mercoledì 30 settembre 2026

Deficit/Pil. Il 3 per cento è una regola «senza un perché»

Italia in infrazione di bilancio per uno 0,8 per cento, ma vanno ricordati anche i risultati raggiunti. E la storia di una regola capestro nata per caso

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Caro direttore, ma questa storia dell’infrazione di bilancio per uno 0,8 per cento non è un po’ ridicola? Il deficit di bilancio 2025 è rimasto al 3,08 per cento del Pil anziché scendere sotto la fatidica soglia del 3. Questo secondo i calcoli dell’Istat e io non so dire, come ha fatto ieri sera Giorgia Meloni da Bruno Vespa, se c’è un eccesso di “cautela” dell’ente di ricerca o se c’è stato un errore del Mef. Poco cambia, mi pare: il dato di fatto è che, dovendo rimandare di un anno il rientro imposto da Bruxelles, questo governo si ritrova con meno quattrini in tasca, e il voto del 2027 è dietro l’angolo…
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Innanzitutto, vanno ricordati tre fatti.

  • Il primo: la fine della procedura di infrazione è sempre stata fissata al 2027; l’unico vero contrattempo è non essere riusciti ad anticipare i tempi.
  • Il secondo: nel 2021 il debito pubblico sfiorava il 150 per cento del Pil e il deficit viaggiava su vette comprese tra l’8 e il 9 per cento. Al governo attuale si possono muovere diverse critiche, ma non certo quella di aver scialacquato il pubblico denaro: passare dal 9 al 3,08 per cento nel giro di una sola legislatura è un risultato di tutto rispetto. A maggior ragione se si considera che ad aprile l’Istat si è accorta di un improvviso extra-costo di 8,4 miliardi dovuto al Superbonus grillino (a proposito di mani bucate e soldi buttati dalla finestra).
  • Il terzo: quest’anno il deficit italiano equivale alla metà di quello statunitense e supera di slancio i dati di Germania (3,7 per cento) e Francia (5,4 per cento).

La regola del 3 per cento

Detto questo, comprendo benissimo il tuo sconcerto per questa dittatura dello zerovirgola che governa i destini delle nazioni. Un feticcio contabile basato peraltro su una cifra, il 3 per cento, estratta dal cilindro nel 1981 da Guy Abeille, allora oscuro funzionario del ministero delle Finanze francese. Qualche anno fa, fu lui stesso a raccontare la storia del perché fosse stata fissata proprio quella soglia. «Fu una scelta casuale, senza nessun ragionamento scientifico – disse a Repubblica -. Quando François Mitterrand venne eletto, nel 1981, scoprimmo che il deficit lasciato da Valery Giscard d’Estaing per l’anno in corso non era di 29, ma di 50 miliardi di franchi. Sembrava anche difficile fermare l’appetito dei nuovi ministri socialisti. Avevamo davanti uno spauracchio: superare 100 miliardi di deficit. Mitterrand chiese all’ufficio in cui lavoravo di trovare una regola per bloccare questa deriva».

«Un po’ per caso»

Così, «una sera del 1981», in una riunione durata circa «un’ora», nacque l’idea. «Avevamo pensato in termini assoluti di stabilire come soglia massima 100 miliardi di franchi. Ma era un limite inattendibile data l’alta fluttuazione dei cambi e le possibili svalutazioni. Quindi decidemmo di dare il valore relativo rispetto al Prodotto interno lordo che all’epoca era di 3.300 miliardi. Da qui il fatidico 3 per cento. Qualche mese dopo, Mitterrand parlò ufficialmente della regola per il controllo dei conti pubblici. La Finanziaria si chiuse con uno squilibrio di 95 miliardi. Ma Laurent Fabius, allora premier, anziché dare la cifra parlò di un deficit pari al 2,6 per cento del Pil. Faceva molta meno impressione. Così è cominciato tutto».

