Ascoltare la voce di chi soffre patologie gravi rimette al centro la prospettiva umana, rimossa da un approccio procedurale. E fa capire che chiedono la protezione della loro vulnerabilità
Quanti bambini nascono in Europa ogni anno da concepimento in provetta? 247mila, quasi il 7% ormai dei 3,7 milioni dei nati ogni anno nei Paesi del continente. Mentre calano i neonati europei in generale, crescono quelli frutto di procreazione artificiale. E ancor di più aumentano le nascite da embrioni congelati. Ecco i dati, e la nostra lettura.
Nel 2023 nati 247mila bambini con Pma. Ma restano rischi per la salute della donna. Il professor Ghi (Università Cattolica): «Servono politiche che aiutino le coppie ad avere figli. Gradito alle donne l'approccio dell'ambulatorio del Gemelli, che favorisce una procreazione naturale»
Due canadesi hanno chiesto un risarcimento alla donna che ha portato in grembo loro figlio perché si è rifiutata di abortire. Se c'è un contratto non c'è amore, e il bambino è un prodotto che si può scartare
Che la gestazione per altri sia un sistema dove i desideri dei più forti diventano ordini e dove il bambino è ridotto a una merce con tanto di clausole di recesso, lo racconta bene una vicenda recente accaduta in Canada, Paese in cui la gestazione per altri è “solidale” e il Sistema sanitario nazionale copre gran parte delle spese. La storia, poco ripresa sui media italiani, è stata raccontata dal National Post:
Una coppia canadese ha intentato causa contro la madre surrogata che ha portato in grembo il loro figlio, due anni dopo che quest’ultima si era rifiutata di interrompere la gravidanza a causa di una labiopalatoschisi e di possibili anomalie genetiche. La madre surrogata, residente in Ontario, ha insistito affinché venissero effettuati ulteriori esami e alla fine la coppia omosessuale ha acconsentito a portare avanti la gravidanza, poiché gli specialisti hanno indicato che il bambino era sano e presentava una malformazione congenita relativamente lieve. Ma in una causa intentata presso la Corte Superiore dell’Ontario lo scorso maggio, i genitori sostengono che la donna non li abbia tenuti informati sulla salute del bambino, abbia messo a rischio il piccolo, abbia causato loro un forte stress emotivo e abbia violato la loro riservatezza, accuse che la madre surrogata nega con veemenza. Nell’atto di citazione non si menziona specificamente la loro richiesta, avanzata nel giugno 2024, di interrompere la gravidanza alla ventiduesima settimana. Tuttavia, sia la madre surrogata che il responsabile dell’agenzia che le ha messe in contatto affermano che il rapporto ha iniziato a deteriorarsi dopo il disaccordo sull’aborto.
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«Vogliamo interrompere la gravidanza in conformità con il nostro contratto»
La coppia gay avrebbe chiesto un risarcimento di 600.000 dollari perché, sostanzialmente, la madre surrogata di loro figlio non avrebbe eseguito i loro ordini, rifiutandosi di abortire dopo che sembrava che il feto avesse una malformazione (poi rivelatasi lieve) e scegliendo di partorire in casa.
La donna racconta che il loro rapporto è stato positivo durante i primi mesi di gravidanza, ma poi, alla fine di giugno del 2024, ha comunicato loro i risultati di un’ecografia che indicava la presenza di una labiopalatoschisi nel bambino, forse anche di una palatoschisi e di un piccolo difetto cardiaco. La madre surrogata a quel punto ha ricevuto una lettera dal tono formale e legale dai “genitori intenzionali”.
