lunedì 12 ottobre 2026

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domenica 11 ottobre 2026

In Brasile Bolsonaro non ha ancora vinto. Il bolsonarismo sì

Comunque andrà il ballottaggio tra Lula e il suo sfidante, il primo turno delle elezioni sancisce l’evoluzione della destra in forza dominante del paese

Soli per scelta (oppure no?): le famiglie e la Chiesa davanti ai figli single

Sempre più giovani adulti vivono da soli: tra autonomia, delusioni e difficoltà a costruire relazioni, una riflessione sul ruolo dei genitori e della pastorale

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sabato 10 ottobre 2026

L’autodeterminazione prevale sulla libertà religiosa: Zurigo lancia un forte segnale sul suicidio assistito - 28 settembre 2026 - 17:36

https://www.tvsvizzera.it/tvs/svizzera-istruzioni-per-luso/lautodeterminazione-prevale-sulla-libert%c3%a0-religiosa-zurigo-lancia-un-forte-segnale-sul-suicidio-assistito/92131277?utm_campaign=manual_tvs&utm_medium=email&utm_source=newsletter&utm_content=o&utm_term=manual

L’elettorato zurighese obbliga case di cura e ospedali a tollerare il suicidio assistito. La decisione pone le istituzioni di ispirazione cristiana di fronte a un dilemma e invia un segnale che va ben oltre i confini cantonali. 


La situazione non cambia: in Svizzera nessuno mette in discussione il diritto al suicidio assistito. Nel Cantone di Zurigo, questa domenica, una maggioranza di due terzi ha approvato una modifica legislativa che obbliga case di cura e ospedali a consentire alle organizzazioni di assistenza al suicidio l’accesso alle persone residenti e a chi è ricoverato.  

Anche quando ciò contrasta con i principi fondamentali di queste istituzioni. 

La proposta riguarda in particolare le quasi 30 case di cura private cristiane del Cantone che rifiutano questa prassi. Dovranno aprire le porte a Exit, Dignitas e ad altre organizzazioni oppure trasferire la propria attività in un altro Cantone che non disponga ancora di una normativa analoga. 

La legge introduce un cambiamento anche per il corpo medico. Anche gli ospedali del Cantone di Zurigo sono ora obbligati a consentire l’accesso a chi accompagna le persone nel fine vita. 

Le voci critiche avevano inutilmente messo in guardia dal possibile contrasto tra cure palliative e assistenza al suicidio negli ospedali, così come il Governo cantonale di Zurigo, che proprio per questo motivo aveva respinto la proposta.


La situazione non cambia: in Svizzera nessuno mette in discussione il diritto al suicidio assistito. Nel Cantone di Zurigo, questa domenica, una maggioranza di due terzi ha approvato una modifica legislativa che obbliga case di cura e ospedali a consentire alle organizzazioni di assistenza al suicidio l’accesso alle persone residenti e a chi è ricoverato.  

Anche quando ciò contrasta con i principi fondamentali di queste istituzioni. 

La proposta riguarda in particolare le quasi 30 case di cura private cristiane del Cantone che rifiutano questa prassi. Dovranno aprire le porte a Exit, Dignitas e ad altre organizzazioni oppure trasferire la propria attività in un altro Cantone che non disponga ancora di una normativa analoga. 

La legge introduce un cambiamento anche per il corpo medico. Anche gli ospedali del Cantone di Zurigo sono ora obbligati a consentire l’accesso a chi accompagna le persone nel fine vita. 

Le voci critiche avevano inutilmente messo in guardia dal possibile contrasto tra cure palliative e assistenza al suicidio negli ospedali, così come il Governo cantonale di Zurigo, che proprio per questo motivo aveva respinto la proposta. 

La situazione non cambia: in Svizzera nessuno mette in discussione il diritto al suicidio assistito. Nel Cantone di Zurigo, questa domenica, una maggioranza di due terzi ha approvato una modifica legislativa che obbliga case di cura e ospedali a consentire alle organizzazioni di assistenza al suicidio l’accesso alle persone residenti e a chi è ricoverato.  

Anche quando ciò contrasta con i principi fondamentali di queste istituzioni. 

