Cari amici.
Sempre più offerta, sempre più domanda: il sangue donato in Italia non basta mai. Perché è vero che praticamente ogni anno noi italiani battiamo il record di donazioni dell’anno precedente, ma le necessità in continua crescita generano una rincorsa che vede il nostro Paese non ancora autosufficiente. Solidali sì, ma non abbastanza. Come chiudere questo “buco” che pare senza fine? La questione però ha un valore che va oltre il dare e l’avere.
La Giornata mondiale che domenica scorsa ha celebrato il donatore di sangue ha messo in evidenza quello che – nelle parole del presidente della Repubblica Mattarella – è «non solo un atto sanitario, ma un'espressione di partecipazione, solidarietà e responsabilità verso ogni persona della collettività». Proprio questa attitudine profondamente umana del dono di sé per gli altri è il valore che rende la donazione di sangue un gesto simbolicamente essenziale per una “società della cura” come quella che ci impegniamo nel nostro piccolo a edificare, insieme a ciascuno dei lettori di questa newsletter.
L’immagine del sangue donato ha in sé la forza di un impegno personalissimo, che coinvolge il donatore nell’offrire una parte essenziale di sé. Nel sangue c’è la vita, e donarla in questo modo – come fanno oggi un milione e 700mila italiani, secondo il Ministero della Salute – mostra come una comunità possa reggere all’urto della crescente e sempre più diffusa fragilità (capito perché il sangue continua a non bastare?): donando. Il sangue, certo, ma anche qualcos’altro di essenziale di sé. Come il tempo per malati e anziani soli. Perché un dono che cura rende più sana tutta la società
Francesco Ognibene
f.ognibene@avvenire.it
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Newsletter Avvenire, 17 Giugno 2026
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