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giovedì 30 aprile 2026

Il Papa: i cristiani con responsabilità nelle guerre fanno un esame di coscienza?

Leone XIV riceve i partecipanti al 37.mo Corso sul foro interno della Penitenzieria Apostolica e ricorda che il perdono dei peccati favorisce “la pace e l’unità della famiglia umana”, e solo una persona riconciliata con Dio, con la Chiesa e con sè stesso “è capace di vivere in modo disarmato e disarmante”. Nota però che il Sacramento della Riconciliazione è un tesoro della misericordia spesso “inutilizzato” dai cristiani
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Sacramento che è “laboratorio di unità”

Il Sacramento della riconciliazione, prosegue Papa Leone, è allora un “laboratorio di unità”: ristabilisce l’unità con Dio, “attraverso il perdono dei peccati e l’infusione della grazia santificante”. E questo “genera l’unità interiore della persona e l’unità con la Chiesa”. Sottolinea che il peccato rompe “l’unità spirituale con Dio”.

È un voltargli le spalle, e questa drammatica possibilità è tanto reale quanto lo è il dono della libertà, che Dio stesso ha fatto agli esseri umani. Negare la possibilità che il peccato rompa davvero l’unità con Dio è, in realtà, un misconoscimento della dignità dell’uomo, che è – e rimane – libero e quindi responsabile dei propri atti.

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https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2026-03/papa-leone-xiv-corso-penitenzieria-apostolica-peccato-guerra.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT


lunedì 27 aprile 2026

Amoris laetitia, il Papa convoca i vescovi del mondo per un summit sulla famiglia

In occasione del decimo anniversario dell’esortazione apostolica post-sinodale di Papa Francesco, Leone XIV convoca per ottobre prossimo i presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo per un evento di “ascolto reciproco” e “discernimento sinodale” sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi influenzate da “tanti cambiamenti" e per condividere "quanto si sta realizzando nelle Chiese locali"

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

Ripartire da lì, da Amoris laetitia, dall’esortazione apostolica di Papa Francesco tra i capisaldi del suo pontificato, per guardare ai “cambiamenti” di oggi nelle famiglie, per condividere “quanto si sta realizzando nelle Chiese locali” da dieci anni a questa parte e per capire quali sono “i passi da compiere” per “annunciare il Vangelo alle famiglie oggi”, tenendo conto anche delle forme di povertà e violenza che molte di loro subiscono. Con questi molteplici obiettivi, Papa Leone XIV convoca per il prossimo ottobre i presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo per un summit sulla famiglia in Vaticano. Non un Sinodo, non un Concistoro, ma un evento di ascolto, dialogo e riflessione. L’annuncio giunge in un messaggio firmato dal Pontefice oggi, 19 marzo, solennità di San Giuseppe in occasione del decennale del documento di Francesco, “frutto di tre anni di discernimento sinodale sostenuti dall’Anno Santo della Misericordia”.

Link:

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2026-03/papa-leone-xiv-famiglia-messaggio-dieci-anni-amoris-laetitia.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
IN OCCASIONE DEL DECIMO ANNIVERSARIO
DELL’ESORTAZIONE APOSTOLICA POSTSINODALE AMORIS LAETITIA

https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/messages/pont-messages/2026/documents/20260319-messaggio-amorislaetitia.html


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domenica 5 aprile 2026

DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO PROMOSSO DAL CENTRO NAZIONALE PER I TRAPIANTI - Giovedì, 26 marzo 2026





Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!
 

Eccellenza,
Signor Ministro,
Signore e Signori, benvenuti e grazie per la pazienza!

Sono contento di accogliervi in occasione degli Stati generali della Rete trapiantologica nazionale, e ringrazio la Pontificia Accademia per la Vita che segue questo importante settore. La vostra presenza testimonia l’impegno di tanti operatori sanitari, professionisti e volontari, che, con competenza e dedizione, sono al servizio della vita umana nei momenti di maggiore fragilità.

Voi ricordate una ricorrenza importante: infatti settant’anni fa avvenne la prima donazione italiana, quando il Beato don Carlo Gnocchi chiese che le sue cornee fossero prelevate dopo la sua morte e trapiantate a due giovanissimi assistiti della sua Opera, i quali poterono tornare a vedere. Quel gesto, compiuto in un contesto ancora privo di una normativa organica, suscitò un’ampia riflessione nella società italiana e contribuì ad avviare un percorso di definizione legislativa.