Prima di essere pubblicata, la seguente lettera è stata sottoscritta da oltre 270 medici di diverse Regioni italiane
Siamo un gruppo di medici di varie specializzazioni; scriviamo in riferimento alle dichiarazioni dei medici del Veneto, nelle figure dei presidenti degli Ordini, in materia di fine vita ed in particolare a riguardo della legge sul suicidio assistito in discussione nelle aule Parlamentari. Tali dichiarazioni, che fanno eco a quelle del Presidente dell’Ordine dei Medici di Parma del novembre u.s., ricordano a tutti la natura della professione medica, in un contesto di sostanziale silenzio (o accondiscendenza?) da parte della classe medica stessa. In particolare, condividiamo il principio secondo cui l'attività medica è ontologicamente in opposizione al suicidio: si studia anni per cercare di curare al meglio il paziente, non per eliminarlo. Pertanto, il suicidio medicalmente assistito è deontologicamente non accettabile.
Sosteniamo anche l’affermazione secondo cui una legge sul suicidio assistito non è, ad oggi, necessaria in Italia. Qualunque testo di legge, anche il più garantista, introdurrebbe, nei fatti, il suicidio come diritto, secondo l'illusione che la soluzione dei problemi della vita possa essere la fine della vita stessa, aprendo ad un piano inclinato che porta al suicidio persone malate di depressione o solo perché anziane, come già accade in altri paesi dove queste leggi sono approvate da anni e da cui occorre imparare.
Vogliamo, inoltre, sottolineare i seguenti aspetti: - La possibilità da parte del paziente di rifiutare le cure è già chiaramente garantita dall'attuale ordinamento; ogni persona, infatti, oggi ha il diritto di non acconsentire a terapie che ritiene eccessivamente gravose, pur proposte dal medico in “scienza e coscienza” e secondo criteri di appropriatezza clinica. Questo diritto si deve accompagnare alla certezza di non essere abbandonati, attraverso un adeguato accesso alle cure palliative che hanno lo scopo di prendersi in carico e accompagnare il paziente e la sua famiglia per tutto l’iter di malattia cronica non guaribile, fino alla fine. - Le successive sentenze della Consulta dal 2019 in poi hanno introdotto una sorta di diritto al suicidio assistito “gratuito”. Infatti, tramite una assai discutibile se non indebita invasione di campo nei confronti del potere legislativo, mediante un'interpretazione di parte dei diritti costituzionali non solo si è arrivati a forzare il Parlamento a legiferare in materia di suicidio assistito, ma anche a deciderne le condizioni di attuazione: esiste forse un diritto a disporre della propria vita obbligando la società a farsi carico di terminarla?
Desideriamo, pertanto, richiamare le radici della professione medica, il cui obiettivo è il perseguire il bene dei pazienti in scienza e coscienza, con lo scopo di guarire quando possibile o di curare ed accompagnare il malato inguaribile rispettando la sua dignità. Come diceva Cicely Saunders, fondatrice degli Hospice e contraria a forme di eutanasia: “Tu sei importante perché sei tu, e sei importante fino all’ultimo momento della vita. Faremo tutto ciò che è in nostro potere non solo per aiutarti a morire in pace, ma anche per farti vivere fino al momento della tua morte”. Noi andiamo a lavorare tutti i giorni desiderando guardare i nostri malati in questo modo, in tutte le fasi della loro malattia.
Da ultimo, desideriamo anche richiamare la società a ripensare il suo ruolo in questo delicato momento storico, perché è attraverso forme di carità e solidarietà civile che offrono una prossimità umana al bisogno del malato e della sua famiglia, che un popolo cresce e si educa alla speranza.
Nell’estate di cinquant’anni fa il disastro dell’Icmesa con la nube di diossina sulla città brianzola scatenò una campagna per interrompere le gravidanze per il sospetto (infondato) di malformazioni fetali. A battersi per fermare gli aborti il cardinale Giovanni Colombo e la Chiesa ambrosiana
Il 22 maggio del 1998 un gruppo di ragazzi ventenni, provenienti dalla cittadina lombarda di Seveso, nel territorio dell’arcidiocesi di Milano, si diressero in Vaticano indossando magliette bianche con la scritta: “Grazie Cardinal Colombo”. La stessa frase fu stampata su un grande striscione da loro innalzato quello stesso giorno nell’Aula Paolo VI, durante l’udienza concessa da Giovanni Paolo II a migliaia di aderenti al Movimento per la Vita.
