Franco Gatti - Buccinasco (MI)
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venerdì 2 ottobre 2026
Sul glifosato arriva il parere del RAC: una classificazione come cancerogeno non è giustificata
Il RAC si esprime nuovamente sul rapporto tra glifosato e cancerogenicità, a seguito della richiesta di rivalutazione avanzata dalla Commissione europea dopo la pubblicazione di un nuovo studio dell’Istituto Ramazzini
Come vi avevamo anticipato in un’informativa a marzo nella quale raccontavamo brevemente la storia del problema, un nuovo studio sul glifosato, condotto dall'Istituto Ramazzini (2025), ha riaperto la discussione, ponendo la necessità di una nuova valutazione del potenziale cancerogeno della sostanza.
Pertanto, la Commissione Europea si è mossa per dare mandato al comitato di valutazione del rischio (RAC) dell’agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) di valutare le ultime novità allo scopo di stabilire se i risultati fossero scientificamente robusti e attendibili e, soprattutto, se potessero rimettere in discussione la valutazione effettuata nel 2022 dallo stesso comitato, che aveva confermato la precedente del 2017, concludendo che la sostanza glifosato non necessitasse di una classificazione per cancerogenicità.
In questo contesto, la Commissione ha, inoltre, chiesto a ECHA ed EFSA (autorità europea per la sicurezza alimentare) di contattare l'Istituto Ramazzini per disporre di tutti i dati disponibili, compresi i dati grezzi, al fine di poterli esaminare.
A marzo 2026 si è svolta la consultazione mirata e circostanziata all’analisi del solo nuovo studio, a seguito della quale si è tenuta una discussione preliminare del RAC a giugno 2026.
Il parere finale di RAC di settembre è stato formulato tenendo conto dei commenti e delle osservazioni raccolti sia in fase di consultazione, che a seguito del parere preliminare di giugno.
RAC ha esaminato in dettaglio i dati sugli effetti cancerogeni del glifosato emersi dallo studio e la loro relazione con i criteri CLP applicabili. Sulla base della valutazione e a seguito delle discussioni, RAC ha concluso che i risultati dello studio, di per sé, non soddisfano i criteri di classificazione CLP per classificare il glifosato come cancerogeno; inoltre, il nuovo studio non è sufficiente a rimettere in discussione le conclusioni della valutazione del pericolo del glifosato, basate sul peso delle evidenze, e, in particolare, la precedente decisione del 2022.
Pertanto, RAC ha confermato e concluso che la sostanza non richiede una classificazione per cancerogenicità.
Fonte:
- ECHA – Consultazione mirata sulla classificazione ed etichettatura armonizzate del glifosato
- Normachem (2026) – Glifosato e cancerogenesi: un tema mai esaurito
- Panzacchi, S., Tibaldi, E., De Angelis, L. et al. – Carcinogenic effects of long-term exposure from prenatal life to glyphosate and glyphosate-based herbicides in Sprague–Dawley rats
- RAC 2022 – Opinion proposing harmonised classification and labelling at EU level of glyphosate
- RAC 2017 – Opinion proposing harmonised classification and labelling at EU level of glyphosate
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Deficit/Pil. Il 3 per cento è una regola «senza un perché»
Innanzitutto, vanno ricordati tre fatti.
- Il primo: la fine della procedura di infrazione è sempre stata fissata al 2027; l’unico vero contrattempo è non essere riusciti ad anticipare i tempi.
- Il secondo: nel 2021 il debito pubblico sfiorava il 150 per cento del Pil e il deficit viaggiava su vette comprese tra l’8 e il 9 per cento. Al governo attuale si possono muovere diverse critiche, ma non certo quella di aver scialacquato il pubblico denaro: passare dal 9 al 3,08 per cento nel giro di una sola legislatura è un risultato di tutto rispetto. A maggior ragione se si considera che ad aprile l’Istat si è accorta di un improvviso extra-costo di 8,4 miliardi dovuto al Superbonus grillino (a proposito di mani bucate e soldi buttati dalla finestra).
- Il terzo: quest’anno il deficit italiano equivale alla metà di quello statunitense e supera di slancio i dati di Germania (3,7 per cento) e Francia (5,4 per cento).
La regola del 3 per cento
«Un po’ per caso»
Così, «una sera del 1981», in una riunione durata circa «un’ora», nacque l’idea. «Avevamo pensato in termini assoluti di stabilire come soglia massima 100 miliardi di franchi. Ma era un limite inattendibile data l’alta fluttuazione dei cambi e le possibili svalutazioni. Quindi decidemmo di dare il valore relativo rispetto al Prodotto interno lordo che all’epoca era di 3.300 miliardi. Da qui il fatidico 3 per cento. Qualche mese dopo, Mitterrand parlò ufficialmente della regola per il controllo dei conti pubblici. La Finanziaria si chiuse con uno squilibrio di 95 miliardi. Ma Laurent Fabius, allora premier, anziché dare la cifra parlò di un deficit pari al 2,6 per cento del Pil. Faceva molta meno impressione. Così è cominciato tutto».
Da quel momento in avanti, grazie alla benedizione di Jean-Claude Trichet, il parametro è scivolato dritto nel Trattato di Maastricht. Da quella lontana sera del 1981 in cui fu partorito un po’ per caso – chiosava Abeille – quel 3 per cento è diventato lo sfondo immutabile delle nostre vite. Senza che nessuno «si chieda più il perché».
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