mercoledì 29 luglio 2026
La miracolosa amicizia tra la sorella di padre Hamel e la madre del suo assassino
mercoledì 22 luglio 2026
Nella biologia la microstoria della Sindone
martedì 21 luglio 2026
Fine vita, la preoccupazione della Chiesa in Francia
domenica 19 luglio 2026
L’Arcivescovo in visita a campeggi “storici”
venerdì 19 giugno 2026
Il dono che cura
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martedì 16 giugno 2026
I Preti 2026 si raccontano così
sabato 6 giugno 2026
Il Papa: proteggere i dati dei pazienti dal colonialismo della tecno-sanità
giovedì 30 aprile 2026
Il Papa: i cristiani con responsabilità nelle guerre fanno un esame di coscienza?
Sacramento che è “laboratorio di unità”
Il Sacramento della riconciliazione, prosegue Papa Leone, è allora un “laboratorio di unità”: ristabilisce l’unità con Dio, “attraverso il perdono dei peccati e l’infusione della grazia santificante”. E questo “genera l’unità interiore della persona e l’unità con la Chiesa”. Sottolinea che il peccato rompe “l’unità spirituale con Dio”.
È un voltargli le spalle, e questa drammatica possibilità è tanto reale quanto lo è il dono della libertà, che Dio stesso ha fatto agli esseri umani. Negare la possibilità che il peccato rompa davvero l’unità con Dio è, in realtà, un misconoscimento della dignità dell’uomo, che è – e rimane – libero e quindi responsabile dei propri atti.
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lunedì 27 aprile 2026
Amoris laetitia, il Papa convoca i vescovi del mondo per un summit sulla famiglia
Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano
Ripartire da lì, da Amoris laetitia, dall’esortazione apostolica di Papa Francesco tra i capisaldi del suo pontificato, per guardare ai “cambiamenti” di oggi nelle famiglie, per condividere “quanto si sta realizzando nelle Chiese locali” da dieci anni a questa parte e per capire quali sono “i passi da compiere” per “annunciare il Vangelo alle famiglie oggi”, tenendo conto anche delle forme di povertà e violenza che molte di loro subiscono. Con questi molteplici obiettivi, Papa Leone XIV convoca per il prossimo ottobre i presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo per un summit sulla famiglia in Vaticano. Non un Sinodo, non un Concistoro, ma un evento di ascolto, dialogo e riflessione. L’annuncio giunge in un messaggio firmato dal Pontefice oggi, 19 marzo, solennità di San Giuseppe in occasione del decennale del documento di Francesco, “frutto di tre anni di discernimento sinodale sostenuti dall’Anno Santo della Misericordia”.
Link:
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domenica 5 aprile 2026
DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO PROMOSSO DAL CENTRO NAZIONALE PER I TRAPIANTI - Giovedì, 26 marzo 2026
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
Eccellenza,
Signor Ministro,
Signore e Signori, benvenuti e grazie per la pazienza!
Sono contento di accogliervi in occasione degli Stati generali della Rete trapiantologica nazionale, e ringrazio la Pontificia Accademia per la Vita che segue questo importante settore. La vostra presenza testimonia l’impegno di tanti operatori sanitari, professionisti e volontari, che, con competenza e dedizione, sono al servizio della vita umana nei momenti di maggiore fragilità.
Voi ricordate una ricorrenza importante: infatti settant’anni fa avvenne la prima donazione italiana, quando il Beato don Carlo Gnocchi chiese che le sue cornee fossero prelevate dopo la sua morte e trapiantate a due giovanissimi assistiti della sua Opera, i quali poterono tornare a vedere. Quel gesto, compiuto in un contesto ancora privo di una normativa organica, suscitò un’ampia riflessione nella società italiana e contribuì ad avviare un percorso di definizione legislativa.
Proprio poche settimane dopo quel gesto di don Gnocchi, Papa Pio XII offrì un primo orientamento morale su questi temi, riconoscendo la liceità del prelievo a fini terapeutici, nel rispetto della dignità del corpo umano e dei diritti delle persone coinvolte. [1] Fin dall’inizio, dunque, la riflessione della Chiesa ha accompagnato lo sviluppo della medicina dei trapianti, riconoscendone il valore e indicando, insieme, i criteri etici necessari.