La proposta riguarda in particolare le quasi 30 case di cura private cristiane del Cantone che rifiutano questa prassi. Dovranno aprire le porte a Exit, Dignitas e ad altre organizzazioni oppure trasferire la propria attività in un altro Cantone che non disponga ancora di una normativa analoga. 

La legge introduce un cambiamento anche per il corpo medico. Anche gli ospedali del Cantone di Zurigo sono ora obbligati a consentire l’accesso a chi accompagna le persone nel fine vita. 

Le voci critiche avevano inutilmente messo in guardia dal possibile contrasto tra cure palliative e assistenza al suicidio negli ospedali, così come il Governo cantonale di Zurigo, che proprio per questo motivo aveva respinto la proposta. 

Anche per le case di cura cambierà poco. La maggioranza delle oltre 200 strutture zurighesi consentiva già l’accesso alle organizzazioni di assistenza al suicidio. Nelle altre strutture, prevalentemente di ispirazione cristiana, secondo Rickli la maggior parte delle residenti e dei residenti probabilmente non ne farà uso neppure in futuro. 

Rickli prevede che la legge entrerà in vigore la prossima primavera, a condizione che non venga presentato alcun ricorso. 

Il significato più profondo del risultato della votazione

Con questa votazione, la popolazione zurighese ha posto il diritto fondamentale a una morte autodeterminata al di sopra della libertà religiosa e della libertà economica delle case di cura. 

L’opposizione si è raccolta attorno a questi due sistemi di valori. Ne facevano parte l’UDF (Unione democratica federale), partito cristiano conservatore, e il PEV (Partito evangelico svizzero), il cui elettorato proviene in misura significativa dagli ambienti delle chiese libere e guarda con spirito critico al suicidio assistito, sia in generale sia nella sua applicazione alle strutture di cura. A questi si è aggiunta l’UDC (Unione democratica di centro), favorevole a una regolamentazione statale limitata. 


Il PLR (Partito liberale radicale), tradizionalmente liberale sia sul piano economico sia su quello sociale, aveva invece lasciato libertà di voto su un tema che vedeva contrapposte libertà individuale e autonomia istituzionale. Tutti gli altri partiti, dalla sinistra verde fino al Centro, si erano schierati a favore della legge, compreso il Centro, erede del Partito popolare democratico (PPD). Un segnale di quanto anche la base delle chiese nazionali svizzere sia ormai aperta all’assistenza al suicidio. 

Da un punto di vista giuridico, la priorità dell’autodeterminazione è già riconosciuta. Dieci anni fa, in seguito a un ricorso contro una revisione legislativa nel Cantone di Neuchâtel, il Tribunale federale Collegamento esternosi era già pronunciato sulla questione. Aveva stabilito che l’obbligo di tollerare l’assistenza al suicidio incide sulla libertà di fede e di coscienza delle case di cura, ma non in misura tale da prevalere sul diritto all’autodeterminazione.

Con la decisione presa a Zurigo, la strada è ora aperta alle organizzazioni di assistenza al suicidio, che potrebbero chiedere l’introduzione di regole analoghe anche in altri Cantoni o a livello nazionale. Sono state Exit e Dignitas, le due principali organizzazioni svizzere attive in questo ambito, a innescare la revisione legislativa nel Cantone con un’iniziativa. 

Nel paese pioniere dell’assistenza al suicidio vi è bisogno di discutere


La Svizzera, considerata a livello internazionale un Paese pioniere dell’assistenza al suicidio, con la normativa zurighese si avvicina a realtà che, sotto alcuni aspetti, si sono spinte più lontano nella regolamentazione del fine vita.

È il caso del Canada, dove l’accompagnamento alla morte in ospedale è praticato da ormai dieci anni. A differenza di quanto avverrà a Zurigo, tuttavia, la procedura è pienamente integrata nell’attività ospedaliera ed è svolta dal personale medico, un aspetto che anche in Canada continua a suscitare critiche. 

Per la Svizzera, la decisione di Zurigo rappresenta il primo cambiamento significativo da molto tempo. Le norme sull’assistenza al suicidio, rimaste sostanzialmente invariate dall’entrata in vigore del primo Codice penale svizzero nel 1942, continuano a essere considerate tra le più permissive sotto diversi aspetti. Consentono, ad esempio, l’assistenza al suicidio anche a persone che non soffrono di una malattia terminale, purché vi siano un desiderio di morire, la capacità di discernimento e una decisione presa autonomamente dall’interessato. Tuttavia, ogni tentativo di disciplinare la materia con una legge specifica è finora fallito. 

