L'estate è il tempo delle fotografie: i piedi nella sabbia, i tuffi riusciti e quelli finiti male, i gelati che si sciolgono prima ancora d’essere mangiati, le gite con lo zaino in spalla. È anche il tempo in cui i social network si riempiono di bambini (per lo più in costume da bagno) che ridono, giocano, corrono sulla battigia o si addormentano sfiniti sul sedile dell'auto dopo una giornata di mare: scene che raccontano la felicità delle famiglie e il meritato, condiviso riposo dopo il lungo inverno.
Nel frattempo però, tra una storia su Instagram e un album su Facebook, accade qualcos’altro (la collega Flavia Brevi lo spiega in una bella puntata della sua newsletter,
che ti consigliamo di leggere): i ricordi che dovrebbero essere custoditi da chi li vive diventano
contenuti pubblici; i momenti destinati a restare dentro a una famiglia iniziano un viaggio che non si può più controllare fatto di like, condivisioni, repost, i cui autori sono spesso perfetti sconosciuti.
Avrai sentito parlare di sharenting, la parola inglese che indica la condivisione sistematica della vita dei figli sui social. La sua nuova declinazione è il fenomeno delle pagelle pubblicate online: fotografie dei voti, complimenti a profusione, orgoglio genitoriale allo stato puro esibito davanti alle rispettive community. In realtà si tratta solo dell’ultimo capitolo di una storia che comincia, molto spesso, con il post della prima ecografia, della prima poppata, del dentino caduto, dell’asilo, della scuola, delle candeline soffiate al compleanno e chi più ne ha più ne metta: questa storia la raccontano mamma e papà al mondo e accompagna tanti bambini molto prima che possano decidere chi vogliono essere e che storia vogliono raccontare loro.
Prendi Marta: ha appena finito la prima superiore, è una ragazza timida, un po’ introversa. Un suo compagno ha ritrovato online una fotografia di quando aveva 5 anni, durante una vacanza al mare. Era paffutella ai tempi; quel giorno, in particolare, aveva i capelli arruffati, il costume metà abbassato ed era tutta sporca di sabbia. Non è una foto offensiva, affatto: sua madre l’ha pubblicata con amore, anzi, accompagnando lo scatto con una frase sdolcinata. A corredo, una cascata di cuori e faccine sorridenti di parenti e amici. Eppure la stessa foto, copiata e incollata da quel compagno nella chat di classe, ha scatenato commenti, prese in giro e battute che hanno imbarazzato Marta, finendo col ferirla. Il suo è solo uno dei tanti casi finiti sul tavolo dello studio di
Marisa Marraffino, avvocata, esperta di diritto informatico, consulente legale di Terre des Hommes e componente del gruppo di lavoro sull'Intelligenza artificiale del Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi. È un’amica di
Avvenire da anni, da anni entra anche nelle scuole di tutta Italia per parlare di privacy, identità digitale e rischi della rete. Ed è stata lei a segnalarci che sempre più adolescenti hanno iniziato a chiedere aiuto legale per cancellare le fotografie pubblicate online dai loro genitori quando erano piccoli. Si sentono calpestati, traditi, violati.
Per Marisa è il segnale di un cambiamento generazionale che gli adulti stanno ancora sottovalutando. «La verità – ci ha detto – è che il problema non sono affatto gli adolescenti, siamo noi. E gli adolescenti se ne stanno accorgendo, lo vedono benissimo. Da anni ripetiamo loro che Internet non dimentica, che la privacy è un diritto, che bisogna stare attenti a ciò che si pubblica, che nessuno può toccare il loro corpo senza consenso. Poi, però, siamo noi i primi a violare questi principi, senza chiedere alcun permesso, esponendoli anche fisicamente come fossero trofei». Marisa sul punto diventa intransigente: «Siamo di fronte ad abusi veri e propri, che vengono agiti da chi dovrebbe essere maggiormente impegnato nella difesa dei diritti dei propri figli, e che devono essere fermati oltre che sanzionati».
La legge aiuta. Dai 14 anni un ragazzo
può rivolgersi direttamente al Garante per la protezione dei dati personali e chiedere la rimozione dei contenuti che lo riguardano. La procedura richiede pochi minuti. Prima di quell'età, se i genitori non tutelano il suo interesse, può intervenire perfino un curatore speciale nominato dal giudice (di solito si tratta di un avvocato esperto in questa materia). È un passaggio culturale prima ancora che giuridico: significa obbligare gli adulti a riconoscere che un figlio ha diritto a costruire la propria identità digitale e a disporre del proprio corpo digitale. Facciamolo prima che si debba rivolgere a uno studio legale...
Post scriptum: ma perché, poi, continuiamo a pubblicare tutto?
Abbiamo approfittato di Marisa e lo abbiamo chiesto a lei, imparando la teoria dell’algoritmo dell’infelicità: «Viviamo immersi in un flusso di immagini che ci mostrano continuamente la felicità degli altri. Finiamo per convincerci che anche la nostra debba essere raccontata e dimostrata, a tutti i costi. E i figli sono il modo più semplice per raccontare il successo della nostra vita: li usiamo cercando disperatamente di gareggiare col mondo, di guadagnare il nostro posto sul grande palcoscenico dei social. Peccato che ci sia sempre qualcuno di più felice, di più ricco, di più bello, di più bravo. La gara così non finisce mai. E la felicità, quella vera, resta altrove. La felicità non ha bisogno e non ha tempo d’essere pubblicata».
Le abbiamo chiesto anche qualche consiglio per uscirne, che ti incolliamo qui di seguito in un piccolo elenco:
• mettere in valigia una vecchia macchina fotografica, che tutti abbiamo in qualche cassetto, e scattare un numero incalcolabile di foto delle vacanze;
• decidere insieme ai nostri figli quali sviluppare, quali mettere in cornice, quali regalare a parenti o amici e anche quali cancellare;
• se proprio si deve usare lo smartphone, farlo per condividere le foto coi nonni nelle chat riservate (e poi rimetterlo subito in borsa);
• vivere e condividere ogni momento possibile in famiglia per il gusto di farlo, non di mostrarlo;
• lasciare ai figli, tra le varie libertà, quella di costruire un giorno (quando e come vorranno) il racconto della propria vita.