Sul sito di Springer Nature è disponibile un PDF in vendita a 39,95 dollari. Lo si può pagare e scaricare, ma, quando lo si apre, non contiene niente: una pagina bianca e una riga che annuncia il ritiro del testo “per violazione”. L’autore di quelle pagine vuote è Max Planck, premio Nobel per la fisica, morto nel 1947 — uno scienziato le cui opere sono di dominio pubblico quasi ovunque nel mondo. Il saggio che dovrebbe trovarsi lì è stato letto, ristampato e citato per ottant’anni. Oggi, sulla piattaforma che dovrebbe custodirlo, semplicemente non esiste più.
Prima di essere pubblicata, la seguente lettera è stata sottoscritta da oltre 270 medici di diverse Regioni italiane
Siamo un gruppo di medici di varie specializzazioni; scriviamo in riferimento alle dichiarazioni dei medici del Veneto, nelle figure dei presidenti degli Ordini, in materia di fine vita ed in particolare a riguardo della legge sul suicidio assistito in discussione nelle aule Parlamentari. Tali dichiarazioni, che fanno eco a quelle del Presidente dell’Ordine dei Medici di Parma del novembre u.s., ricordano a tutti la natura della professione medica, in un contesto di sostanziale silenzio (o accondiscendenza?) da parte della classe medica stessa. In particolare, condividiamo il principio secondo cui l'attività medica è ontologicamente in opposizione al suicidio: si studia anni per cercare di curare al meglio il paziente, non per eliminarlo. Pertanto, il suicidio medicalmente assistito è deontologicamente non accettabile.
Sosteniamo anche l’affermazione secondo cui una legge sul suicidio assistito non è, ad oggi, necessaria in Italia. Qualunque testo di legge, anche il più garantista, introdurrebbe, nei fatti, il suicidio come diritto, secondo l'illusione che la soluzione dei problemi della vita possa essere la fine della vita stessa, aprendo ad un piano inclinato che porta al suicidio persone malate di depressione o solo perché anziane, come già accade in altri paesi dove queste leggi sono approvate da anni e da cui occorre imparare.
Vogliamo, inoltre, sottolineare i seguenti aspetti: - La possibilità da parte del paziente di rifiutare le cure è già chiaramente garantita dall'attuale ordinamento; ogni persona, infatti, oggi ha il diritto di non acconsentire a terapie che ritiene eccessivamente gravose, pur proposte dal medico in “scienza e coscienza” e secondo criteri di appropriatezza clinica. Questo diritto si deve accompagnare alla certezza di non essere abbandonati, attraverso un adeguato accesso alle cure palliative che hanno lo scopo di prendersi in carico e accompagnare il paziente e la sua famiglia per tutto l’iter di malattia cronica non guaribile, fino alla fine. - Le successive sentenze della Consulta dal 2019 in poi hanno introdotto una sorta di diritto al suicidio assistito “gratuito”. Infatti, tramite una assai discutibile se non indebita invasione di campo nei confronti del potere legislativo, mediante un'interpretazione di parte dei diritti costituzionali non solo si è arrivati a forzare il Parlamento a legiferare in materia di suicidio assistito, ma anche a deciderne le condizioni di attuazione: esiste forse un diritto a disporre della propria vita obbligando la società a farsi carico di terminarla?
Desideriamo, pertanto, richiamare le radici della professione medica, il cui obiettivo è il perseguire il bene dei pazienti in scienza e coscienza, con lo scopo di guarire quando possibile o di curare ed accompagnare il malato inguaribile rispettando la sua dignità. Come diceva Cicely Saunders, fondatrice degli Hospice e contraria a forme di eutanasia: “Tu sei importante perché sei tu, e sei importante fino all’ultimo momento della vita. Faremo tutto ciò che è in nostro potere non solo per aiutarti a morire in pace, ma anche per farti vivere fino al momento della tua morte”. Noi andiamo a lavorare tutti i giorni desiderando guardare i nostri malati in questo modo, in tutte le fasi della loro malattia.
Da ultimo, desideriamo anche richiamare la società a ripensare il suo ruolo in questo delicato momento storico, perché è attraverso forme di carità e solidarietà civile che offrono una prossimità umana al bisogno del malato e della sua famiglia, che un popolo cresce e si educa alla speranza.