Un dibattito che attende la Svizzera riguarda l’assistenza al fine vita in caso di demenza. In Paesi come i Paesi Bassi, le persone affette da demenza possono mettere per iscritto la propria volontà di morire. L’eutanasia viene poi praticata dal personale medico. 

In Svizzera, invece, questa forma di eutanasia attiva diretta è punibile. Il suicidio assistito deve essere compiuto dalla persona stessa e l’accompagnamento alla morte presuppone la capacità di discernimento di chi desidera morire. 

Le persone affette da demenza che intendono scegliere autonomamente il momento della propria morte sono spinte ad agire. Devono confrontarsi con una domanda complessa: fino a quando posso attendere? 

Un interrogativo che riguarda anche la Svizzera, chiamata prima o poi a definire il proprio quadro normativo. 

 

venerdì 9 ottobre 2026

I cuori trapiantati sembrano acquisire l'età dei corpi dei riceventi


Il fenomeno, ancora da chiarire appieno, si manifesta sia nei topi sia negli esseri umani e potrebbe portare a considerare per il trapianto anche cuori più anziani di quanto si faccia ora

La domanda di trapianti cardiaci è in crescita, ma i cuori dei donatori scarseggiano. L’età restringe ulteriormente il bacino di donatori, poiché i medici preferiscono cuori più giovani, dato che gli organi più anziani sono stati associati a esiti peggiori.

giovedì 8 ottobre 2026

Il crollo a Gaza e la strage di bambini: «Si era festeggiato un matrimonio» di Francesca Ghirardelli - 16 settembre 2026

Alaa Halilo, che vive lì accanto: «Come un bombardamento». Almeno 21 le vittime, tra cui 8 minori. Sono centinaia i palazzi inagibili che sono stati occupati dagli sfollati

«Sul fine vita Bertolaso si è spinto ben oltre la Consulta. Fino a una sanità col dovere di dare la morte» - 16 Settembre 2026

Il consigliere di FdI Matteo Forte smonta la linea dell'assessore dopo il suicidio assistito di Domenico Zuccarella: «Le sue direttive intrappolano i medici e violano l'indirizzo votato dal Consiglio. Scorretto tirare in ballo Lucchina e il caso Englaro»


«Stanco sì, ma non me ne frega niente… Quanto ci mettono a togliermi di torno? Un minuto». C’è tutta la cifra dello stile di Guido Bertolaso nello sfogo a margine del Consiglio regionale di ieri riportato dal Giorno. È il profilo del superconsulente, del «civil servant» da cinquant’anni sulla breccia che riesce a invocare il giuramento di Ippocrate pur di rivendicare l’imperativo di non «fare lo struzzo». L’occasione della resa dei conti in Aula, innescata dall’interrogazione del consigliere di Fratelli d’Italia Matteo Forte, è la notizia del primo caso in Lombardia di suicidio medicalmente assistito interamente presidiato dalle strutture del Servizio Sanitario Regionale: quello di Domenico Zuccarella, cinquantanovenne malato di sclerosi multipla. “Interamente”: se altri pazienti avevano già ottenuto l’autorizzazione al fine vita in Lombardia, per Domenico il servizio pubblico non si è limitato a verificare i requisiti e fornire la sostanza, ma ha messo a disposizione assistenza, presidi, personale medico e persino la struttura. Domenico, infatti, “grazie” alle ormai discusse “linee guida” dell’assessorato, è morto in ospedale.
Se dunque da un lato prosegue il pressing ideologico di opposizioni e radicali, pronti a fare del suicidio assitito la propria bandiera libertaria (la consigliera Carmela Rozza ha annunciato per oggi il deposito della legge di iniziativa popolare targata Associazione Coscioni, mentre il capogruppo dem Pierfrancesco Majorino nei giorni scorsi aveva già promesso una proposta analoga a firma Pd), l’assessorato al Welfare si fa da tempo scudo erigendosi a garante della legalità costituzionale. Nessuna norma autonoma sul fine vita – sostiene l’assessore -, ma semplici indicazioni organizzative per evitare che le singole Asst vadano in ordine sparso, tutelando al contempo la volontarietà degli operatori e la presa in carico del malato. Eppure, proprio nel rivendicare la propria responsabilità gestionale «invece di fare lo struzzo» per aiutare i cittadini e per schermare il sistema sanitario da eventuali danni erariali (con tanto di nuova rievocazione del caso di Eluana Englaro), la Giunta finisce per aprire una faglia profonda con il legislatore regionale. Può una semplice determinazione amministrativa scavalcare l’indirizzo formulato dall’Aula consiliare, che nel novembre 2024 aveva approvato una precisa pregiudiziale di costituzionalità sulla materia? E può la sanità pubblica derubricare la gestione della sofferenza a mera procedura standardizzata, eludendo la riserva di legge del Parlamento? Tempi ne ha parlato con il consigliere di Fratelli d’Italia Matteo Forte, primo firmatario dell’interrogazione e difensore delle prerogative del Consiglio.