Il cardinale Giovanni Colombo, che era stato arcivescovo di Milano per più di tre lustri, dal 1963 al 1979, era scomparso sei anni prima, il 20 maggio del 1992, ma quei giovani, nati tra il 1976 e il 1977, con quel gesto inusuale, riconoscevano di essergli debitori della loro stessa vita. Cinquant’anni fa, nell’estate del 1976, l’allora arcivescovo di Milano si era infatti rivolto, con caparbia determinazione, ai loro genitori, dopo il disastro ambientale che aveva investito il comune di Seveso e quelli limitrofi, in seguito alla fuoriuscita di una nube fortemente tossica di diossina, che aveva invaso l’area. Si era sparsa pertanto la voce che quella tossicità avrebbe potuto arrecare gravi malformazioni ai nascituri e l’opinione pubblica fu sensibilizzata sulla possibilità che, per le donne gravide della zona, fosse resa attuabile l’interruzione volontaria della gravidanza, non ancora riconosciuta lecita dallo Stato, ma sulla cui legalizzazione, proprio in quegli anni, si dibatteva in Parlamento (la legge arrivò poi nel maggio 1978).
Il cardinale Colombo implorò le donne che attendevano un figlio a non lasciarsi prendere dalla paura e a non credere «a tutte le voci allarmistiche, spesso incontrollate, spesso manipolate con intendimenti interessati e faziosi». E qualche giorno dopo, per scongiurare il rischio che qualcuna di quelle vite innocenti potesse essere soppressa mediante aborti terapeutici, l’arcivescovo si fece portavoce della disponibilità di alcune famiglie della diocesi ambrosiana ad adottare i bambini che, a causa dell’incidente di Seveso, fossero eventualmente nati deformi, «così da accendere una piccola, necessaria, speranza in chi non si sente di accedere all’aborto e teme di non avere la forza di tenere presso di sé un figlio minorato».
La soluzione prospettata da Colombo incoraggiò molte donne a portare a termine la gravidanza. A dispetto delle più fosche previsioni, nessuno dei bimbi nati nei mesi successivi all’incidente riportò menomazioni o deformità. All’inizio di agosto l’arcivescovo si recò a Seveso per visitare la popolazione locale duramente colpita e celebrò una Messa davanti a 1.500 persone, incoraggiandole ed esortandole a non restare inermi di fronte al disastro che aveva colpito quel territorio.
Proprio l’arcidiocesi di Milano, su impulso del cardinale Colombo, nell’agosto del 1976 costituì un Ufficio decanale di Assistenza e Coordinamento (Udac), con sede presso il Centro parrocchiale di Seveso, che divenne in breve tempo un punto di riferimento molto importante per la gente del luogo, costretta ad abbandonare l’area contaminata. A cura dell’Udac, che era guidato dal medico Ambrogio Bertoglio, venne inoltre pubblicato il giornale Solidarietà, animato da monsignor Gervasio Gestori, futuro vescovo di San Benedetto del Tronto, insieme al quale collaborarono pure altri degli allora docenti del Seminario di Venegono, tra i quali il futuro cardinale e arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi e monsignor Giovanni Battista Guzzetti. Nel periodo immediatamente successivo al disastro, per oltre un anno, il periodico arrivò a distribuire circa 60mila copie, battendosi – accanto ad Avvenire sul piano nazionale – per la difesa della vita umana, particolarmente di quella nascente.