Da quel momento in avanti, grazie alla benedizione di Jean-Claude Trichet, il parametro è scivolato dritto nel Trattato di Maastricht. Da quella lontana sera del 1981 in cui fu partorito un po’ per caso – chiosava Abeille – quel 3 per cento è diventato lo sfondo immutabile delle nostre vite. Senza che nessuno «si chieda più il perché».


mercoledì 16 settembre 2026

Pizzaballa: «Non tutti i pacifisti sono davvero pacifici»

In visita in Basilicata il patriarca ha incontrato i giovani della diocesi di Tursi-Lagonegro. Un'occasione per parlare dei drammi della Terra Santa. «Dobbiamo chiamare le cose con il loro nome, senza creare nuove barriere»

martedì 15 settembre 2026

Incendi e clima. Non è vero che “il mondo sta bruciando”

La superficie mondiale bruciata nel 2026 è la più bassa da un secolo, ma la narrazione allarmista descrive un pianeta in fiamme per colpa dei cambiamenti climatici. Questa è propaganda, non scienza
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Il 2026? La stagione degli incendi meno intensa da un secolo

Ecco ciò che rende tutto questo così esasperante: il pianeta sta facendo l’esatto contrario che bruciare. I dati satellitari mostrano che, al 2 settembre, la superficie mondiale bruciata nel 2026 è inferiore del 40 per cento rispetto alla media 2012-2025 registrata a questo punto dell’anno, e si avvia a fare di questa la stagione degli incendi meno intensa a livello globale da un secolo. Se le tendenze attuali proseguiranno, il 2026 potrebbe chiudersi con meno dell’1,5 per cento della superficie terrestre mondiale interessata dagli incendi. Sarebbe un dato nettamente inferiore persino al minimo dell’era satellitare, registrato nel 2022 con il 2,2 per cento, e probabilmente inferiore a quello di qualsiasi anno dal 1900.

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Il problema c’è, le soluzioni anche

E il 2026 non è un’anomalia. All’inizio del Novecento ogni anno bruciava quasi il 4 per cento delle terre emerse del pianeta, circa il doppio rispetto a oggi. Un secolo di miglioramenti nell’agricoltura, nella gestione del territorio e nella lotta agli incendi ha progressivamente ridotto il fenomeno, perché le persone detestano gli incendi e sono diventate molto brave a prevenirli. La tendenza di lungo periodo degli incendi nel mondo continua a essere in diminuzione.

lunedì 14 settembre 2026

Cattolici, ma

Di Peppino Zola
09 Settembre 2026
Da Biden fino a Zaia, quanti professano la loro fede per poi prendere decisioni politiche in aperto contrasto al magistero della Chiesa

Una importante premessa a ciò che sto per scrivere: siamo tutti peccatori, cioè possibili protagonisti di incoerenze, come, del resto, prevede il dogma dimenticato della Chiesa cattolica, quello che riguarda l’esistenza del peccato originale. Non per ipocrita moralismo siamo, quindi, tenuti ad intervenire sulle questioni che la vita sociale pone, ma per rispetto della verità, che riguarda doverosamente ciascuno di noi.

Detto questo, vorrei segnalare un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti: si sta affermando, cioè, una sorta di tribù di persone che potremmo definire come “cattolici, ma…”. La nascita di tale agglomerato, a dire il vero, non è recentissima. In Italia si è appalesata, per la prima volta, in occasione del referendum sul divorzio (1974), quando molti personaggi pubblici (tra cui importanti sindacalisti), che non avevano mai confessato in pubblico di essere cattolici, improvvisamente si misero a dire: “Sono cattolico, ma sono favorevole al divorzio” e ciò anche se la Chiesa italiana si era espressa chiaramente contro il divorzio (che, in effetti, divenne un fattore di ulteriore indebolimento della famiglia).

Lo stesso fenomeno si verificò, anche se in tono minore, a proposito del referendum sull’aborto (1981) e poi in ogni occasione in cui si dovettero affrontare temi di carattere antropologico. Significativo, poi, è stato un famoso intervento di un ex primo ministro, che si definì “cattolico adulto”, cioè cattolico, ma libero di decidere secondo propri criteri personali e non secondo l’appartenenza alla Chiesa ed alla sua dottrina sociale.

Dal Massachusetts al Veneto

A livello internazionale, il fenomeno si è manifestato clamorosamente. Per esempio, il presidente americano Joe Biden, pur frequentando pubblicamente i sacramenti della Chiesa cattolica, era un convinto assertore dell’aborto, da sempre condannato senza mezzi termini dalla Chiesa.

Più recentemente, la presidente di uno Stato Usa (Massachusetts), che da sempre si professa cattolica, ha entusiasticamente approvato una legge che apre all’aborto fino al nono mese (senza ipocrisie, si dovrebbe chiamare “infanticidio”).

