giovedì 8 ottobre 2026

A Torino riapre la “Stanza dell’Ascolto” per le future mamme che non ascolta nessuno

di Danilo Poggio, Torino

  22 settembre 2026
Nuova convenzione a norma di sentenza del Tar tra Città della Salute e Centro aiuto alla vita di Rivoli per lo spazio di accoglienza di donne che vogliono essere ascoltate da qualcuno nelle loro paure, incertezze e necessità durante la gravidanza. Tornano polemiche già viste, ma i volontari chiariscono le finalità di una presenza amica



Dopo più di un anno di stop, all’Ospedale Sant’Anna di Torino torna la Stanza dell’Ascolto. Dopo l’annullamento della prima convenzione da parte del Tar Piemonte, Città della Salute ha assegnato il servizio al Centro di Aiuto alla Vita e Movimento per la Vita “Giuseppe Foradini” di Rivoli.

Il nuovo affidamento è arrivato al termine di un avviso pubblico riscritto alla luce dei rilievi dei giudici amministrativi. Ora, come prevede la delibera, si procederà alla stipula della convenzione e alla formazione integrativa obbligatoria aziendale per le volontarie.
Lo spazio all’interno dell’Ospedale ostetrico-ginecologico Sant’Anna di Torino era stato previsto già nel 2023 per offrire ascolto e sostegno alle donne in gravidanza in difficoltà economiche, familiari o sociali. Ben presto, però, il tema era diventato oggetto di un duro scontro politico, concentrato soprattutto sulla presenza in ospedale di organizzazioni impegnate nella tutela della vita nascente.
Nel luglio 2025, il Tar Piemonte aveva annullato la convenzione, senza però escludere in linea generale la collaborazione con il volontariato prevista dalla legge 194. La sentenza aveva invece preso in considerazione soprattutto le modalità dell’affidamento e la mancanza di un’istruttoria adeguata sulla capacità tecnica, professionale e organizzativa dell’associazione e sulla preparazione dei volontari. I giudici avevano lasciato aperta la possibilità di riproporre il servizio, purché accompagnato da garanzie più rigorose
Per rispondere ai rilievi del Tar, Città della Salute aveva pubblicato nel gennaio 2026 un nuovo avviso. Agli operatori sono state richieste esperienza documentata, formazione specifica e continua e una preparazione verificata dall’azienda sanitaria.
«Siamo consapevoli – riconosce il vicepresidente della Regione Piemonte Maurizio Marrone – della responsabilità di essere il primo caso nazionale di stanza dell'ascolto gestita da un Centro di aiuto alla vita dentro un ospedale ostetrico-ginecologico pubblico, e per questo abbiamo retto stoicamente ad attacchi politici e giudiziari di ogni genere e intensità, fino alle intimidazioni. La delibera che riapre questo spazio di accoglienza e aiuto ha recepito tutte le osservazioni del Tar e restituisce quindi a tutta Italia un modello replicabile in ogni regione».
L’accesso avverrà soltanto per scelta della donna e il servizio resterà distinto dall’attività sanitaria, senza interferire con il percorso previsto dalla legge per l’interruzione volontaria di gravidanza.

Sarà semplicemente una possibilità di ascolto e di sostegno: «La donna e le sue difficoltà dovrebbero interessare ogni parte politica – commenta Claudio Larocca, presidente Cav-Mpv Rivoli e della Federazione piemontese del Movimento per la Vita –. La Stanza dell’Ascolto realizza proprio quella parte preventiva della legge 194 che chiede di individuare e, quando possibile, rimuovere le cause che potrebbero portare la donna all’aborto. La libertà non può ridursi alla possibilità di interrompere la gravidanza: una donna è davvero libera quando dispone anche di alternative concrete. Offrire aiuto a chi abortirebbe per solitudine o per difficoltà economiche e familiari non significa condizionarne la scelta, ma renderla effettivamente libera». Ma intanto è ripartita la polemica frontale da parte di Pd e Avs contro una iniziativa che giudicano «ideologica».

