sabato 25 aprile 2026

25 aprile, la Resistenza disarmata degli internati militari che dissero “no”

La Storia è fatta di persone e dalle persone e di storie. Ma anche di date e di percorsi imprevisti e imprevedibili. La Storia è fatta anche di nomi e di etichette che, talvolta, si attaccano addosso, cambiando il corso degli eventi a seguire. Vale anche pe la Resistenza. C’è una data cruciale in questa storia: è il 20 settembre 1943. E c’è un nome, o meglio, una sigla. Imi, Internati militari italiani. Nel corso della Seconda Guerra mondiale furono circa 650mila i soldati e ufficiali italiani, catturati dagli ex alleati tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, (in realtà firmato a Cassibile il 3 settembre e reso noto via radio dal Maresciallo Badoglio proprio l’8 settembre 1943), a ricevere questa denominazione. Il motivo? Aver rifiutato sia di collaborare con l’esercito tedesco e con lo Stato nazionalsocialista sia di aderire alla Repubblica sociale italiana. Perché il 20 settembre 1943?  In quella data Hitler modificò lo status dei prigionieri italiani, fino a poco tempo prima alleati, coniando proprio quest’inedita derubricazione in “Internati militari italiani”, destinata proprio a tutti coloro che dissero “no”.

Gli Imi trascorsero circa due anni nei campi di prigionia tra Germania, Austria e Polonia, in una quotidianità fatta di angherie, soprusi, violenze, torture fisiche e psicologiche, fame, stenti, malattie. Tra le fila degli Imi ci furono anche personaggi celebri come gli scrittori Giovannino Guareschi e Mario Rigoni Stern, gli attori Gianrico Tedeschi, Luciano Salce, Giovanni Rossi (padre di Vasco Rossi) e Alessandro Natta, che sarà segretario del Partito comunista italiano.

Che cosa significava essere Imi


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