Nell’estate di cinquant’anni fa il disastro dell’Icmesa con la nube di diossina sulla città brianzola scatenò una campagna per interrompere le gravidanze per il sospetto (infondato) di malformazioni fetali. A battersi per fermare gli aborti il cardinale Giovanni Colombo e la Chiesa ambrosiana
Il 22 maggio del 1998 un gruppo di ragazzi ventenni, provenienti dalla cittadina lombarda di Seveso, nel territorio dell’arcidiocesi di Milano, si diressero in Vaticano indossando magliette bianche con la scritta: “Grazie Cardinal Colombo”. La stessa frase fu stampata su un grande striscione da loro innalzato quello stesso giorno nell’Aula Paolo VI, durante l’udienza concessa da Giovanni Paolo II a migliaia di aderenti al Movimento per la Vita.
Il cardinale Giovanni Colombo, che era stato arcivescovo di Milano per più di tre lustri, dal 1963 al 1979, era scomparso sei anni prima, il 20 maggio del 1992, ma quei giovani, nati tra il 1976 e il 1977, con quel gesto inusuale, riconoscevano di essergli debitori della loro stessa vita. Cinquant’anni fa, nell’estate del 1976, l’allora arcivescovo di Milano si era infatti rivolto, con caparbia determinazione, ai loro genitori, dopo il disastro ambientale che aveva investito il comune di Seveso e quelli limitrofi, in seguito alla fuoriuscita di una nube fortemente tossica di diossina, che aveva invaso l’area. Si era sparsa pertanto la voce che quella tossicità avrebbe potuto arrecare gravi malformazioni ai nascituri e l’opinione pubblica fu sensibilizzata sulla possibilità che, per le donne gravide della zona, fosse resa attuabile l’interruzione volontaria della gravidanza, non ancora riconosciuta lecita dallo Stato, ma sulla cui legalizzazione, proprio in quegli anni, si dibatteva in Parlamento (la legge arrivò poi nel maggio 1978).
Il cardinale Colombo implorò le donne che attendevano un figlio a non lasciarsi prendere dalla paura e a non credere «a tutte le voci allarmistiche, spesso incontrollate, spesso manipolate con intendimenti interessati e faziosi». E qualche giorno dopo, per scongiurare il rischio che qualcuna di quelle vite innocenti potesse essere soppressa mediante aborti terapeutici, l’arcivescovo si fece portavoce della disponibilità di alcune famiglie della diocesi ambrosiana ad adottare i bambini che, a causa dell’incidente di Seveso, fossero eventualmente nati deformi, «così da accendere una piccola, necessaria, speranza in chi non si sente di accedere all’aborto e teme di non avere la forza di tenere presso di sé un figlio minorato».
La soluzione prospettata da Colombo incoraggiò molte donne a portare a termine la gravidanza. A dispetto delle più fosche previsioni, nessuno dei bimbi nati nei mesi successivi all’incidente riportò menomazioni o deformità. All’inizio di agosto l’arcivescovo si recò a Seveso per visitare la popolazione locale duramente colpita e celebrò una Messa davanti a 1.500 persone, incoraggiandole ed esortandole a non restare inermi di fronte al disastro che aveva colpito quel territorio.
Proprio l’arcidiocesi di Milano, su impulso del cardinale Colombo, nell’agosto del 1976 costituì un Ufficio decanale di Assistenza e Coordinamento (Udac), con sede presso il Centro parrocchiale di Seveso, che divenne in breve tempo un punto di riferimento molto importante per la gente del luogo, costretta ad abbandonare l’area contaminata. A cura dell’Udac, che era guidato dal medico Ambrogio Bertoglio, venne inoltre pubblicato il giornale Solidarietà, animato da monsignor Gervasio Gestori, futuro vescovo di San Benedetto del Tronto, insieme al quale collaborarono pure altri degli allora docenti del Seminario di Venegono, tra i quali il futuro cardinale e arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi e monsignor Giovanni Battista Guzzetti. Nel periodo immediatamente successivo al disastro, per oltre un anno, il periodico arrivò a distribuire circa 60mila copie, battendosi – accanto ad Avvenire sul piano nazionale – per la difesa della vita umana, particolarmente di quella nascente.