Proprio poche settimane dopo quel gesto di don Gnocchi, Papa Pio XII offrì un primo orientamento morale su questi temi, riconoscendo la liceità del prelievo a fini terapeutici, nel rispetto della dignità del corpo umano e dei diritti delle persone coinvolte. [1] Fin dall’inizio, dunque, la riflessione della Chiesa ha accompagnato lo sviluppo della medicina dei trapianti, riconoscendone il valore e indicando, insieme, i criteri etici necessari.

Da allora, un ricco sviluppo di ricerche scientifiche e di dedizione umana ha condotto la Rete trapiantologica italiana a risultati di grande rilievo, riconosciuti a livello internazionale. Dietro questi risultati vi è un patrimonio di competenze e anche una cultura della responsabilità e della fiducia che chiede di essere custodita e sostenuta.

San Giovanni Paolo II, nell’Enciclica Evangelium vitae, ha ricordato che tra i gesti che alimentano la cultura della vita «merita particolare apprezzamento la donazione di organi compiuta in forme eticamente accettabili» ( n. 86). Si tratta infatti di un’azione che unisce la generosità del dono alla responsabilità morale che lo accompagna. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma, a sua volta, che «la donazione di organi dopo la morte è un atto nobile e meritorio ed è da incoraggiare come manifestazione di generosa solidarietà» ( n. 2296), richiamando al tempo stesso la necessità del consenso e il rispetto della dignità della persona. Occorre sempre vigilare per evitare ogni forma di mercificazione del corpo umano e garantire ai trapianti criteri giusti e trasparenti. [2]

La medicina dei trapianti ci ricorda che la relazione di cura, di fiducia e di responsabilità reciproca costituisce una condizione imprescindibile perché il trapianto possa realizzarsi. La possibilità stessa di salvare vite attraverso i trapianti dipende infatti dalla generosità dei donatori. [3]

Papa Francesco ha sottolineato che la donazione non si esaurisce nella sua utilità sociale, pur così importante, ma si configura come espressione della fraternità universale. Ha ribadito inoltre che essa deve rimanere un atto gratuito, capace di testimoniare una cultura dell’aiuto, del dono, della speranza e della vita. [4] È un richiamo quanto mai prezioso in un tempo in cui tutto rischia di essere valutato secondo la logica del prezzo, dell’efficienza o dell’interesse.

Colgo a mia volta questa occasione per incoraggiare la ricerca scientifica, che continua ad aprire prospettive importanti per la medicina dei trapianti. Essa è chiamata a sviluppare soluzioni sempre più efficaci per rispondere al fabbisogno di organi e alle necessità dei pazienti, in un contesto in cui la domanda supera ancora di molto la disponibilità. È necessario che tale impegno proceda sempre insieme a una riflessione responsabile, affinché il progresso scientifico rimanga orientato al bene integrale della persona e al rispetto della sua dignità.

A tutti voi esprimo la mia gratitudine. Il vostro è un lavoro esigente e spesso nascosto, che richiede competenza e rigore e, al tempo stesso, coscienza, equilibrio e vivo senso di umanità. In esso si intrecciano responsabilità cliniche, scelte delicate e relazioni che toccano la vita delle persone nei momenti più difficili. Continuate a svolgerlo con fedeltà e dedizione, avendo sempre come riferimento il bene del paziente.

Incoraggio infine le istituzioni e il mondo del volontariato a proseguire nell’opera di informazione e sensibilizzazione, perché possa crescere una cultura della donazione sempre più consapevole, libera e condivisa, capace di riconoscere in questo gesto un segno di solidarietà, di fraternità e di speranza.

Auguro ogni bene per il vostro impegno associato e invoco su di voi e sui vostri cari la benedizione del Signore.

Grazie.

[benedizione]

Grazie di nuovo e tanti auguri per il lavoro! 

lunedì 16 marzo 2026

Un agostiniano nuovo elemosiniere del Papa. Il cardinale Krajewski torna in Polonia

Leone XIV sceglie il vescovo confratello spagnolo che era alla segreteria del Sinodo come prefetto del Dicastero per la carità. Il saluto a Krajewski, uno dei volti del pontificato di Francesco, in prima linea nella solidarietà fra i poveri e le vittime delle guerre




Il cardinale Krajewski è stato uno dei volti del pontificato di Francesco, in prima linea nella solidarietà fra gli ultimi e le vittime delle guerre. Ha incarnato la “Chiesa povera fra i poveri”.
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Nel 2019 il celebre gesto nel palazzo occupato di Spin Time, nel centro di Roma, dove aveva ripristinato l’energia elettrica che era stata “tagliata”. 