Da allora, un ricco sviluppo di ricerche scientifiche e di dedizione umana ha condotto la Rete trapiantologica italiana a risultati di grande rilievo, riconosciuti a livello internazionale. Dietro questi risultati vi è un patrimonio di competenze e anche una cultura della responsabilità e della fiducia che chiede di essere custodita e sostenuta.
San Giovanni Paolo II, nell’Enciclica Evangelium vitae, ha ricordato che tra i gesti che alimentano la cultura della vita «merita particolare apprezzamento la donazione di organi compiuta in forme eticamente accettabili» ( n. 86). Si tratta infatti di un’azione che unisce la generosità del dono alla responsabilità morale che lo accompagna. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma, a sua volta, che «la donazione di organi dopo la morte è un atto nobile e meritorio ed è da incoraggiare come manifestazione di generosa solidarietà» ( n. 2296), richiamando al tempo stesso la necessità del consenso e il rispetto della dignità della persona. Occorre sempre vigilare per evitare ogni forma di mercificazione del corpo umano e garantire ai trapianti criteri giusti e trasparenti. [2]
La medicina dei trapianti ci ricorda che la relazione di cura, di fiducia e di responsabilità reciproca costituisce una condizione imprescindibile perché il trapianto possa realizzarsi. La possibilità stessa di salvare vite attraverso i trapianti dipende infatti dalla generosità dei donatori. [3]
Papa Francesco ha sottolineato che la donazione non si esaurisce nella sua utilità sociale, pur così importante, ma si configura come espressione della fraternità universale. Ha ribadito inoltre che essa deve rimanere un atto gratuito, capace di testimoniare una cultura dell’aiuto, del dono, della speranza e della vita. [4] È un richiamo quanto mai prezioso in un tempo in cui tutto rischia di essere valutato secondo la logica del prezzo, dell’efficienza o dell’interesse.
Colgo a mia volta questa occasione per incoraggiare la ricerca scientifica, che continua ad aprire prospettive importanti per la medicina dei trapianti. Essa è chiamata a sviluppare soluzioni sempre più efficaci per rispondere al fabbisogno di organi e alle necessità dei pazienti, in un contesto in cui la domanda supera ancora di molto la disponibilità. È necessario che tale impegno proceda sempre insieme a una riflessione responsabile, affinché il progresso scientifico rimanga orientato al bene integrale della persona e al rispetto della sua dignità.
A tutti voi esprimo la mia gratitudine. Il vostro è un lavoro esigente e spesso nascosto, che richiede competenza e rigore e, al tempo stesso, coscienza, equilibrio e vivo senso di umanità. In esso si intrecciano responsabilità cliniche, scelte delicate e relazioni che toccano la vita delle persone nei momenti più difficili. Continuate a svolgerlo con fedeltà e dedizione, avendo sempre come riferimento il bene del paziente.
Incoraggio infine le istituzioni e il mondo del volontariato a proseguire nell’opera di informazione e sensibilizzazione, perché possa crescere una cultura della donazione sempre più consapevole, libera e condivisa, capace di riconoscere in questo gesto un segno di solidarietà, di fraternità e di speranza.
Auguro ogni bene per il vostro impegno associato e invoco su di voi e sui vostri cari la benedizione del Signore.
Grazie.
[benedizione]
Grazie di nuovo e tanti auguri per il lavoro!
sabato 4 aprile 2026
Opinioni... I numeri ora lo confermano: in Francia sempre più persone scelgono la Chiesa cattolica
lunedì 16 marzo 2026
Un agostiniano nuovo elemosiniere del Papa. Il cardinale Krajewski torna in Polonia
domenica 15 marzo 2026
San Massimiliano di Tebessa, il primo obiettore di coscienza
lunedì 9 marzo 2026
Iran, il cardinale americano Cupich (vicino al Papa) contro video di Trump: «È disgustoso»
"Ridurre la guerra a un videogioco, profondo fallimento morale". L'arcivescovo di Chicago è tra gli esponenti più autorevoli della Chiesa negli Usa, leale a Leone XIV. Il suo «appello alla coscienza» rappresenta la più dura e amara delle critiche all'uomo di War-a-Lago.