Consigliere Forte, con questa seconda interrogazione lei ha riportato in Aula il caso del suicidio assistito gestito dal Servizio Sanitario lombardo. L’Assessore Bertolaso ha difeso la legittimità della procedura sottolineando l’autonomia del paziente: cosa non la convince della ricostruzione della Giunta e perché ha ritenuto fondamentale intervenire di nuovo?

Non mi convincono le linee guida emanate dall’assessorato alla sanità e che sono state seguite nel caso di Domenico Zuccarella, l’uomo che si è tolto la vita il 25 agosto in un ospedale della regione con garantita l’assistenza medica e farmacologica. Siamo ben al di là della depenalizzazione dell’aiuto al suicidio, pur sancita dalla sentenza del 2019 della Corte costituzionale sul famoso caso di Dj Fabo.

Perché “ben al di là”?

Per il semplice fatto che dal riconoscimento di una facoltà dell’individuo, e ben inteso non di un diritto, siamo passati senza soluzione di continuità al dovere di prestare un servizio di morte da parte dell’ente pubblico.

Lei accusa Bertolaso di scavalcare l’indirizzo politico dato dal Consiglio Regionale nel novembre 2024, mentre l’assessore parla di semplici linee guida, «un mero atto amministrativo-organizzativo per garantire uniformità ed evitare che le Asst vadano in ordine sparso», nega che vi sia contraddizione con il Consiglio sostenendo che «il voto del 19 novembre 2024 era su una legge regionale, non su atti organizzativi» e che «stiamo solo applicando le sentenze della Corte Costituzionale». Come risponde?

Che purtroppo l’assessore fa una grande confusione. Quando nel 2024 il Consiglio regionale, su mia iniziativa, ha votato la pregiudiziale di costituzionalità sulla proposta di legge di iniziativa popolare promossa dall’Associazione Luca Coscioni, non è che ha dichiarato di “non sentirsela” di affrontare l’argomento, di “non averne voglia”. Abbiamo votato un documento formale che illustra quanto questa materia, in punta di diritto costituzionale, non è di competenza dell’intero sistema regionale, comprese quindi le strutture sanitarie. Tra l’altro, ricordo che quella pregiudiziale ha passato persino il vaglio del Tar, di fronte al quale la Coscioni l’aveva impugnata. E nella sostanza è stata confermata nelle argomentazioni con cui la stessa Corte costituzionale ha in larga parte cassato le leggi regionali sul fine vita di Toscana e Sardegna. Ma mi permetta di aggiungere un’ultima considerazione.

Prego.

Il voto del 2024 sulla pregiudiziale non è un parere non richiesto, bensì è l’atto con cui il legislatore regionale determina l’indirizzo politico a cui è tenuta tutta la conduzione di Regione Lombardia. Le linee guida di Bertolaso hanno creato di fatto un conflitto tra giunta e consiglio. E poi, francamente, la motivazione di volerle emanare per garantire uniformità tra le aziende ospedaliere è un tantino contraddittoria…

Perché?

Perché per garantirla ed evitare che ogni Asst vada in ordine sparso, si decide che la Lombardia compia una fuga in avanti, crei le condizioni perché ci siano venti procedure regionali diverse in una materia che, tra l’altro, riguarda un diritto fondamentale come quello alla vita, di esclusiva competenza invece dello Stato.