domenica 15 marzo 2026

San Massimiliano di Tebessa, il primo obiettore di coscienza

I Santi che hanno detto no alla guerra sono tanti: nelle campagne di obiezione di oggi la loro eredità




«Non mi è lecito fare il soldato, non posso fare il male, sono cristiano» così, all’epoca dell’imperatore Diocleziano, il giovane Massimiliano di Tebessa rispose quando gli domandarono perché rifiutasse le armi, durante il processo che decretò il suo martirio e la condanna a morte. Una storia ricordata oggi dal Movimento Nonviolento, che il 12 marzo celebra San Massimiliano, martire considerato il patrono degli obiettori di coscienza anche se non ufficialmente dalla Chiesa, ma riconosciuto come tale dai movimenti cattolici e laici per la pace e la nonviolenza.

Il giovane era figlio di Fabio Vittore, veterano militare, e dunque tenuto a proseguire la carriera del padre. Lui disse no e fu accusato di indisciplina. Venne martirizzato e decapitato il 12 marzo del 259 d.C. vicino a Cartagine, nell’attuale Algeria. Aveva poco più di 21 anni. «La lunga storia dell’obiezione di coscienza da Tebessa arriva fino a noi – scrive oggi Mao Valpiana, presidente del Movimento, rilanciando in occasione di questa ricorrenza la campagna di obiezione alla guerra "Leva la leva" –. In ogni Paese si è sviluppata l’idea dell’obiezione, del rifiuto del servizio militare, obbligatorio o volontario che sia. “Fare il militare” è l’obbligo necessario per avere un esercito, che è lo strumento essenziale per “fare la guerra”». Oggi, continua Valpiana, «siamo tutti chiamati a “prepararci alla guerra”. Le prove generali sono già iniziate. In tutta Europa si sta riorganizzando l’apparato militare, anche con il ripristino della leva, per avere grandi numeri a disposizione. È tempo, dunque, di riorganizzare anche l’obiezione di coscienza».
San Massimiliano non rifiutava solo l'atto di uccidere, ma l'appartenenza stessa a un'istituzione che considerava incompatibile con la fede. La sua storia, però, non è l'unico esempio di rifiuto della guerra nella storia della Chiesa. Tra i tanti, ricordiamo quello di San Galgano Guidotti, che conficcò la sua spada nel terreno: così uno strumento di morte divenne una croce, all'Eremo di Montesiepi. Anche San Francesco d'Assisi abbandonò la carriera militare e andò disarmato dal Sultano durante una delle Crociate, mettendo a rischio la propria vita. Pagò invece con la decapitazione la propria scelta di gettare le armi San Marcello il Centurione. In tempi recenti, infine, è celebre il caso del Beato Franz Jägerstätter, contadino austriaco che, ritenendolo incompatibile con la fede cristiana, rifiutò di giurare fedeltà a Hitler e di combattere per il Nazismo. Per la sua profonda convinzione morale fu ghigliottinato nel 1943.



lunedì 9 marzo 2026

Iran, il cardinale americano Cupich (vicino al Papa) contro video di Trump: «È disgustoso»

"Ridurre la guerra a un videogioco, profondo fallimento morale". L'arcivescovo di Chicago è tra gli esponenti più autorevoli della Chiesa negli Usa, leale a Leone XIV. Il suo «appello alla coscienza» rappresenta la più dura e amara delle critiche all'uomo di War-a-Lago.


domenica 1 febbraio 2026

Il Papa ai giovani politici: non ci sarà pace se si scartano i deboli e i nascituri

Leone XIV incontra in Vaticano cento leader da tutto il mondo, protagonisti del convegno “One Humanity, One Planet”: “Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi”. E ricorda le parole di Mare Teresa di Calcutta:“Il più grande distruttore della pace è l’aborto”. Nessuna politica, afferma, "può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo"


Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

“Non ci sarà pace senza porre fine alla guerra che l’umanità fa a sé stessa quando scarta chi è debole, quando esclude chi è povero, quando resta indifferente davanti al profugo e all’oppresso. Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi”. Così Papa Leone XIV si rivolge ai cento giovani leader politici di tutti i continenti, protagonisti del convegno “One Humanity, One Planet”, incontrati questa mattina, 31 gennaio, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico. “Il vostro lavoro” spiega il Pontefice, trova infatti “la sua espressione più alta quando opera per un’umanità pacificata nella giustizia”.

