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Che la gestazione per altri sia un sistema dove i desideri dei più forti diventano ordini e dove il bambino è ridotto a una merce con tanto di clausole di recesso, lo racconta bene una vicenda recente accaduta in Canada, Paese in cui la gestazione per altri è “solidale” e il Sistema sanitario nazionale copre gran parte delle spese. La storia, poco ripresa sui media italiani, è stata raccontata dal National Post:
La coppia gay avrebbe chiesto un risarcimento di 600.000 dollari perché, sostanzialmente, la madre surrogata di loro figlio non avrebbe eseguito i loro ordini, rifiutandosi di abortire dopo che sembrava che il feto avesse una malformazione (poi rivelatasi lieve) e scegliendo di partorire in casa.
La donna racconta che il loro rapporto è stato positivo durante i primi mesi di gravidanza, ma poi, alla fine di giugno del 2024, ha comunicato loro i risultati di un’ecografia che indicava la presenza di una labiopalatoschisi nel bambino, forse anche di una palatoschisi e di un piccolo difetto cardiaco. La madre surrogata a quel punto ha ricevuto una lettera dal tono formale e legale dai “genitori intenzionali”.
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Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano
Ripartire da lì, da Amoris laetitia, dall’esortazione apostolica di Papa Francesco tra i capisaldi del suo pontificato, per guardare ai “cambiamenti” di oggi nelle famiglie, per condividere “quanto si sta realizzando nelle Chiese locali” da dieci anni a questa parte e per capire quali sono “i passi da compiere” per “annunciare il Vangelo alle famiglie oggi”, tenendo conto anche delle forme di povertà e violenza che molte di loro subiscono. Con questi molteplici obiettivi, Papa Leone XIV convoca per il prossimo ottobre i presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo per un summit sulla famiglia in Vaticano. Non un Sinodo, non un Concistoro, ma un evento di ascolto, dialogo e riflessione. L’annuncio giunge in un messaggio firmato dal Pontefice oggi, 19 marzo, solennità di San Giuseppe in occasione del decennale del documento di Francesco, “frutto di tre anni di discernimento sinodale sostenuti dall’Anno Santo della Misericordia”.
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Dieci anni dopo i numeri raccontavano l’altra faccia del manifesto. Meno del 15 per cento delle donne tornava a utilizzare gli ovuli congelati. Il tasso reale di successo di una gravidanza da egg freezing restava intorno allo 0,7 per cento. Neanche l’1 per cento degli ovuli congelati finiva con un bambino. Ma questo dato non compare nelle brochure aziendali, né nei comunicati stampa sul welfare inclusivo. Compare invece l’effetto psicologico, potentissimo: la possibilità di non dover scegliere adesso.
Dove il lavoro si organizza intorno alla vita, non servono freezer. Dove non lo si vuole fare, si offre la tecnologia e la si chiama libertà. Nulla di nuovo: a qualcosa del genere ha pensato anche la Puglia che da qualche mese riconosce alle donne tra i 27 e i 37 anni e con un Isee inferiore ai 30mila euro un contributo alla crioconservazione. Diesel non è che un altro tassello da aggiungere alla provincia spaziotemporale di un mercato che si è fatto ben più più vasto. Lo stesso capitalismo morale che ieri ha venduto l’egg freezing oggi vende l’aborto come benefit aziendale. Negli Stati Uniti Starbucks, Amazon, Apple, Levi’s, Citigroup rimborsano viaggi, hotel, babysitter per permettere alle dipendenti di abortire negli stati dove è più difficile farlo. Stesso linguaggio, stessa logica: “Salute riproduttiva”, “cura”, “accesso”. La gravidanza diventa una variabile di costo, il figlio un rischio operativo.
Detta fuori dai denti del marketing, prima ti aiutano a rimandarlo, poi ti aiutano a interromperlo. Sempre in nome della scelta, sempre evitando il punto centrale: un’azienda che asseconda la visione dell’incompatibilità tra maternità naturale e lavoro non è neutrale, è normante. Sta decidendo quando è accettabile fare un figlio e quando no. Come osservava Forbes già commentando Apple e Facebook, il rischio è evidente: non possedere solo i mezzi di produzione, ma anche quelli di riproduzione.