A questo proposito il 10 settembre e il 19 ottobre del 1976 la Conferenza episcopale italiana emise due comunicati con i quali deprecò la strumentalizzazione dell’incidente di Seveso compiuta nei confronti dell’opinione pubblica e indisse per il 2 gennaio 1977 una giornata di preghiera e di riflessione. Il 23 aprile del 1977 una futura mamma di Seveso portò la sua testimonianza alla grande manifestazione per la “Celebrazione della vita” che si tenne allo stadio San Siro di Milano alla presenza di oltre settantamila persone, della quale fu ospite anche Madre Teresa di Calcutta,
Montini infatti, con la sua meditata lettera pastorale Per la Famiglia Cristiana, del febbraio 1960, e ancor prima con il Sinodo minore diocesano, convocato nel 1959 per discutere sul tema del matrimonio e della famiglia, aveva avviato un’articolata riflessione su questi argomenti, alla quale Colombo non si sottrasse, ma che anzi volle proseguire. Sulle tematiche connesse all’educazione cristiana, in rapporto alla famiglia, il cardinale era intervenuto già durante il Concilio, ed è grazie alle acquisizioni conciliari, per Colombo, che la Chiesa ha raggiunto una visione del matrimonio e della famiglia più integrale, più equilibrata, più rasserenatrice, dunque più evangelica. Commentando l’enciclica Humanae vitae promulgata da Paolo VI nel 1968, il suo successore sulla cattedra ambrosiana richiamò i fedeli al senso ultimo e provvidenziale che governa ogni evento della vita umana, ponendo quindi anche il matrimonio e la creazione della famiglia in una prospettiva trascendente.
Negli anni del suo episcopato, per tutelare l’istituzione familiare, minacciata dall’introduzione della legge sul divorzio nella giurisprudenza italiana – confermata poi dal referendum popolare del 1974 – e, successivamente, dalla legalizzazione dell’interruzione di gravidanza, Colombo aveva avviato sin dal 1970 i Programmi pastorali incentrati sulla pastorale dei sacramenti e la famiglia. Tali Programmi pastorali della diocesi di Milano anticiparono i Piani pastorali della Conferenza episcopale italiana, impostati su “Evangelizzazione e sacramenti”, che furono proposti a partire dal 1973. Sempre cinquant’anni fa, quando nell’ottobre 1976 la Cei organizzò a Roma il I Convegno ecclesiale nazionale su “Evangelizzazione e promozione umana”, nel territorio ambrosiano si esaminava “L’originalità cristiana della famiglia per l’evangelizzazione e la promozione umana”. L’insistenza, nella pastorale milanese, sulla tematica familiare connessa ai sacramenti era dovuta alla profonda convinzione del cardinale Colombo che solo indugiando sulle medesime questioni si sarebbe alimentato un vero costume pastorale, determinando «concreti e saldi comportamenti cristiani». Proprio a margine del Convegno ecclesiale “Evangelizzazione e promozione umana”, Paolo VI volle incontrare e ringraziare personalmente i responsabili dell’Ufficio decanale di Assistenza e Coordinamento di Seveso, ricevendoli il 31 ottobre 1976 e manifestando loro il suo apprezzamento per la testimonianza di fede e coraggio offerta e per la concreta attività compiuta a beneficio della popolazione colpita, non solo a Seveso ma pure nei territori limitrofi.
Alla gente di Seveso il Papa rivolse il suo pensiero anche la vigilia di Natale del 1976, e il 24 dicembre indirizzò un messaggio al cardinale Colombo esprimendo la sua vicinanza alle famiglie della diocesi ambrosiana, a lui tanto cara, «forzatamente lontane dalle loro abitazioni e alloggiate in alberghi di fortuna». «Intimamente partecipi ai loro disagi – scriveva il Pontefice – noi ci facciamo pellegrini nel desiderio e bussiamo alle loro porte per recare una parola di conforto e di cristiana speranza e mentre sollecitiamo ancora la fattiva solidarietà di tutti a cominciare dai responsabili della cosa pubblica affidiamo questi diletti figli alla particolare protezione di Maria Vergine e di san Giuseppe che ben conobbero l’amarezza di non poter offrire al neonato Redentore il tepore accogliente della loro casa lontana. Le saremo grati – chiedeva Paolo VI al cardinale Colombo – se vorrà farsi interprete di questi nostri sentimenti presso i cittadini di Seveso ai quali impartiamo di cuore una speciale Benedizione Apostolica propiziatrice di quella pace che gli angeli annunziarono nella notte santa».