Una settimana residenziale promossa dai Focolari

Dal 26 gennaio al 1 febbraio questi giovani stanno partecipando a Roma alla settimana residenziale conclusiva del programma biennale di formazione all’azione politica promosso dall’ong New Humanity del Movimento dei Focolari in collaborazione con la Pontificia Commissione per l’America Latina e il sostegno della Fondazione Porticus. La metodologia è quella dell’Hackathon, un laboratorio intensivo in cui è possibile lavorare per trovare soluzioni a problemi collettivi. All’udienza con Leone XIV partecipano anche i rappresentanti dei centri del Movimento Politico per l’Unità dei Focolari.

Incontro e lavori in uno stile sinodale

A loro il Papa ricorda che sono uniti “nell’impegno politico alla ricerca del bene comune”, e che “le diverse nazioni, culture e religioni cui appartenete non sono per voi motivo di rivalità, ma di collaborazione e di crescita secondo uno stile sinodale”.

In quanto forma della comunione che ci lega, la sinodalità rende attenti allo sguardo di chi abbiamo accanto, e non solo a ciò che osserviamo, esercitandoci nel comporre visioni d’insieme che rispettano la complessità senza cadere in confusione e cercano la verità senza temere il confronto.

Promuovere pace a partire da dove operiamo

Il Pontefice ringrazia i giovani impegnati nei propri Paesi in ambito politico e sociale per iniziative come il progetto “Quattro sogni” della Pontificia Commissione per l’America Latina, nato dall’intuizione di Papa Francesco, che nell’Esortazione Apostolica Querida Amazonia, “invita a coltivare insieme i sogni ecclesiale, ecologico, sociale e culturale”. La cura di questi ambiti, spiega, merita le migliori energie, “soprattutto in tempi feriti da molte ingiustizie, dalle violenze e dalla guerra!”. Essere leader, aggiunge, vi porta ad una crescente responsabilità per la pace, “non solo quella tra Nazioni, ma lì dove abitate, studiate e lavorate ogni giorno”.

Se non promuoviamo la concordia in una università o in un ufficio, tra partiti e associazioni, come potremo curarla in un intero Stato o tra i Continenti? Con cuore puro e mente limpida, cercate sempre questa pace come dono, alleanza, promessa.

Pace come dono, alleanza, promessa

La pace, ribadisce Papa Leone XIV, “è soprattutto un dono, perché la riceviamo da chi ci precede nella storia: è un bene del quale ringraziare”. Inoltre è “alleanza, che ci incarica di un impegno comune: quello di onorarla, quando c’è, e di realizzarla, quando manca”. Infine la pace è promessa, “perché sostiene la nostra speranza in un mondo migliore, e come tale viene cercata da tutte le persone di buona volontà”.

Forme di partecipazione che coinvolgano tutti i cittadini

Ricordando la “funzione sociale insostituibile” della politica, il Papa esorta i giovani leader “a cooperare sempre più nello studio di forme partecipative che coinvolgano tutti i cittadini, uomini e donne, nella vita istituzionale degli Stati”.

Su queste basi sarà possibile edificare quella fraternità universale che già tra voi giovani si annuncia come segno di un tempo nuovo: il vostro lavoro, infatti, trova la sua espressione più alta quando opera per un’umanità pacificata nella giustizia.

"Il più grande distruttore della pace è l'aborto"

Una vera pace, sottolinea Leone XIV, non è possibile se l’umanità scarta chi è debole, esclude chi è povero o “resta indifferente davanti al profugo e all’oppresso”, perché “solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi”. E ricorda che Madre Teresa di Calcutta, “santa degli ultimi e premio Nobel per la pace” affermava che “il più grande distruttore della pace è l’aborto”.

La sua voce rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale.

Un’umanità, un pianeta, un Dio creatore buono

La conclusione del Pontefice è dedicata all’impegno di tutte le religioni per la fraternità universale. Suggerisce che il titolo del convegno, “One Humanity, One Planet”, merita di essere completato con “One God”:


Riconoscendo in Lui il creatore buono, le nostre religioni ci chiamano a contribuire al progresso sociale, ricercando sempre quel bene comune che ha per fondamenta la giustizia e la pace.


domenica 25 gennaio 2026

«Mio figlio non viene più a Messa». Una guida per salvare la domenica in famiglia