In questi giorni, nel consiglio regionale del Veneto, abbiamo assistito, tristemente, allo spettacolo di non pochi consiglieri che si sono professati cattolici, ma che poi, con le motivazioni più incredibili, hanno votato a favore di una legge (illegittima), che introduce in quella Regione il suicidio assistito, che è stato fortemente condannato da tutti i vescovi delle diocesi venete. Lo stesso presidente del consiglio regionale (per anni presidente della giunta) per la prima volta, a quanto risulta, ha detto di essere cattolico, ma di avere fortemente voluto quella mortifera legge per andare incontro al desiderio popolare. Anche lui è entrato nel club, non più ristretto, dei “cattolici, ma …”.

Debolezza culturale

Questa vergognosa incoerenza tra una asserita appartenenza al mondo cattolico ed un voto pubblico contrario a tutto ciò che il cattolicesimo insegna e vive ha, purtroppo, profonde radici culturali che, in nome della “laicità” (sarebbe bene definire una volta per tutte cosa si intende con tale parola), hanno, nei fatti, squalificato ogni accenno ad un pensiero che peschi nella grande e gloriosa storia cristiana. Nella realtà occidentale e anche italiana hanno diritto di cittadinanza solo i pensieri nati dall’illuminismo, che, tra l’altro, ha inventato anche la ghigliottina, per far fuori più celermente i rivali politici.

I “cattolici, ma…” sono il frutto di una debolezza culturale che non riesce a spiegare al popolo il positivo di una posizione che abbia, innanzi tutto, a cuore la tutela di ogni vita e di ogni persona. Una debolezza culturale, che, alla fine, ha vergogna di Cristo e del pensiero da Lui derivante, il che, peraltro, è stato previsto da Gesù stesso. Questa “vergogna” porta troppi cattolici a ricercare il consenso del “mondo”, piuttosto che la verità di una posizione, come, tra l’altro, ci invita a fare la straordinaria enciclica Magnifica Humanitas.

Bambini e adulti

Tutti questi “cattolici, ma …” cosa pensano, se l’hanno letta, di tale enciclica? La debolezza culturale a cui mi riferisco, probabilmente, ha una radice ancora più profonda ed è la debolezza dell’esperienza elementare del cristianesimo, che consiste in una lieta appartenenza ad una realtà concreta e popolare, che detta una vita integralmente diversa da quella che propongono gli attuali cattivi maestri.

In questa drammatica e fluida situazione, probabilmente, certi atteggiamenti dovrebbero anche essere autorevolmente corretti da chi di dovere. Se ciò continua a non accadere, aumenterà il numero dei “cattolici” che diranno pubblicamente non ciò che è vero, ma ciò che passa per la loro testa, giustificandosi con il loro essere adulti. Come fedele laico di strada, mi pare che il Vangelo ci richiami ad essere innanzi tutto “bambini”, per poi essere dei veri adulti responsabili. L’alternativa è l’anarchia cristiana.

sabato 12 settembre 2026

Pegoraro (Pontificia Accademia per la Vita): nessuna resa al suicidio assistito, meno armi più cure

Intervista al presidente: la sanità non può prevedere un servizio alla morte. Serve una norma nazionale? Prima applichiamo le leggi che ci sono già

Lo Stato e le Regioni possono limitare il diritto naturale di ogni persona alla vita consentendo non solo che si dia la morte (una libertà dagli esiti tragici, ma spesso inevitabile) ma che suoi rappresentanti lo aiutino a farlo, date alcune circostanze? In altri termini: la vita è ancora un bene assoluto oppure può diventare subalterno ad altri criteri, per legge? Non proprio domande semplici. Quando si discute di “scelte di fine vita” è di questo che si parla: su quali fondamenta si regge la nostra società, oggi e tanto più lo farà domani? Per questo occorre fare lo sforzo di liberare il confronto attorno alle leggi – quelle regionali già varate e quella nazionale ancora in alto mare – dall’eccesso di retorica e di rivendicazioni politiche di ogni segno, come anche da una sbrigativa tendenza a considerare “sorpassato” chi non condivide quella che considera una inquietante “deriva di morte”. Meglio, molto meglio impegnarsi a ragionare sui termini essenziali della questione, che sono bioetici, medici, giuridici e antropologici. Complesso, faticoso, ma indispensabile per costruire un pensiero consistente. Lo facciamo grazie alla disponibilità di monsignor Renzo Pegoraro, neo-arcivescovo, presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Padovano, ha seguito con un surplus di coinvolgimento personale la vicenda della legge veneta sul suicidio assistito approvata mercoledì.