Ha lottato a mani nude contro il potere. Jerome Lejeune
15 Giugno 2026
“Un grande cristiano del XX secolo”, l’ha definito Giovanni Paolo II, un apostolo della vita, uno scienziato che ha usato le sue competenze non per accumulare onori e riconoscimenti ma per promuovere la vita dei più deboli, i bambini non ancora nati e quelli nati con la sindrome di Down. Parliamo di Jerôme Lejeune (1926-1994).
È nato cent’anni fa, il 13 giugno 1926. Ha vissuto la prima parte della giovinezza in mezzo al conflitto di una guerra devastante. Ed è stata proprio questa esperienza che lo ha sollecitato a scegliere la medicina. Appena laureato, nel 1951, riceve la proposta di collaborare con il professor Turpin per studiare le cause del mongolismo, come allora veniva chiamata una patologia che presentava specifici tratti somatici. La ricerca ribaltò radicalmente le conclusioni del dott. Langdon Down che, nella seconda metà dell’Ottocento, aveva attribuito la malattia al corredo genetico dei genitori. Lejeune invece scoprì che la causa era di origine genetica, dipendeva dal fatto che queste persone avevano un cromosoma in più.
Questa scoperta aprì nuove prospettive per la genetica ma fu usata anche per promuovere e favorire l’aborto dei bambini con sindrome di Down. Un esito imprevisto che ha trovato in Lejeune un fiero oppositore e gli ha causato l’avversione ostinata del potere scientifico e politico. Il mondo non perdona chi decide di uscire dai binari del politicamente corretto e si oppone alla deriva relativista e sostanzialmente liberticida. Un uomo che si sottrae al mantra ideologico imposto dalla cultura non ha diritto di sedere al banchetto della società né può ricevere i finanziamenti necessari alla sua ricerca. È quello che avviene anche oggi. Forse è per questo, cioè per non perdere sovvenzioni pubbliche, che anche oggi grandi organizzazioni internazionali, anche di matrice cattolica, non pronunciano mai un chiaro giudizio sull’aborto, si adeguano ai diktat del potere culturale. Lejeune non lo ha fatto. Non ha svenduto la coscienza per un pugno di denaro. Non ha permesso ad altri di comprare il suo silenzio.
Jerôme Lejeune ha saputo intrecciare scienza e fede, anzi ad essere precisi possiamo dire che ha fatto della fede il punto di partenza e il costante riferimento di tutta la vita. Il successo non gli ha dato alla testa né lo ha fatto diventare ricco. Eppure, se avesse voluto … avrebbe potuto ricevere premi e denaro in grande quantità. E invece ha ricevuto ingiurie e persecuzioni, proprio quello che Gesù ha promesso ai suoi discepoli fedeli:
“Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Matteo 5,11-12).
Parole che noi dimentichiamo facilmente. Lejeune invece sapeva che avrebbe incontrato ostilità di ogni genere, sapeva che anche tanti amici avrebbero voltato le spalle ma… sapeva anche di difendere la verità più semplice, quella cioè di ricordare che la vita inizia dal concepimento e come tale va accolta e custodita. Una verità semplice che pochi giorni fa Papa Leone ha ricordato al Parlamento spagnolo e lo ha fatto con parole che non possono lasciare spazio a interpretazioni:
“Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri? La difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà.Ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza. Quando questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo:servire e proteggere ogni persona. Per questo, la grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, nella sua capacità di accompagnare, proteggere e amare quelle vite segnate da maggiore fragilità” (8 giugno 2026).
Lejeune non si è allineato al potere politico e culturale che aveva deciso di abbracciare una cultura abortista. Lui non poteva mettersi al servizio di un progetto di morte. La verità costa e Jerôme ha pagato un prezzo altissimo per difendere la vita di questi piccoli. È stato osteggiato dalla comunità scientifica, emarginato dalle istituzioni pubbliche, privato dei fondi per le sue ricerche, ha subito minacce e intimidazioni da quei gruppi culturali che facevano dell’aborto una bandiera di libertà. E tuttavia, non si lamentava, “siamo nelle mani di Dio”, diceva spesso. E lo ha ripetuto due giorni prima di morire.