Diesel non fa eccezione. Fa scuola: la maternità naturale è un problema, quella differita un servizio. Il lavoro viene prima, la vita poi. Se poi arriva.
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Il report è nato dopo un processo di ascolto di un’ottantina di esperti e di oltre 120 realtà coinvolte: agenzie di surrogazione, associazioni di genitori intenzionali, donne che hanno portato avanti gravidanze conto terzi... Una specie di commissione d’inchiesta, insomma. La prima sorpresa è che l’Onu, nel suo resoconto, considera la surrogata “altruistica” esattamente come quella “commerciale”, perché laddove la prima è consentita, come in Gran Bretagna, si prevedono rimborsi spese consistenti.
La realtà è che la Gpa rinforza le differenze sociali: le madri surrogate provengono da ceti poveri o sono sradicate dai loro ambienti – sempre più coinvolte le donne delle comunità migranti – mentre le madri intenzionali sono necessariamente benestanti, visto il costo della pratica. Lo stesso si può dire – documenta l’Onu – per le donatrici di ovuli, e in più si aggiunge un connotato razzista: le ragazze occidentali, con istruzione elevata, ricevono un compenso 100 volte superiore per i loro gameti rispetto ad altre categorie di donne.
La violenza della Gpa si esercita anche nei confronti dei bambini: la Relatrice Speciale dell’Onu descrive la separazione immediata del neonato dalla madre gestazionale per la consegna ai genitori intenzionali come «un processo che può essere significativo dal punto di vista emotivo e dello sviluppo. Gli individui con uno sviluppo disturbato dell’attaccamento sono a maggior rischio di manifestare disturbi mentali». Non solo: i neonati da Gpa registrano mediamente una età gestazionale più bassa al parto, alto tasso di nascita pretermine e di basso peso corporeo. Inoltre sono privati dell’allattamento al seno, espressamente proibito nei contratti di surrogazione, con tutte le implicazioni che questo comporta.
Un’altra forma di violenza riguarda le madri surrogate, considerate solo per le funzioni riproduttive e ridotte a “incubatrici umane”. Il report dell’Onu nota che il crescente ricorso di vip e divi di Hollywood alla Gpa ha contribuito a “glamourizzare” o “normalizzare” la pratica, e a renderla una scelta tra le tante per diventare genitori, tanto che negli Stati Uniti alcune società offrono contributi finanziari e assicurazioni sanitarie ai loro dipendenti. «Una dinamica che rischia di rinforzare stereotipi coloniali e discriminatori», visto che le madri surrogate sono mediamente straniere e povere e particolarmente esposte a situazione di violenza. Se anche esistono alcune donne convinte di svolgere un atto altruistico, la stragrande maggioranza della madri surrogate, infatti, come argomenta il report, sono sprovviste di mezzi per opporsi allo sfruttamento: molti i casi di mancato pagamento del compenso pattuito in caso di aborti spontanei, o di aborti selettivi imposti in caso di gravidanze multiple o di disabilità del feto, anche insignificanti, di segregazione per i mesi della gestazione, di limitazioni pesanti alla propria libertà. «Gli accordi di maternità surrogata, quindi, collocano questa pratica al di fuori dell’ambito della libertà contrattuale», si legge nel report.
Un’altra forma di violenza è il ricorso al taglio cesareo: evidenze raccolte in Paesi come India, Messico e Nepal indicano che il cesareo è la prassi per le madri surrogate, in assenza di indicazioni mediche e perfino di assenso delle interessate.
In tanti casi la Gpa può essere assimilata alla riduzione in schiavitù: è stato questo il termine usato da un procuratore argentino che si è trovato a giudicare il caso di donne povere reclutate sui social media per diventare surrogate e private di ogni libertà personale. Dall’Ucraina arrivano testimonianze simili.