Qual è il suo pensiero sulla legge appena varata dalla Regione Veneto, essendo questa la sua terra di origine e di formazione?
Innanzi tutto chiariamo i termini: in Italia esiste il reato di aiuto al suicidio, mai eliminato dal Codice penale. In certe puntuali e circoscritte situazioni, tale reato è depenalizzato dalla sentenza 242/19 della Corte costituzionale, pronuncia che auspica l’intervento del legislatore che, vista la delicatezza della materia, dovrebbe essere nazionale. Le Regioni non possono fare altro che disciplinare una procedura. Credo che, nel caso veneto, bisognasse però prendere ancora più tempo e ascoltare tante realtà territoriali al servizio dei malati e del buon funzionamento della rete di cure palliative. La fretta non è mai buona consigliera. Soprattutto quando si mette mano a una norma sul senso stesso della vita. I membri del Consiglio regionale che si sono espressi per il sì hanno, credo, pensato di interpretare il sentire della popolazione che li ha eletti: molta gente, davanti alla prospettiva di una malattia grave e invalidante, dice che “preferirebbe morire”. Bisogna avere il coraggio e la pazienza di parlare di questo, di informare, di educare al rispetto del valore della vita, del ruolo della medicina nella disabilità. Una società che rimane muta, che non sa o non vuole trovare parole e attenzione su questo tema, è destinata a derive eutanasiche tristi e deleterie. Almeno, nella legge mi pare comunque contemplato un elemento positivo: l’ente pubblico si obbliga a fornire un percorso di cure palliative e di sostegno psicologico e offre la «possibilità di ricevere informazioni relative agli enti che perseguono statutariamente finalità di tutela della vita». Se ben impostato e accettato, questo aiuterà i richiedenti a scegliere per la vita. Come già capitava, senza legge, prima di ogni sentenza.
Il patriarca di Venezia Francesco Moraglia ha scritto che con la legge veneta «un certo modello di vicinanza umano è stato ferito e limitato». Cosa sta succedendo alla nostra società?
Il «modello di vicinanza umana» di cui parla il Patriarca è quello, per i cristiani, della compassione evangelica che si ispira al Buon Samaritano: farsi vicino, rimanere accanto a chi soffre, ascoltare le domande, farsi carico di come alleviare il dolore e sostenere il senso della vita anche in una fase terminale dell’esistenza. La richiesta di anticipare la fine dei propri giorni – anche se non sempre – è domanda di vita curata, di eliminazione del dolore o sorge dal timore di dover essere un peso per altri. È richiesta di non essere lasciati soli. Siccome il Veneto lo conosco, so bene, ed è opportuno che tutti sappiano, che alcune persone che avevano richiesto la procedura del suicidio assistito hanno deciso di continuare ad affrontare la malattia grazie a colloqui, percorsi di cure palliative, informazioni dettagliate su quello che il Servizio sanitario nazionale poteva loro offrire: per vivere fino alla fine, accettando la morte, senza provocarla. È necessario, infatti, aprire canali di dialogo comprensivo e attento, che assumano le ragioni profonde di una richiesta di aiuto al suicidio e sappiano diventare proposta concreta che non lasci sole le persone e le famiglie. Il patriarca Moraglia intuisce un problema enorme: non è tanto la legge a ferire il modello di vicinanza, ma la società intera che rischia di perderlo e negarlo. È la “mentalità di questo mondo”, come direbbe san Paolo.