Sulla tutela degli operatori sanitari Bertolaso rassicura “da medico”: «Nessun conflitto deontologico: la partecipazione del personale è su base volontaria e il farmaco viene somministrato autonomamente dal paziente». È così? Che tipo di preoccupazioni vi stanno arrivando direttamente dal personale medico?

La partecipazione è su base volontaria, e ci mancherebbe. Però c’è un giuramento professionale a cui i medici sono tenuti essere fedeli anche se si offrono volontari per prestare assistenza medico-farmacologica a chi vuole porre fine alla propria esistenza. Il giuramento di Ippocrate impegna a difendere la vita, a perseguire il trattamento del dolore, il sollievo della sofferenza e a non compiere mai atti finalizzati a provocare la morte. Fornendo un cocktail di farmaci che arresta l’attività cerebrale e induce una paralisi totale della muscolatura fino a far collassare i polmoni e rimanendo ad osservare il paziente in balìa delle sue sole e ultime forze, il medico sta tenendo fede o no al suo giuramento? Sa cosa c’è scritto a pagina otto delle linee guida di Bertolaso?

No, cosa?

C’è scritto ovviamente che il personale sanitario deve astenersi dal somministrare direttamente il farmaco, altrimenti saremmo di fronte all’omicidio del consenziente, per fortuna punito ancora con la reclusione da sei a quindici anni. Ma, attenzione, «in caso di complicazioni tecniche… il personale sanitario è autorizzato esclusivamente a ripristinare la funzionalità tecnica dello strumento, senza però avviare o completare l’attivazione del dispositivo stesso». Tradotto: medici e infermieri possono intervenire solo se il farmaco letale esce fuori vena, o si ostruisce completamente una vena importante come la femorale, per rianimare il paziente, fargli riprendere coscienza e permettergli di ridare nuovamente il via autonomamente all’infusione letale. Non mi paiono atti finalizzati a perseguire il sollievo della sofferenza e a non provocare la morte.

In Aula lei ha sollevato il tema delle risorse e dei LEA, chiedendosi con quali fondi vengano pagate queste prestazioni. Bertolaso ha tirato in ballo il caso di Eluana Englaro sostenendo che l’omissione della Regione rischierebbe di causare un danno erariale. Che ne pensa di questo riferimento?

Questa è una delle cose che ritengo davvero più antipatiche tra tutte quelle sentite. Si continua a citare la vicenda che ha riguardato Carlo Lucchina, all’epoca direttore della sanità lombarda, che ben quindici anni dopo i fatti che hanno coinvolto Eluana è stato condannato dalla giustizia contabile a pagare all’erario 175mila euro di tasca sua. La colpa sarebbe stata quella di aver impedito alle strutture ospedaliere lombarde che alla Englaro fosse interrotta alimentazione e idratazione, ben otto anni prima che lo Stato prevedesse in una legge che quelli sono trattamenti di sostegno vitale sospendibili a seconda della volontà del paziente. Volontà, tra l’altro, che nel caso di Eluana ricordo fu forzatamente ricostruita a posteriori in base al suo stile di vita. Il povero Lucchina difese sempre quella scelta, che tra l’altro traduceva la volontà politica della giunta Formigoni e della maggioranza che la sosteneva. Oltre che tradurre la normativa all’epoca vigente. Utilizzarla per giustificare oggi prestazioni di suicidio assistito all’interno delle nostre strutture ospedaliere è davvero scorretto. Senza considerare il fatto che, al contrario, l’uso di risorse sanitarie per prestazioni come il suicidio assistito che sono fuori dai LEA, i livelli essenziali di assistenza, espone Regione Lombardia al giudizio della Corte dei Conti.

La consigliera Rozza ha annunciato il deposito della legge di iniziativa popolare dell’Associazione Coscioni firmata da 15.000 cittadini. Come cambierà il dibattito in Consiglio regionale a partire da domani e quali saranno le vostre prossime mosse su questo fronte?

Innanzitutto vedremo il testo che verrà depositato. Dopodiché è difficile pensare nel corso della stessa legislatura che il Consiglio regionale cambi le proprie deliberazioni sullo stesso argomento. Sarebbe contraddittorio.



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