Per due genitori cristiani che si sono spesi con impegno nell’educazione alla fede non c’è fallimento più profondo della decisione dei figli adolescenti di non andare più in Chiesa. Che fare? E come recuperare il tempo e i riti condivisi di cui le relazioni tra genitori e figli hanno bisogno? Una guida ragionata

segue al link:

martedì 6 gennaio 2026

"Chi va a Roma perde la poltrona", il ritorno dal Giubileo


Nel Medioevo partire per Roma, soprattutto in tempo di Giubileo, non era un gesto reversibile. L’assenza poteva costare incarichi, beni, riconoscimento sociale. Raccontare il pellegrinaggio dal punto di vista del ritorno significa restituirne la dimensione più fragile e meno narrata: quella in cui l’esperienza del sacro incontra la vita ordinaria e ne mette alla prova gli equilibri


con  molte interessanti illustrazioni



Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano

Il proverbio “Chi va a Roma perde la poltrona”, attestato in forma stabile solo in età moderna, conserva sotto la scorza dell’ironia una memoria medievale precisa. L’assenza prolungata non era un fatto neutro: negli statuti comunali comportava la decadenza per absentia; nel diritto canonico i benefici si perdevano per non residentiam; nella prassi curiale le sostituzioni temporanee tendevano a diventare definitive. Partire in pellegrinaggio - soprattutto in tempo di Giubileo - significava dunque accettare un rischio concreto. Non a caso, una delle prime azioni del pellegrino era fare testamento. Prima di mettersi in cammino, uomini e donne disponevano dei beni, affidavano figli, debiti e anime a una scrittura che presupponeva la morte come possibilità concreta. Il pellegrinaggio, anche quando motivato dalla speranza dell’indulgenza, iniziava sotto il segno della fine. Tornare non era scontato; e tornare integri, ancora meno.

Farsi riconoscere sulla strada

Il pellegrino non era un viaggiatore anonimo. Doveva essere visibile, riconoscibile, quasi leggibile. Un abbigliamento codificato - il mantello grezzo, il bordone, la scarsella - e soprattutto i segni acquisiti lungo il cammino, come le insegne metalliche con l’effigie dei simboli associati ai luoghi sacri, avevano una funzione pratica oltre che simbolica. Dichiaravano uno status: chi li portava chiedeva ospitalità, protezione, talvolta indulgenza morale.

Essere riconosciuti come pellegrini era una necessità. Le strade medievali erano attraversate da pericoli ben noti: briganti, pedaggi abusivi, soldati sbandati; e poi le malattie, che colpivano lontano da casa con particolare ferocia. Le cronache parlano di febbri prese negli ospizi, di corpi debilitati che non reggevano il viaggio di ritorno. Il pellegrino era esposto, e lo sapeva.


Il ritorno come prova

È qui che il tema del ritorno assume un valore che va oltre la storia religiosa. Tornare significava rientrare in una comunità che aveva continuato a vivere senza di te. Un esempio concreto emerge dagli statuti cittadini italiani tra XIII e XIV secolo: in diverse città, l’assenza prolungata comportava la decadenza automatica da cariche civiche o corporative. Il pellegrino rientrato doveva ricominciare da capo, talvolta dimostrando la legittimità del proprio rientro.


Alcune lettere conservate negli archivi romani raccontano di pellegrini che, tornati, faticano a riottenere beni affidati a parenti o amministratori temporanei. La “poltrona” perduta non era solo simbolica: era un posto realmente occupato da altri, con il tacito consenso della comunità.


Un ritorno che cambia chi ritorna

Il pellegrino non tornava mai identico a prima. Portava con sé il racconto del Giubileo, ma anche una trasformazione interiore difficile da integrare. Le fonti agiografiche mostrano casi di pellegrini che, una volta rientrati, scelgono una vita diversa: più ritirata, più devota, talvolta marginale. Non tutti riescono - o vogliono - rientrare pienamente nei ruoli precedenti.
In questo senso, il pellegrinaggio medievale dialoga con una delle grandi narrazioni fondative dell’Occidente: l’Odissea. Anche il poema di Omero non è il racconto di una partenza, ma di un ritorno lungo, pericoloso, disseminato di perdite. Ulisse non combatte per partire, ma per rientrare; e quando rientra, non viene riconosciuto. Deve dimostrare chi è, riprendere il proprio posto, riconquistare ciò che gli apparteneva. Il pellegrino medievale vive una tensione simile. Il viaggio verso Roma promette salvezza; il ritorno mette alla prova l’identità.


Raccontare il ritorno

Questo motivo del ritorno attraversa in profondità la letteratura antica e medievale ed è altrettanto centrale nei testi biblici, dove il rientro - dall’esilio, dall’erranza, dalla colpa - non è mai un semplice tornare indietro, ma una ricomposizione faticosa del rapporto con Dio e con la comunità. In questa lunga tradizione culturale si inserisce anche l’esperienza del pellegrino medievale.

