino, Neonatologo


L’autodeterminazione prevale sulla libertà religiosa: Zurigo lancia un forte segnale sul suicidio assistito - 28 settembre 2026 - 17:36

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