Il dibattito sul suicidio assistito e la sua adozione come possibile “risposta” alla sofferenza estrema possono cambiare l’idea stessa della medicina come cura?
Nessuna visione della scienza medica potrà mai contemplarla come scienza al servizio della morte. In situazioni limite si può solo parlare di un lasciar morire, evitando trattamenti inutili o sproporzionati, l’accanimento terapeutico. È già oggi legittimo che il malato possa rifiutare o sospendere tutti i trattamenti e che lo si possa accompagnare offrendo la sedazione profonda, quando necessaria. Certo, con la tecnologia contemporanea bisognerebbe riflettere su cosa voglia dire, in situazioni estreme, l’espressione «morte naturale»: oggi si possono prolungare i giorni di vita molto più che in passato. Ma c’è un punto decisivo. Viviamo tempi in cui il valore della vita sembra diminuire sempre più. Come Francesco ha sottolineato con forza, e Leone XIV riprende con altrettanta decisione, ci sono segni evidenti di quanto, oggi, la “società dello scarto” ci circondi. A tanti livelli, c’è poco amore per la vita. Non la facciamo nascere, non la accogliamo volentieri con lo sforzo di integrarla nel volto di fratelli e sorelle migranti, ci mette in crisi la vita di tanti anziani, non sappiamo bene come far diventare adulta la vita giovane, educandola alle cose grandi. La vita appare svilita. In un quadro così, i malati gravi rischiano di più, perché
domandano ai nostri giorni frenetici di sapersi fermare e di spendere tempo, risorse, affetto. La medicina vera, quando non può più guarire, continua sempre a prendersi cura. Dobbiamo tornare a riflettere, cattolici e laici, su quanto sia grave smarrire la grandezza del valore della vita umana e della missione di medici, infermieri e di tutti gli operatori sanitari coinvolti nel curare.
Una legge sul fine vita, secondo lei, è necessaria? E a quali criteri dovrebbe essere ispirata per garantire la massima protezione possibile della vita? Non è meglio evitare che le cure palliative siano inserite come una sorta di “baratto”?
Il Parlamento è sovrano e libero, e come tale deve agire. La Corte può solo indicare che una legge sarebbe opportuna. Indicazione da tenere in considerazione, non vincolante. In Parlamento si dovrebbe discutere con serietà e coraggio di questo tema: serve una legge per uniformare in Italia i limitati cambiamenti che la Consulta ha apportato? Non è scontato. Non è superfluo, inoltre, sottolineare che, grazie alla legge 219/2017 sul consenso informato e le Dat e alla legge sulle cure palliative 38/2018, la maggior parte delle situazioni e delle storie personali di chi è gravemente malato possono essere affrontate alla luce di questa normativa. Riterrei comunque opportuno che l’Italia adottasse l’obbligo di proporre a tutti i cittadini percorsi di cure palliative – come in Veneto – assumendosi l’onere di reperirne fondi e finanziamenti. Una buona legge sulle cure palliative, in Italia, c’è già, e riconosce un esplicito diritto a usufruirne. Ma chi si propone a difensore della vita deve anche trovare i soldi per implementarle. Meno armi e più cure palliative, direi. Così non sarebbe una sorta di “baratto” ma un messaggio preciso: è la Costituzione stessa che “obbliga” lo Stato a prendersi carico del malato, con la proposta della cura adeguata a una situazione personale precisa. Uno Stato laico non è affatto uno Stato indifferente al malato. Non esiste alcun diritto all’aiuto al suicidio. Esiste, in Italia, l’obbligo in capo allo Stato di prendersi cura, e anche di rispettare la volontà del singolo di non ricevere trattamenti. Bisognerebbe, inoltre, vigilare sull’eventuale legge nazionale perché non sconfini, superando la strettoia precisa indicata dai criteri stabiliti dalla Corte. Da parte cattolica, si tratta insomma di valutare se saremo in presenza di una “legge imperfetta”, a cui sarebbe comunque morale dare il proprio assenso, in vista del fatto che in Parlamento potrebbero invece essere prontamente approvate leggi più permissive e libertarie, molto più lesive della dignità del malato e del valore della vita. Occorre anche confermare che, per il Magistero della Chiesa, ogni operatore sanitario dovrebbe sempre impegnarsi per salvare la vita, per accompagnare l’ultimo tratto dell’esistenza e mai per provocare la morte o collaborare al suicidio. Il suicidio si è sempre cercato di prevenirlo, mai di sostenerlo. Si aiuta alleviando il dolore, nel capire i motivi di certe domande, valutando l’impatto della malattia sulla psiche, lo spirito, sulla stessa volontà del paziente. Quanto una volontà è del tutto davvero libera, in certe circostanze? Auspico, in Parlamento, una discussione profonda e seria. Come ricordava il criminologo Nigel Walker, «la legislazione di una generazione può diventare la morale di quella successiva». Che “morale” vogliamo costruire, per i giovani di domani?

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