A questo proposito il 10 settembre e il 19 ottobre del 1976 la Conferenza episcopale italiana emise due comunicati con i quali deprecò la strumentalizzazione dell’incidente di Seveso compiuta nei confronti dell’opinione pubblica e indisse per il 2 gennaio 1977 una giornata di preghiera e di riflessione. Il 23 aprile del 1977 una futura mamma di Seveso portò la sua testimonianza alla grande manifestazione per la “Celebrazione della vita” che si tenne allo stadio San Siro di Milano alla presenza di oltre settantamila persone, della quale fu ospite anche Madre Teresa di Calcutta,
Montini infatti, con la sua meditata lettera pastorale Per la Famiglia Cristiana, del febbraio 1960, e ancor prima con il Sinodo minore diocesano, convocato nel 1959 per discutere sul tema del matrimonio e della famiglia, aveva avviato un’articolata riflessione su questi argomenti, alla quale Colombo non si sottrasse, ma che anzi volle proseguire. Sulle tematiche connesse all’educazione cristiana, in rapporto alla famiglia, il cardinale era intervenuto già durante il Concilio, ed è grazie alle acquisizioni conciliari, per Colombo, che la Chiesa ha raggiunto una visione del matrimonio e della famiglia più integrale, più equilibrata, più rasserenatrice, dunque più evangelica. Commentando l’enciclica Humanae vitae promulgata da Paolo VI nel 1968, il suo successore sulla cattedra ambrosiana richiamò i fedeli al senso ultimo e provvidenziale che governa ogni evento della vita umana, ponendo quindi anche il matrimonio e la creazione della famiglia in una prospettiva trascendente.
Negli anni del suo episcopato, per tutelare l’istituzione familiare, minacciata dall’introduzione della legge sul divorzio nella giurisprudenza italiana – confermata poi dal referendum popolare del 1974 – e, successivamente, dalla legalizzazione dell’interruzione di gravidanza, Colombo aveva avviato sin dal 1970 i Programmi pastorali incentrati sulla pastorale dei sacramenti e la famiglia. Tali Programmi pastorali della diocesi di Milano anticiparono i Piani pastorali della Conferenza episcopale italiana, impostati su “Evangelizzazione e sacramenti”, che furono proposti a partire dal 1973. Sempre cinquant’anni fa, quando nell’ottobre 1976 la Cei organizzò a Roma il I Convegno ecclesiale nazionale su “Evangelizzazione e promozione umana”, nel territorio ambrosiano si esaminava “L’originalità cristiana della famiglia per l’evangelizzazione e la promozione umana”. L’insistenza, nella pastorale milanese, sulla tematica familiare connessa ai sacramenti era dovuta alla profonda convinzione del cardinale Colombo che solo indugiando sulle medesime questioni si sarebbe alimentato un vero costume pastorale, determinando «concreti e saldi comportamenti cristiani». Proprio a margine del Convegno ecclesiale “Evangelizzazione e promozione umana”, Paolo VI volle incontrare e ringraziare personalmente i responsabili dell’Ufficio decanale di Assistenza e Coordinamento di Seveso, ricevendoli il 31 ottobre 1976 e manifestando loro il suo apprezzamento per la testimonianza di fede e coraggio offerta e per la concreta attività compiuta a beneficio della popolazione colpita, non solo a Seveso ma pure nei territori limitrofi.
Alla gente di Seveso il Papa rivolse il suo pensiero anche la vigilia di Natale del 1976, e il 24 dicembre indirizzò un messaggio al cardinale Colombo esprimendo la sua vicinanza alle famiglie della diocesi ambrosiana, a lui tanto cara, «forzatamente lontane dalle loro abitazioni e alloggiate in alberghi di fortuna». «Intimamente partecipi ai loro disagi – scriveva il Pontefice – noi ci facciamo pellegrini nel desiderio e bussiamo alle loro porte per recare una parola di conforto e di cristiana speranza e mentre sollecitiamo ancora la fattiva solidarietà di tutti a cominciare dai responsabili della cosa pubblica affidiamo questi diletti figli alla particolare protezione di Maria Vergine e di san Giuseppe che ben conobbero l’amarezza di non poter offrire al neonato Redentore il tepore accogliente della loro casa lontana. Le saremo grati – chiedeva Paolo VI al cardinale Colombo – se vorrà farsi interprete di questi nostri sentimenti presso i cittadini di Seveso ai quali impartiamo di cuore una speciale Benedizione Apostolica propiziatrice di quella pace che gli angeli annunziarono nella notte santa».