La testimonianza diJérôme Lejeune è davvero affascinante, è una delle figure emblematiche del nostro tempo. In un’epoca in cui la Chiesa appare attraversata da non poche ombre, spesso a causa dalla cattiva testimonianza dei Pastori, ci sono laici che vivono la fede con limpidezza e coraggio, sfidando l’impopolarità e accettando l’emarginazione. Lejeune appartiene a questa categoria. Non è stato solo un grande scienziato ma un autentico uomo di fede. Un credente che ha portato Dio in ogni ambito della sua vita.
Lejeune non aveva mai parole di avversione contro i suoi ostinati oppositori. Il Vangelo insegna che l’amore abbraccia tutti, anche quelli che non la pensano come noi, anche a quelli che ci combattono. Un giorno, un figlio di Lejeune disse al padre, riferendosi a quelli che lo minacciavano e gli impedivano di parlare in pubblico: “Papà, devi difenderti. Queste persone sono cattive”. Il padre rispose: “Sono violenti, sì, ma non cattivi. Non spetta a me giudicare. Dobbiamo giudicare gli atti, mai le persone. Io combatto le false idee, non gli uomini” (Jerôme Lejeune. La liberté di savant, 203-204).
Ha rinunciato al successo e al consenso per custodire la verità sulla persona umana. È rimasto a servizio della vita ed è morto, il 3 aprile 1994, proprio nel giorno in cui la Chiesa celebrava la Pasqua. Quando fu annunciato a Giovanni Paolo II la morte dell’amico Jerôme Lejeune, il Papa disse: “Mio Dio, avevo tanto bisogno di lui”. E noi abbiamo bisogno di uomini come lui, gente che non segue le mode perché ama la verità, non cerca privilegi degli uomini perché preferisce restare nell’abbraccio di Dio, affronta le tribolazioni del mondo con la forza che viene dalla consolazione di Dio. Jerôme ha concluso la sua vita ma, come direbbe santa Teresa, dal Cielo continua il suo impegno per la verità. Il 21 gennaio 2021 Papa Francesco lo ha dichiarato Venerabile. La Chiesa ci autorizza perciò a invocarlo, certi di poter contare sulla sua intercessione.
La contestatissima “clausola 208” approvata dal Parlamento inglese (e ora firmata da re Carlo) lascia immutate le restrizioni per i medici, ma depenalizza per le donne - lasciate sole e indifese - il ricorso a pratiche abortive oltre gli attuali limiti di legge. E ignora ogni diritto alla vita del nascituro
A Londra confronto serrato sulla famigerata “clausola 208” che depenalizzerebbe l’interruzione di gravidanza in ogni momento. Associazioni per la vita in campo per tentare una strada sinora ritenuta impossibile
Il 14 aprile si è aperta in Inghilterra alla Camera dei Comuni la fase finale per l’approvazione del “Crime and Policy Bill”, un ampio disegno di legge penale su varie tematiche, che attraverso la “clausola 208” renderà possibile l’aborto per qualunque motivo, inclusa la selezione del sesso, «in qualsiasi momento fino al parto e durante lo stesso», come denuncia l’associazione “Right to life” (Diritto alla vita) in seguito alla sua totale depenalizzazione. Il 16 e il 20 aprile è poi continuato il ping pong tra Comuni e Lords sugli emendamenti al disegno di legge, in cui le due Camere hanno cercato di trovare un accordo sul testo finale, mentre all'orizzonte già si scorge il passaggio finale della firma di re Carlo, da qualcuno non ritenuta una mera formalità come dicono quasi tutti.
La clausola 208 è ritenuta ormai intoccabile dopo il tentativo fallito il 18 marzo di rimuoverla, nel tentativo di abrogare un altro emendamento – il 361 – con i relativi sotto-emendamenti, che renderebbe retroattiva la depenalizzazione degli aborti tardivi. Il testo di quest’ultimo emendamento, che grazia le donne già condannate e cancella le indagini, accuse e arresti dai registri, arresti e accuse, è passato senza una votazione formale.