Ma in ogni caso, anche laddove il contratto di Gpa non sia vessatorio, si tratta pur sempre della «vendita di un neonato, il che è un crimine», scrive Reem Alsalem. Il paradosso è che anche nei Paesi in cui la Gpa è ammessa, la compravendita di bambini è proibita. Dov’è la differenza, si chiede significativamente l’Onu? Il “consenso” della donna, comunque, non rende la Gpa etica. «È riconosciuto che il consenso da solo non può giustificare violazioni dei diritti umani, comprese quelle associate alla tratta di esseri umani, alla vendita di organi, alla schiavitù o alla tortura».
Il report, dopo aver documentato nel dettaglio tutta l’iniquità, lo sfruttamento e la violenza insita nella pratica dell’utero in affitto, si chiude con una serie di raccomandazioni agli Stati: compiere passi legislativi per proibire la Gpa, proteggendo nello stesso tempo i diritti di donne e bambini coinvolti; adottare il modello nordico in uso per la prostituzione, che vuol dire scoraggiare la domanda perseguendo i clienti, gli intermediari, le cliniche, proibendo la pubblicizzazione e adottando campagne di educazione; opporsi alla legalizzazione dei contratti di surrogazioni firmati all’estero, salvaguardando però il miglior interesse dei bambini.
Il rilascio del report sulla violenza nella Gpa ha suscitato reazioni contrastanti. Le cliniche sparse nel mondo per ora non commentano in maniera aperta. Ma, per fare un esempio, la consulente per la Gpa Sarah Jefford, australiana, protesta che l’Onu ha consultato esclusivamente organizzazione notoriamente contrarie, «transfobiche, anti sex-work e misogini». «Le raccomandazioni della Rappresentante Speciale negano il diritto delle donne di esercitare la propria autonomia riproduttiva, inclusa la decisione se diventare surrogate e non allevare i bambini che hanno partorito».
Per contro, numerose associazioni femministe esultano. «Nel documento si loda l’Italia per la legge del 2024 che ha reso l’utero in affitto un reato universale, definendola un modello da imitare in tutto il mondo – scrive il sito di Feminist Post –. È un riconoscimento storico, che premia anni di lotte del femminismo radicale italiano e segna una svolta globale: la nostra vittoria è diventata contagiosa». La legge italiana ha trainato la nascita o il rafforzamento di nuovi gruppi di attivismo internazionale, come Surrogacy Concern in Gran Bretagna, o come la Dichiarazione di Casablanca, una coalizione internazionale formata da oltre 150 esperti e associazioni di 75 Paese del mondo, che dal 2023 chiede l’abolizione universale della surrogata. Il report dell’Onu offre «un riconoscimento senza precedenti al più alto livello internazionale – ha scritto Olivia Maurel, portavoce della Dichiarazione e lei stessa nata da Gpa –. La maternità surrogata non è un atto d’amore, ma una forma di violenza e sfruttamento. E questo rapporto storico apre la strada alla sua messa al bando globale».
Il 16 ottobre compie un anno il provvedimento, fortemente voluto dalla premier Giorgia Meloni e approvata in via definitiva dal Senato, che ha modificato un comma della Legge 40 sulla procreazione assistita, rendendo il ricorso alla Gpa un reato anche se avviene all’estero, in Paesi dov'è legale. La norma prevede una pena da tre mesi a due anni, a cui si aggiunge una multa fino a un milione di euro, per chi ricorra alla pratica. Il report dell’Onu sulla violenza nella surrogazione di maternità considera la legge un modello da imitare in tutto il mondo, dato che nelle raccomandazioni finali invita gli Stati ad «adottare misure volte all’eliminazione della maternità surrogata in tutte le sue forme», rafforzando gli strumenti di tutela per le donne e i bambini. Inoltre gli Stati devono «adoperarsi per l’adozione di uno strumento internazionale giuridicamente vincolante che vieti tutte le forme di maternità surrogata».
Embrioni (congelati) d'Europa Quanti bambini nascono in Europa ogni anno da concepimento in provetta? 247mila, quasi il 7% ormai dei 3,7...