I nuovi "preparati" a base di cannabis possono contenere quantità di principio attivo superiori all’80%. Una trasformazione che accresce i pericoli per gli adolescenti
Dopo i casi del Belgio, ora anche nei Paesi Bassi arriva la morte procurata a un piccolo con meno di 12 anni, del quale non si sa nulla salvo che era malato terminale. La riforma del 2024 alla legge del 2002 che ormai causa il 6% dei decessi totali ha fatto la sua prima vittima
Nei Paesi Bassi è stato confermato il primo caso di eutanasia di un bambino malato terminale, avvenuto alla fine del 2025. Le autorità del Paese non hanno fornito né il nome né l’età e il sesso del bimbo. La notizia è stata data in Parlamento solo in questi giorni dal ministro della Salute Sophie Hermans, che fa parte dell’attuale governo di coalizione di minoranza insediatosi lo scorso febbraio. La segnalazione è giunta dalla Commissione Rte, chiamata a valutare – a morte avvenuta – se sono state rispettate tutte le regole della legge olandese sull’eutanasia modificata nel 2024 per consentire questa pratica anche sui bambini da 1 a 12 anni. Sino al 2024 (dal 2014) si poteva già applicare ai neonati e ai bambini dai 12 anni in avanti.
Estate, vacanze, mare. Mettiamo la protezione solare. Andiamo a fare una nuotata. Gesti semplici, quotidiani, spontanei. I cui effetti, però, vanno ben oltre il nostro corpo. Parliamo dell’impatto dei filtri UV (ossia raggi ultravioletti) sull’ambiente marino, dei rischi connessi ad alcune formulazioni e di come scegliere consapevolmente la prossima protezione solare, pensando non solo alla nostra pelle ma anche alla salute degli ecosistemi. A guidarci è Gianluca Selvestrel, a capo dell’Unità di Sostenibilità Ambientale per i Sistemi Industriali e Sanitari dell’Istituto Mario Negri.
Ha lottato a mani nude contro il potere. Jerome Lejeune
15 Giugno 2026
“Un grande cristiano del XX secolo”, l’ha definito Giovanni Paolo II, un apostolo della vita, uno scienziato che ha usato le sue competenze non per accumulare onori e riconoscimenti ma per promuovere la vita dei più deboli, i bambini non ancora nati e quelli nati con la sindrome di Down. Parliamo di Jerôme Lejeune (1926-1994).
È nato cent’anni fa, il 13 giugno 1926. Ha vissuto la prima parte della giovinezza in mezzo al conflitto di una guerra devastante. Ed è stata proprio questa esperienza che lo ha sollecitato a scegliere la medicina. Appena laureato, nel 1951, riceve la proposta di collaborare con il professor Turpin per studiare le cause del mongolismo, come allora veniva chiamata una patologia che presentava specifici tratti somatici. La ricerca ribaltò radicalmente le conclusioni del dott. Langdon Down che, nella seconda metà dell’Ottocento, aveva attribuito la malattia al corredo genetico dei genitori. Lejeune invece scoprì che la causa era di origine genetica, dipendeva dal fatto che queste persone avevano un cromosoma in più.
Questa scoperta aprì nuove prospettive per la genetica ma fu usata anche per promuovere e favorire l’aborto dei bambini con sindrome di Down. Un esito imprevisto che ha trovato in Lejeune un fiero oppositore e gli ha causato l’avversione ostinata del potere scientifico e politico. Il mondo non perdona chi decide di uscire dai binari del politicamente corretto e si oppone alla deriva relativista e sostanzialmente liberticida. Un uomo che si sottrae al mantra ideologico imposto dalla cultura non ha diritto di sedere al banchetto della società né può ricevere i finanziamenti necessari alla sua ricerca. È quello che avviene anche oggi. Forse è per questo, cioè per non perdere sovvenzioni pubbliche, che anche oggi grandi organizzazioni internazionali, anche di matrice cattolica, non pronunciano mai un chiaro giudizio sull’aborto, si adeguano ai diktat del potere culturale. Lejeune non lo ha fatto. Non ha svenduto la coscienza per un pugno di denaro. Non ha permesso ad altri di comprare il suo silenzio.