Come Ulisse, egli torna cambiato; e come nelle grandi narrazioni del ritorno, il momento decisivo non è la meta raggiunta, ma il confronto con ciò che lo attende al rientro. Il pellegrinaggio giubilare si compie davvero solo lì, quando l’esperienza del sacro incontra la vita ordinaria e ne mette alla prova gli equilibri.


La “sperduta”

Un episodio concreto restituisce la precarietà del cammino meglio di qualsiasi astrazione. Nelle Cerbaie, area paludosa e insidiosa nei pressi di Altopascio, snodo fondamentale dei percorsi tra nord e sud della penisola, lungo la via Francigena, il pellegrino rischiava di smarrirsi in ogni stagione del viaggio. Qui una campana, nota come la Sperduta, veniva suonata per orientare chi si perdeva tra nebbie, acquitrini e sentieri incerti. Non indicava una meta, ma una direzione; non distingueva l’andare dal tornare. Il suo suono interveniva quando il cammino diventava indistinto, ricordando al pellegrino che la strada, anche quando si dissolve, può ancora essere ritrovata.


Chi non torna

Infine, ci sono i ritorni mancati. Le fonti registrano pellegrini morti sulla via del rientro, sepolti lontano da casa, oppure rimasti a Roma, accolti in ospedali o confraternite. Per alcuni, il pellegrinaggio diventa una soglia senza ritorno, una scelta definitiva, non sempre esplicitata ma chiaramente leggibile nei documenti. È anche per questo che il proverbio ha attraversato i secoli. Non è una battuta sulla carriera, ma una constatazione storica: partire per Roma significava accettare il rischio di non ritrovare il proprio posto nel mondo.


La parte più difficile del viaggio

Il ritorno dei pellegrini medievali completa il senso del Giubileo. Non solo evento straordinario, ma esperienza che lascia tracce durature: nelle biografie individuali, nelle comunità, nella memoria collettiva. Il pellegrinaggio non finisce quando si varcano di nuovo le mura di casa. È lì, semmai, che comincia la parte più difficile del viaggio.

domenica 4 gennaio 2026

Dov’era Dio nel rogo di Crans? Stringeva i ragazzi tra le sue braccia

Le domande che angosciano i genitori dei ragazzi vittime della sciagura di Capodanno in queste ore opprimono i cuori di tutti. La lettera aperta di don Maurizio Patriciello le condivide


Cari genitori, il vostro dolore è il nostro dolore, la vostra angoscia ci opprime, le vostre speranze ci incitano a guardare avanti. A Crans-Montana siete stati colpiti da una tragedia immane, lasciateci asciugare le lacrime che vi solcano il volto.