domenica 1 febbraio 2026
Il Papa ai giovani politici: non ci sarà pace se si scartano i deboli e i nascituri
Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano
“Non ci sarà pace senza porre fine alla guerra che l’umanità fa a sé stessa quando scarta chi è debole, quando esclude chi è povero, quando resta indifferente davanti al profugo e all’oppresso. Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi”. Così Papa Leone XIV si rivolge ai cento giovani leader politici di tutti i continenti, protagonisti del convegno “One Humanity, One Planet”, incontrati questa mattina, 31 gennaio, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico. “Il vostro lavoro” spiega il Pontefice, trova infatti “la sua espressione più alta quando opera per un’umanità pacificata nella giustizia”.
Una settimana residenziale promossa dai Focolari
Dal 26 gennaio al 1 febbraio questi giovani stanno partecipando a Roma alla settimana residenziale conclusiva del programma biennale di formazione all’azione politica promosso dall’ong New Humanity del Movimento dei Focolari in collaborazione con la Pontificia Commissione per l’America Latina e il sostegno della Fondazione Porticus. La metodologia è quella dell’Hackathon, un laboratorio intensivo in cui è possibile lavorare per trovare soluzioni a problemi collettivi. All’udienza con Leone XIV partecipano anche i rappresentanti dei centri del Movimento Politico per l’Unità dei Focolari.
Incontro e lavori in uno stile sinodale
A loro il Papa ricorda che sono uniti “nell’impegno politico alla ricerca del bene comune”, e che “le diverse nazioni, culture e religioni cui appartenete non sono per voi motivo di rivalità, ma di collaborazione e di crescita secondo uno stile sinodale”.
In quanto forma della comunione che ci lega, la sinodalità rende attenti allo sguardo di chi abbiamo accanto, e non solo a ciò che osserviamo, esercitandoci nel comporre visioni d’insieme che rispettano la complessità senza cadere in confusione e cercano la verità senza temere il confronto.
Promuovere pace a partire da dove operiamo
Il Pontefice ringrazia i giovani impegnati nei propri Paesi in ambito politico e sociale per iniziative come il progetto “Quattro sogni” della Pontificia Commissione per l’America Latina, nato dall’intuizione di Papa Francesco, che nell’Esortazione Apostolica Querida Amazonia, “invita a coltivare insieme i sogni ecclesiale, ecologico, sociale e culturale”. La cura di questi ambiti, spiega, merita le migliori energie, “soprattutto in tempi feriti da molte ingiustizie, dalle violenze e dalla guerra!”. Essere leader, aggiunge, vi porta ad una crescente responsabilità per la pace, “non solo quella tra Nazioni, ma lì dove abitate, studiate e lavorate ogni giorno”.
Se non promuoviamo la concordia in una università o in un ufficio, tra partiti e associazioni, come potremo curarla in un intero Stato o tra i Continenti? Con cuore puro e mente limpida, cercate sempre questa pace come dono, alleanza, promessa.
Pace come dono, alleanza, promessa
La pace, ribadisce Papa Leone XIV, “è soprattutto un dono, perché la riceviamo da chi ci precede nella storia: è un bene del quale ringraziare”. Inoltre è “alleanza, che ci incarica di un impegno comune: quello di onorarla, quando c’è, e di realizzarla, quando manca”. Infine la pace è promessa, “perché sostiene la nostra speranza in un mondo migliore, e come tale viene cercata da tutte le persone di buona volontà”.
Forme di partecipazione che coinvolgano tutti i cittadini
Ricordando la “funzione sociale insostituibile” della politica, il Papa esorta i giovani leader “a cooperare sempre più nello studio di forme partecipative che coinvolgano tutti i cittadini, uomini e donne, nella vita istituzionale degli Stati”.
Su queste basi sarà possibile edificare quella fraternità universale che già tra voi giovani si annuncia come segno di un tempo nuovo: il vostro lavoro, infatti, trova la sua espressione più alta quando opera per un’umanità pacificata nella giustizia.