John Deighan, alla guida della “Society for Unborn Children” (Spuc, la Società per il bambino non nato), ha affermato che «questa legge offende i bambini che sono stati inutilmente distrutti in passato. Un tempo avevano giustizia. Ora è stata loro sottratta».
Sir Edward Leigh, “Padre della Camera” (ovvero il deputato con la maggiore anzianità di servizio), ha criticato la clausola insieme all’emendamento che concederebbe la grazia retroattiva. «Posso richiamare l'attenzione su una questione di vita o di morte? – ha esordito Leigh –. Non è forse un terribile atto d'accusa contro la nostra società che una vita umana possa essere tolta quando sta per nascere e che vi sia un indulto per un caso così grave?».
Matt Vickers, vicepresidente del Partito Conservatore, ha affermato che lui e molti cittadini in tutto il Paese condividono queste preoccupazioni. Vickers ha criticato il modo in cui l'emendamento è stato aggiunto al disegno di legge dopo la fase in commissione, evitando così il controllo e le sessioni a cui sarebbe stato altrimenti sottoposto: «Un cambiamento così sismico nel rapporto tra lo Stato e i singoli individui avrebbe dovuto ricevere maggiore attenzione in questa sede».
La clausola 208 proposta dalla deputata laburista Tonia Antoniazzi, infatti, è stata approvata dopo meno di un'ora di discussione il 17 giugno 2025. «46 minuti di dibattito, senza consultazione pubblica o esame analitico in commissione – fa notare Right to life –. Se introdotta come disegno di legge autonomo, la norma avrebbe richiesto ore di esame dettagliato, incluse letture multiple e analisi riga per riga».
Domenica 19 aprile 2026, i vescovi cattolici di Inghilterra e Galles, riuniti a Roma per il loro ritiro spirituale primaverile, hanno celebrato una “Holy Hour”, una solenne ora di adorazione al Santissimo Sacramento per pregare per la promozione di una cultura della vita nel Regno Unito.
Oltre al dibattito ancora acceso sulla clausola 208, nella Camera dei Lord prosegue il dibattito sulla possibile legalizzazione del suicidio assistito. Il momento di preghiera è stato presieduto dall'arcivescovo di Liverpool, John Sherrington, vescovo referente per le questioni legate alla vita per la Conferenza episcopale. L'incontro si è svolto nella cappella di Palazzola, la chiesa di Santa Maria ad Nives, villa estiva del Venerabile Collegio Inglese vicino a Roma.
Mentre la Spuc sta valutando cosa ancora si può fare per fermare questa deriva contro madre e bambino, Right to Life ha lanciato una petizione al Primo Ministro per chiedergli di fare tutto ciò che è in suo potere per ridurre il limite temporale per l'aborto. C’è chi inoltre sta lavorando su una supplica al re Carlo per chiedergli che non conceda il Royal Assent a questa legge perché introducendo l’aborto andrebbe a colpire alla base il primo dei diritti umani: quello alla vita.
Le polemiche frontali che hanno accolto la decisione del vescovo Antonio Suetta di far risuonare ogni sera una "Campana dei Bimbi non Nati" hanno impedito di capire le reali intenzioni di un gesto di preghiera che parla di accoglienza, misericordia e verità
Gli studi piscologici e biomedici sulla relazione nel grembo materno tra il figlio destinato a essere ceduto ad altri e la donna che si presta a farlo crescere sino al parto mostrano una realtà che pochi raccontano. Ma che va conosciuta
In Italia ogni anno circa 250 coppie ricorrono alla gravidanza surrogata (gpa) all’estero. Il 90 per cento sono coppie eterosessuali. Anche in Spagna si calcola un numero simile, le coppie omosessuali sono circa il 15 per cento. Il dato stimato complessivo raddoppia in Gran Bretagna: circa 500 coppie all’anno utilizzano la “gestazione per altri” (Gpa) per poter avere un figlio. Risultato: in India e Ucraina, in particolare, ogni anno nascono più di 2mila bambini da madre surrogata.