Alla sofferenza si aggiunge la rabbia, lo sconcerto, il rammarico. Nella vostra vita tutto è cambiato in un istante. Da oggi niente sarà più come prima. Eravate sereni allo scoccare della mezzanotte, i vostri ragazzi stavano al sicuro, l’ambiente sano, la montagna stupenda, la serata tranquilla. Avevate appena brindato, come tutti noi, all’anno nuovo. Baci, abbracci, risate, battute di spirito, pacche sulle spalle. Un messaggino – l’ultimo – al figliolo che si divertiva con gli amici. Chi avrebbe potuto prevedere la tragedia che stava per abbattersi sulle vostre vite?
Da soli non ce la potete fare a sopportare un dolore così grande, così assurdo. Avete bisogno di appoggiarlo sulle spalle di fratelli e sorelle, conosciuti e sconosciuti. Eccoci, perdonateci se ci permettiamo di farci avanti e dirvi: ci siamo. Stiamo piangendo con voi fin dalle prime, incerte, notizie. Per voi abbiamo pregato nelle nostre comunità parrocchiali. Quando la morte arriva inattesa, improvvisa, con il viso arcigno, cattivo, deturpato; quando porta via non te – sarebbe stato meglio, hai pensato mille volte – ma il cuore del tuo cuore, il figlio che hai messo al mondo, il futuro nel quale ti rispecchiavi, il dono più prezioso tra i tanti doni ricevuti negli anni, in quel momento le parole – fossero anche le più sublimi – non possono bastare. Siete stati catapultati nel mistero della sofferenza assurda e della morte senza preavviso, nel momento 
in cui stavate ridendo, scherzando, giocando, brindando. Non è giusto. È vero, non è giusto.
Adesso si va alla ricerca delle responsabilità. Giustizia deve essere fatta, perché errori madornali come questi non abbiano a verificarsi più. Perché altri innocenti non abbiano a soffrire e morire. Magra consolazione, però. Tu rivuoi tuo figlio. Tu vuoi ritornare a casa insieme a lui. Tu vuoi che dopo l’Epifania riprenda ad andare a scuola. Tu vuoi i suoi capricci, i suoi abbracci, le sue lamentele, la casa in disordine, i libri sparpagliati. Tu vuoi sentire la sua voce, vederlo crescere, diventare uomo, donna. Tu vuoi coronargli il capo con l’alloro il giorno in cui discuterà la tesi. Tu vuoi lui, lei. Con quel nome, quel volto, quella risata, quei difetti, quel suo modo di fare unico e irripetibile. Tu vuoi tuo figlio. Il resto è poca cosa.
Magra consolazione per una mamma e un papà che hanno perso il loro meraviglioso ragazzo. Magra consolazione per chi sta trepidando per le sorti del figlio disperso. Magra consolazione per chi non sa ancora se il suo “bambino” ricoverato in ospedale ce la farà. Permetteteci di soffrire con voi, fratelli e sorelle. Permetteteci di dirvi che i vostri figli sono i nostri figli. Sappiate che non siete soli. La vita è bella – troppo, troppo bella – ma anche tanto fragile.
In queste ore rimbalzano alla vostra mente le attese, le sofferenze, i sacrifici, gli aiuti, le paure, le speranze con cui avete convissuto dal giorno in cui egli, timidamente, bussò alla porta del vostro cuore. Lo accoglieste. Vi sconvolse le giornate. Il pargolo – mi ricorda il Pargoletto nel presepe – il pargolo, dicevo, con prepotenza, si prese ogni spazio, tutto il vostro tempo, i vostri progetti. Si impossessò dei vostri sogni. Fu un concentrato di egoismo. Ma voi eravate felici. Il suo pianto, la sua vocina, i suoi primi passi, le sue prime parole balbettate, le colichette, i reflussi, le pappe, il sorriso, la sua vita, vi ricompensavano di tutto. C’era lui. E per lui, ormai adolescente, tremavate, ma non potevate dirglielo, si sarebbe arrabbiato. Alle vostre raccomandazioni non faceva che ripetere: «Stai tranquilla mamma, stai sereno papà. L’ambiente è
sicuro, i miei amici sono persone perbene. Non avete motivo di stare in ansia».
E invece, no, chi ama sta sempre in ansia. Chi ama teme e trema. Chi ama sa bene che il pericolo si nasconde, si camuffa, si trasforma. Puoi trovarlo dappertutto, e tu, figliolo, sei tanto giovane per poterlo scovare a prima vista.

Dio dov’era? Migliaia di persone si sono poste questa domanda, decine di amici l’hanno rivolta a me. Col volto triste ho risposto: «Piuttosto mi chiedo: dove sono io quando mio fratello ha fame, ha sete, viene denigrato, umiliato? Dove sono io quando affoga nello stesso mare nel quale mi diverto? Dove siamo noi quando progettiamo e realizziamo luoghi, strade, autostrade, veloci mezzi di locomozione, cibi e bevande non sicuri? Dove siamo noi quando non facciamo il nostro dovere fino in fondo?» No, la domanda non regge. La nostra fede cristiana ci dice – e noi lo crediamo fermamente – che il nostro Dio era là con i vostri ragazzi quella notte. Proprio in quel locale. Impotente. Schiacciato. In croce. A soffrire e morire con loro. Ad accarezzarli come avreste fatto voi, cari genitori, in quel momento atroce. Dio era là a farsi carico del loro spavento, a raccogliere le loro paure, le loro grida disperate. Dio era là per portarli nella beata pace dell’eternità dove un giorno, statene certi, li ritroverete. Forza, cari fratelli e sorelle gettati in questa valle oscura di sofferenza e di morte. Accogliete il nostro abbraccio. Vi vogliamo bene.

20 Novembre - Kessler: la libertà non è assoluta, prima viene la vita

Continua a far discutere la vicenda della morte delle gemelle tedesche. Il parere di don Alberto Frigerio, professore di Etica della Vita presso l’Istituto superiore di Scienze religiose di Milano

di Stefania CECCHE

20 Novembre 20


https://www.chiesadimilano.it/news/attualita/suicidio-assistito-kessler-la-liberta-non-e-assoluta-prima-viene-la-vita-2855410.html



Continua a generare sgomento e riflessione la decisione delle gemelle Kessler di togliersi la vita tramite suicidio assistito. Abbiamo chiesto un commento a don Alberto Frigerio, professore di Etica della Vita presso l’Istituto superiore di Scienze religiose di Milano.