Jerôme Lejeune ha saputo intrecciare scienza e fede, anzi ad essere precisi possiamo dire che ha fatto della fede il punto di partenza e il costante riferimento di tutta la vita. Il successo non gli ha dato alla testa né lo ha fatto diventare ricco. Eppure, se avesse voluto … avrebbe potuto ricevere premi e denaro in grande quantità. E invece ha ricevuto ingiurie e persecuzioni, proprio quello che Gesù ha promesso ai suoi discepoli fedeli:
“Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Matteo 5,11-12).
Parole che noi dimentichiamo facilmente. Lejeune invece sapeva che avrebbe incontrato ostilità di ogni genere, sapeva che anche tanti amici avrebbero voltato le spalle ma… sapeva anche di difendere la verità più semplice, quella cioè di ricordare che la vita inizia dal concepimento e come tale va accolta e custodita. Una verità semplice che pochi giorni fa Papa Leone ha ricordato al Parlamento spagnolo e lo ha fatto con parole che non possono lasciare spazio a interpretazioni:
“Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri? La difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà.Ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza. Quando questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo:servire e proteggere ogni persona. Per questo, la grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, nella sua capacità di accompagnare, proteggere e amare quelle vite segnate da maggiore fragilità” (8 giugno 2026).
Lejeune non si è allineato al potere politico e culturale che aveva deciso di abbracciare una cultura abortista. Lui non poteva mettersi al servizio di un progetto di morte. La verità costa e Jerôme ha pagato un prezzo altissimo per difendere la vita di questi piccoli. È stato osteggiato dalla comunità scientifica, emarginato dalle istituzioni pubbliche, privato dei fondi per le sue ricerche, ha subito minacce e intimidazioni da quei gruppi culturali che facevano dell’aborto una bandiera di libertà. E tuttavia, non si lamentava, “siamo nelle mani di Dio”, diceva spesso. E lo ha ripetuto due giorni prima di morire.
La testimonianza diJérôme Lejeune è davvero affascinante, è una delle figure emblematiche del nostro tempo. In un’epoca in cui la Chiesa appare attraversata da non poche ombre, spesso a causa dalla cattiva testimonianza dei Pastori, ci sono laici che vivono la fede con limpidezza e coraggio, sfidando l’impopolarità e accettando l’emarginazione. Lejeune appartiene a questa categoria. Non è stato solo un grande scienziato ma un autentico uomo di fede. Un credente che ha portato Dio in ogni ambito della sua vita.
Lejeune non aveva mai parole di avversione contro i suoi ostinati oppositori. Il Vangelo insegna che l’amore abbraccia tutti, anche quelli che non la pensano come noi, anche a quelli che ci combattono. Un giorno, un figlio di Lejeune disse al padre, riferendosi a quelli che lo minacciavano e gli impedivano di parlare in pubblico: “Papà, devi difenderti. Queste persone sono cattive”. Il padre rispose: “Sono violenti, sì, ma non cattivi. Non spetta a me giudicare. Dobbiamo giudicare gli atti, mai le persone. Io combatto le false idee, non gli uomini” (Jerôme Lejeune. La liberté di savant, 203-204).
Ha rinunciato al successo e al consenso per custodire la verità sulla persona umana. È rimasto a servizio della vita ed è morto, il 3 aprile 1994, proprio nel giorno in cui la Chiesa celebrava la Pasqua. Quando fu annunciato a Giovanni Paolo II la morte dell’amico Jerôme Lejeune, il Papa disse: “Mio Dio, avevo tanto bisogno di lui”. E noi abbiamo bisogno di uomini come lui, gente che non segue le mode perché ama la verità, non cerca privilegi degli uomini perché preferisce restare nell’abbraccio di Dio, affronta le tribolazioni del mondo con la forza che viene dalla consolazione di Dio. Jerôme ha concluso la sua vita ma, come direbbe santa Teresa, dal Cielo continua il suo impegno per la verità. Il 21 gennaio 2021 Papa Francesco lo ha dichiarato Venerabile. La Chiesa ci autorizza perciò a invocarlo, certi di poter contare sulla sua intercessione.