Il fenomeno è ormai in continua crescita e il flusso di soldi che circola intorno alla Gpa fa gola a molti. Per fare due conti basta infatti dare un’occhiata alle offerte delle agenzie che forniscono questo “servizio”: per uomini single, coppie lgbt, oppure eterosessuali si parte da 13mila euro; ma ci sono anche pacchetti di donazioni complete per donne single oppure per coppie intorno ai 45.300; il “trasferimento dei propri crioembrioni a una madre surrogata” può costare sui 30.550. Lo sfruttamento è ormai acclarato. Non è un caso se con la Dichiarazione di Casablanca del 2023 esperti di tutto il mondo ne chiedono l’abolizione; due anni dopo, anche il rapporto Onu mette in evidenza la violazione dei diritti umani e la commercializzazione dei bambini. Nonostante la preoccupazione a livello globale, ancora oggi i dati sulla gpa non sono disponibili e trasparenti, e l’informazione continua a essere incompleta.
Eppure, fare chiarezza è possibile, come hanno dimostrato gli esperti, italiani e stranieri, intervenuti all’evento online “Ripensare la maternità surrogata: approfondimenti filosofici, psicologici e biomedici”, promosso dall’Ateneo pontificio Regina Apostolorum (Apra) e dall’Università europea di Roma (Uer) e incentrato sui dati scientifici che confermano il legame tra madre e feto, sull’importanza della memoria intrauterina e sulle conseguenze biomediche per la madre surrogata, la donatrice di ovociti e il neonato. «È compito e responsabilità di tutti – mette in guardia Ilaria Malagrinò, esperta di filosofia morale e bioetica dell’Università di Messina – riflettere su questo tema per reagire alla visione che il sapere tecnoscientifico sta diffondendo: abbatte la complessità, considera la gravidanza solo come fusione di due gameti, ci promette che il corpo della donna sarà sostituito dalla gpa e annuncia di avviare un utero artificiale. Tra l’altro, le sperimentazioni sono già iniziate, le prime – poi sospese – proprio in Italia all’università di Bologna. Il rischio è dunque che si vada incontro verso l’anonimicità della gestazione. Ma la gravidanza non è un processo anonimo».
Gli studi scientifici lo confermano. «La gestante è una diade con l’embrione e il feto, connesso anche in termini biochimici – precisa Laura Travan, neonatologa dell’ospedale infantile Burlo Garofolo di Trieste –. Tutto si trasforma in ormoni, mediatori che passano alla placenta. Non c’è niente di più connesso di un feto con la mamma». Per gli esperti è insomma un dato imprescindibile. «Le prime tappe della vita nel grembo sono determinanti per il bambino. La vita intrauterina lascia segni nella memoria dei sensi. E fornisce al bebè elementi di rassicurazione. La gpa è pertanto una rottura che provoca fratture profonde. La separazione costituisce un evento traumatico prolungato», spiega Anne Schaub-Thomas, psicologa e psicoterapeuta belga, specializzata nell’analisi dei ricordi prenatali e delle relazioni precoci bimbi-genitori.
Sempreché la gpa vada comunque a buon fine. «La maternità è una realtà complessa, definita da aspetti clinici che coinvolgono la madre gestante e la donatrice di ovuli – precisa Michele Barbato, ginecologo dell’ospedale di Melegnano –. È un percorso clinico con rischi medici associati», legati tra l’altro all’iperstimolazione ovarica, a possibili infezioni, alle terapie utilizzate per ottenere un endometrio recettivo, all’alta incidenza di parti gemellari. «Il crescente ricorso da parte dei vip – aggiunge il ginecologo – tende a normalizzare la pratica».
E dire che gli studi sulla sterilità potrebbero essere l’alternativa alla gpa. «Chi si occupa di naprotecnologia, una volta individuate le cause della sterilità, trova le terapie appropriate. Con il ripristino della fertilità si arriva intorno al 40 per cento di possibilità di gravidanza; percentuale confrontabile con le tecniche di fecondazione in vitro. La biologia però non fa sconti: dopo i 36 anni, questa probabilità si riduce mese dopo mese in modo significativo».