Perché la morte delle gemelle Kessler ha generato tanto clamore?
La decisione di Alice ed Ellen Kessler di porre termine alla propria vita congiuntamente, tramite la pratica del suicidio assistito, colpisce e lascia sgomenti, come sempre accade a fronte della scelta di sopprimere intenzionalmente la propria esistenza. L’opzione suicidaria è infatti correlata a patimenti profondi, connessi a situazioni considerate insostenibili (lutto del coniuge, divorzio, disoccupazione, tracollo finanziario), sindromi depressive, sofferenza fisica, rinuncia a una vita segnata da umiliazione e servitù politica (filosofi stoici), protesta politica (Jan Palach, patriota cecoslovacco protagonista della Primavera di Praga), sottrazione alla insignificanza della vita (vuoto e crisi di senso, ascrivibile in larga parte alla concezione secolare della vita). Motivo per cui la notizia di un suicidio suscita sentimenti di compassione e induce il credente a impetrare la misericordia divina.

Come è chiamata a porsi la Chiesa a fronte di un fatto di cronaca come questo?
Al di là del caso specifico, su cui ogni illazione risulterebbe improvvida, la Chiesa ha il compito di educare a concepire la vita come bene da custodire e coltivare con l’ausilio della comunità. La tradizione cristiana ha sempre ritenuto il suicidio illecito, in quanto costituisce un rifiuto della giustizia e carità verso se stessi, è contrario ai doveri di giustizia e carità verso il prossimo, costituisce un rifiuto della sovranità di Dio sulla vita, riconoscendo al contempo che sul piano soggettivo l’imputazione varia a seconda del contesto sociale e delle condizioni psicologiche (Evangelium vitae, n. 66). Il suicidio si attua sovente in condizioni psicologiche alterate, che tolgono o attenuano la responsabilità morale del suicida, motivo per cui la condanna risoluta del suicidio non fa perdere la speranza di salvezza del suicida: «L’angoscia o il timore grave della prova, della sofferenza o della tortura possono attenuare la responsabilità del suicida. Non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte. Dio, attraverso le vie che egli solo conosce, può loro preparare l’occasione di un salutare pentimento. La Chiesa prega per le persone che hanno attentato alla loro vita» (Catechismo, nn. 2282-2283).

La vicenda delle gemelle Kessler ha riaperto il dibattito politico inerente alla depenalizzazione del suicidio assistito. Qual è la posizione della Chiesa a questo riguardo?
I promotori del suicidio assistito rivendicano il diritto all’auto-determinazione, che esprime un’accezione libertaria della libertà, che identifica il bene col libero arbitrio o potere di auto-determinazione della volontà. Lo documenta Kirillov, personaggio del romanzo I demoni di Fëdor Dostoevskij, che intende il suicidio come forma di autonomia perfetta che dimostrerebbe l’inesistenza della dipendenza da Altro, comprovando così la logica suicidaria dell’ateismo. In effetti, il soggetto è capace di auto-determinazione, come attesta la sua facoltà di muoversi a partire da un proprio centro inalienabile. La libertà non è però assoluta, ma seconda e relativa alla vita, bene fondamentale che costituisce il presupposto di ogni altro bene, inclusa la libertà, che, per non ritorcersi contro sé stessa, deve prendersene cura responsabilmente. Motivo per cui nelle fasi della vita provata da patimenti non si tratta di introdurre il diritto alla morte (formula contraddittoria, in quanto composta da due termini che si elidono vicendevolmente: diritto e morte) ma di potenziare il diritto alla cura, come insegna la Lettera Samaritanus bonus: «Sono gravemente ingiuste le leggi che legalizzano l’eutanasia o quelle che giustificano il suicidio e l’aiuto allo stesso. Tali leggi colpiscono il fondamento dell’ordine giuridico: il diritto alla vita, che sostiene ogni altro diritto, compreso l’esercizio della libertà umana … Una società merita la qualifica di “civile” se la solidarietà è fattivamente praticata e salvaguardata come fondamento della convivenza» (n. 5,1).

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sabato 3 gennaio 2026

Università Cattolica del Sacro Cuore, rinnovato il CdA fino al 2029

Per il prossimo quadriennio, entrano a far parte dell'organo amministrativo dieci nuovi membri nominati dall’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, ente fondatore dell’Ateneo. Per la prima volta il board accoglie anche un componente eletto dai rappresentanti degli studenti: Andrea Rovati

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A Londra l'aborto anche “fino alla nascita”

La contestatissima “clausola 208” approvata dal Parlamento inglese (e ora firmata da re Carlo) lascia immutate le restrizioni per i medici, ...