"Il più grande distruttore della pace è l'aborto"
Una vera pace, sottolinea Leone XIV, non è possibile se l’umanità scarta chi è debole, esclude chi è povero o “resta indifferente davanti al profugo e all’oppresso”, perché “solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi”. E ricorda che Madre Teresa di Calcutta, “santa degli ultimi e premio Nobel per la pace” affermava che “il più grande distruttore della pace è l’aborto”.
La sua voce rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale.
Un’umanità, un pianeta, un Dio creatore buono
La conclusione del Pontefice è dedicata all’impegno di tutte le religioni per la fraternità universale. Suggerisce che il titolo del convegno, “One Humanity, One Planet”, merita di essere completato con “One God”:
Riconoscendo in Lui il creatore buono, le nostre religioni ci chiamano a contribuire al progresso sociale, ricercando sempre quel bene comune che ha per fondamenta la giustizia e la pace.
domenica 25 gennaio 2026
«Mio figlio non viene più a Messa». Una guida per salvare la domenica in famiglia
martedì 6 gennaio 2026
"Chi va a Roma perde la poltrona", il ritorno dal Giubileo
Nel Medioevo partire per Roma, soprattutto in tempo di Giubileo, non era un gesto reversibile. L’assenza poteva costare incarichi, beni, riconoscimento sociale. Raccontare il pellegrinaggio dal punto di vista del ritorno significa restituirne la dimensione più fragile e meno narrata: quella in cui l’esperienza del sacro incontra la vita ordinaria e ne mette alla prova gli equilibri
con molte interessanti illustrazioni
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano
Il proverbio “Chi va a Roma perde la poltrona”, attestato in forma stabile solo in età moderna, conserva sotto la scorza dell’ironia una memoria medievale precisa. L’assenza prolungata non era un fatto neutro: negli statuti comunali comportava la decadenza per absentia; nel diritto canonico i benefici si perdevano per non residentiam; nella prassi curiale le sostituzioni temporanee tendevano a diventare definitive. Partire in pellegrinaggio - soprattutto in tempo di Giubileo - significava dunque accettare un rischio concreto. Non a caso, una delle prime azioni del pellegrino era fare testamento. Prima di mettersi in cammino, uomini e donne disponevano dei beni, affidavano figli, debiti e anime a una scrittura che presupponeva la morte come possibilità concreta. Il pellegrinaggio, anche quando motivato dalla speranza dell’indulgenza, iniziava sotto il segno della fine. Tornare non era scontato; e tornare integri, ancora meno.
Farsi riconoscere sulla strada
Il pellegrino non era un viaggiatore anonimo. Doveva essere visibile, riconoscibile, quasi leggibile. Un abbigliamento codificato - il mantello grezzo, il bordone, la scarsella - e soprattutto i segni acquisiti lungo il cammino, come le insegne metalliche con l’effigie dei simboli associati ai luoghi sacri, avevano una funzione pratica oltre che simbolica. Dichiaravano uno status: chi li portava chiedeva ospitalità, protezione, talvolta indulgenza morale.
Essere riconosciuti come pellegrini era una necessità. Le strade medievali erano attraversate da pericoli ben noti: briganti, pedaggi abusivi, soldati sbandati; e poi le malattie, che colpivano lontano da casa con particolare ferocia. Le cronache parlano di febbri prese negli ospizi, di corpi debilitati che non reggevano il viaggio di ritorno. Il pellegrino era esposto, e lo sapeva.
Il ritorno come prova
È qui che il tema del ritorno assume un valore che va oltre la storia religiosa. Tornare significava rientrare in una comunità che aveva continuato a vivere senza di te. Un esempio concreto emerge dagli statuti cittadini italiani tra XIII e XIV secolo: in diverse città, l’assenza prolungata comportava la decadenza automatica da cariche civiche o corporative. Il pellegrino rientrato doveva ricominciare da capo, talvolta dimostrando la legittimità del proprio rientro.
Alcune lettere conservate negli archivi romani raccontano di pellegrini che, tornati, faticano a riottenere beni affidati a parenti o amministratori temporanei. La “poltrona” perduta non era solo simbolica: era un posto realmente occupato da altri, con il tacito consenso della comunità.