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martedì 6 ottobre 2026

IL CASO Guai a discutere l'aborto

yahoo.it
mer 23 set alle ore 07:01

lunedì 5 ottobre 2026

FINE VITA «Suicidio assistito? «Noi medici non possiamo restare a guardare»

Lettera aperta di un gruppo di sanitari del network associativo “Ditelo sui tetti”: per un medico partecipare a una procedura di morte comporta una responsabilità morale e deontologica


Il recente caso della morte assistita di Domenico Zuccarella, primo suicidio medicalmente assistito la cui fase attuativa è stata interamente gestita dal Servizio sanitario regionale lombardo, e la recente legge approvata in Veneto hanno riacceso il confronto sul fine vita. Nel dibattito nazionale manca però un elemento che, da medici, riteniamo fondamentale e che attiene al significato delle parole. Non appare banale che la recente enciclica Magnifica humanitas di papa Leone XIV si apra con l’immagine del crollo della Torre di Babele. Nel racconto biblico alla tracotanza degli uomini segue la confusione delle lingue. Nella letteratura più recente Orwell descrive, in 1984, la Neolingua come lo strumento attraverso cui il regime modifica la storia e annulla le coscienze.

Le parole dunque hanno un peso e un significato. È allora necessario chiedersi quale sia il significato più profondo dell’espressione “suicidio medicalmente assistito”, soprattutto quando ci viene detto che esso non coincide né con l’eutanasia, tuttora illegale in Italia, né con l’omicidio del consenziente, reato di cui l’Associazione Luca Coscioni aveva promosso l’abrogazione parziale mediante referendum popolare, dichiarato inammissibile dalla Corte costituzionale con sentenza n. 50 del 2022. E allora di cosa si tratta? Rispondere a questa domanda ha grande rilevanza per chi ha prestato il proprio giuramento professionale secondo il Codice deontologico tradizionale, assumendo l’impegno di «non compiere mai atti finalizzati a provocare la morte», neanche su richiesta del malato. Ma affinché un suicidio sia “medicalmente assistito”, con procedura gestita dal Sistema sanitario, come avvenuto in Lombardia, occorre che un medico prescriva il farmaco letale, che il Sistema sanitario procuri l’apparecchiatura più idonea alla auto-somministrazione, e che, nel caso, ad esempio, di un malato paraplegico impossibilitato a muovere se non gli occhi, sempre un sanitario posizioni un accesso venoso utile all’autosomministrazione del farmaco letale.
Usando una metafora, ci viene richiesto di accompagnare per mano il malato sulla sommità del palazzo, aiutarlo a porsi sul parapetto e osservarlo mentre si lancia giù, ritenendo di non essere partecipi della sua morte. Non sappiamo se chi propone che questa procedura venga legalizzata sia realmente convinto che il medico possa assistere in tal modo un atto suicidario senza esserne eticamente partecipe e deontologicamente responsabile. Se lo è, probabilmente è già vittima della confusione delle lingue. Perché, al di là delle differenti qualificazioni giuridiche, resta una domanda alla quale non possiamo sottrarci: la distinzione tra eutanasia e suicidio medicalmente assistito è altrettanto netta sul piano etico e deontologico? Se il medico prescrive il farmaco letale, il Sistema sanitario lo mette a disposizione e presta l’assistenza indispensabile perché la morte possa verificarsi, possiamo davvero sostenere che il medico rimanga estraneo all’atto, soltanto perché l’ultimo comando è impartito dal paziente?
Perché facciamo tanta fatica a porci questa domanda? Forse perché edulcorare le parole è più confortevole. Se l’“utero in affitto” lo chiamiamo “gestazione per altri” la procedura rimane identica ma assume l’aspetto di un gesto altruistico. Allo stesso modo il termine “suicidio medicalmente assistito” può confortare chi ritenga di aiutare il malato a porre fine a un dolore estremo, senza esserne responsabile.
D’altra parte, in Italia il dibattito sull’eutanasia si confronta inevitabilmente con un ordinamento costituzionale che colloca il diritto alla vita in una posizione apicale tra i diritti della persona. Tanto è vero che godiamo i vantaggi di un Sistema sanitario universalistico che offre cure gratuite a tutti, a prescindere dall’età, dalle condizioni economiche, dal credo religioso e anche dalla cittadinanza perché sì, qualunque cittadino straniero si ammali sul suolo italiano riceve cure gratuite. Introdurre l’eutanasia vorrebbe dire snaturare il Sistema sanitario nella sua missione, modificare il Codice deontologico medico e dichiarare che da questo momento in Italia il principio di autodeterminazione vale più della tutela della vita. È una scelta. Ma bisogna esserne consapevoli e comprendere pienamente la posta in gioco.
Le conseguenze dell’introduzione dell’eutanasia tra i diritti esigibili le possiamo vedere facilmente nei Paesi in cui è legalizzata e dovrebbero indurre il legislatore alla prudenza: un ricorso crescente da parte di chi si sente un peso per una società sempre più individualista, con l’asticella degli aventi diritto che si sposta sempre un po' più su, a comprendere depressi, minori, ultrasettantenni in salute e, domani forse, anche i senzatetto e i pazienti con Alzheimer. È lecito domandarsi, allora, dove venga fissato il limite e, soprattutto, se quel limite sia destinato a rimanere immutabile. Soprattutto in un Paese dove l’offerta di cure palliative copre appena il 30% della popolazione che ne avrebbe bisogno, limitando inevitabilmente la libertà di scelta. Di certo ci conforta sapere che legalizzare l’eutanasia non è un modo per ridurre i costi sociali delle cronicità e dell’invecchiamento, consentendo a chi resta di godere di più risorse. Non lo fanno per questo. Dicono. E le parole, si sa, hanno un peso
Nunzia Decembrino, Neonatologo