Un ritorno che cambia chi ritorna
Il pellegrino non tornava mai identico a prima. Portava con sé il racconto del Giubileo, ma anche una trasformazione interiore difficile da integrare. Le fonti agiografiche mostrano casi di pellegrini che, una volta rientrati, scelgono una vita diversa: più ritirata, più devota, talvolta marginale. Non tutti riescono - o vogliono - rientrare pienamente nei ruoli precedenti.
In questo senso, il pellegrinaggio medievale dialoga con una delle grandi narrazioni fondative dell’Occidente: l’Odissea. Anche il poema di Omero non è il racconto di una partenza, ma di un ritorno lungo, pericoloso, disseminato di perdite. Ulisse non combatte per partire, ma per rientrare; e quando rientra, non viene riconosciuto. Deve dimostrare chi è, riprendere il proprio posto, riconquistare ciò che gli apparteneva. Il pellegrino medievale vive una tensione simile. Il viaggio verso Roma promette salvezza; il ritorno mette alla prova l’identità.
Raccontare il ritorno
Questo motivo del ritorno attraversa in profondità la letteratura antica e medievale ed è altrettanto centrale nei testi biblici, dove il rientro - dall’esilio, dall’erranza, dalla colpa - non è mai un semplice tornare indietro, ma una ricomposizione faticosa del rapporto con Dio e con la comunità. In questa lunga tradizione culturale si inserisce anche l’esperienza del pellegrino medievale.
Come Ulisse, egli torna cambiato; e come nelle grandi narrazioni del ritorno, il momento decisivo non è la meta raggiunta, ma il confronto con ciò che lo attende al rientro. Il pellegrinaggio giubilare si compie davvero solo lì, quando l’esperienza del sacro incontra la vita ordinaria e ne mette alla prova gli equilibri.
La “sperduta”
Un episodio concreto restituisce la precarietà del cammino meglio di qualsiasi astrazione. Nelle Cerbaie, area paludosa e insidiosa nei pressi di Altopascio, snodo fondamentale dei percorsi tra nord e sud della penisola, lungo la via Francigena, il pellegrino rischiava di smarrirsi in ogni stagione del viaggio. Qui una campana, nota come la Sperduta, veniva suonata per orientare chi si perdeva tra nebbie, acquitrini e sentieri incerti. Non indicava una meta, ma una direzione; non distingueva l’andare dal tornare. Il suo suono interveniva quando il cammino diventava indistinto, ricordando al pellegrino che la strada, anche quando si dissolve, può ancora essere ritrovata.
Chi non torna
Infine, ci sono i ritorni mancati. Le fonti registrano pellegrini morti sulla via del rientro, sepolti lontano da casa, oppure rimasti a Roma, accolti in ospedali o confraternite. Per alcuni, il pellegrinaggio diventa una soglia senza ritorno, una scelta definitiva, non sempre esplicitata ma chiaramente leggibile nei documenti. È anche per questo che il proverbio ha attraversato i secoli. Non è una battuta sulla carriera, ma una constatazione storica: partire per Roma significava accettare il rischio di non ritrovare il proprio posto nel mondo.
La parte più difficile del viaggio
Il ritorno dei pellegrini medievali completa il senso del Giubileo. Non solo evento straordinario, ma esperienza che lascia tracce durature: nelle biografie individuali, nelle comunità, nella memoria collettiva. Il pellegrinaggio non finisce quando si varcano di nuovo le mura di casa. È lì, semmai, che comincia la parte più difficile del viaggio.
domenica 4 gennaio 2026
Dov’era Dio nel rogo di Crans? Stringeva i ragazzi tra le sue braccia
Manteniamo un limite giuridico al suicidio assistito: bisogna proteggere i malati
Ascoltare la voce di chi soffre patologie gravi rimette al centro la prospettiva umana, rimossa da un approccio procedurale. E fa capire che...
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Delibera n° 81 Approvata nella seduta del: 30/01/2009 Deliberante: Determinazioni dei Coordinatori OGGETTO: IMPEGNO DI SPESA PER LIQUIDAZION...
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