domenica 4 ottobre 2026

Milan Panić

 (Serbian Cyrillic: Милан Панић, pronounced [mǐlan pǎːnit͡ɕ]; 20 December 1929 – 24 September 2026) 


...  In 2002, ICN settled an SEC civil lawsuit related to misleading statements issued regarding their products.[48][49] Panić decided to retire as CEO and Chairman of ICN in June 2002 after opposing shareholders took control of ICN's Board of Directors.[50] Over the course of his career as Chairman, CEO, and President, Panić led ICN to annual sales in 90 countries exceeding $672 million (USD), with over 600 drugs in its portfolio by his final year in 2001.[22][51][52]

Panić maintained other business entities and investments both in the U.S. and internationally. In 2003, after Panić's departure, ICN Pharmaceuticals changed its name to Valeant Pharmaceuticals International, Inc.[53]

After retiring from ICN, Panić bought a bioassay subsidiary of ICN Biomedicals and changed its name to MP Biomedicals.[54] MP specializes in research and development of life science and diagnostic products.[55] MP's global headquarters is located in Santa Ana, California, with its U.S. headquarters and central distribution center located in Solon, Ohio. The company maintains global operations in North America, South America, Asia, Australia, and Europe. On 14 June 2010, Panić and MP acquired ICPBio International LTD., a New Zealand-based protein biologics manufacturing company.[56] On 11 December 2014, the FDA approved MP Diagnostics HTLV Blot 2.4, the first FDA-licensed supplemental test for Human T-cell Lymphotropic Virus-I/II (HTLV-I/II).[57] In October 2015, Panić announced the sale of MP Biomedicals to China-based Valiant Fine Chemicals Co. Ltd., a developer of chemical products.[55]

Promemoria

sabato 3 ottobre 2026

Questa non è pubblicità...

Cercavo informazioni sulla situazione delle persone con doppia cittadinanza. anche  incuriosito (preoccupato) dal rischio di avere una persona con tripla cittadinanza candidato alla Presidenza del Consiglio, ed ho trovato questo sito privato.
Le informazioni mi sembrano interessanti, invito gli interessati a verificare da altre fonti la affidabilità e la completezza


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Il libro di Alessandra Arachi è un documentato e appassionato atto d'accusa contro il mondo medico, lgbt e mediatico che ha trasformato ...