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domenica 15 marzo 2026

San Massimiliano di Tebessa, il primo obiettore di coscienza

I Santi che hanno detto no alla guerra sono tanti: nelle campagne di obiezione di oggi la loro eredità




«Non mi è lecito fare il soldato, non posso fare il male, sono cristiano» così, all’epoca dell’imperatore Diocleziano, il giovane Massimiliano di Tebessa rispose quando gli domandarono perché rifiutasse le armi, durante il processo che decretò il suo martirio e la condanna a morte. Una storia ricordata oggi dal Movimento Nonviolento, che il 12 marzo celebra San Massimiliano, martire considerato il patrono degli obiettori di coscienza anche se non ufficialmente dalla Chiesa, ma riconosciuto come tale dai movimenti cattolici e laici per la pace e la nonviolenza.

Il giovane era figlio di Fabio Vittore, veterano militare, e dunque tenuto a proseguire la carriera del padre. Lui disse no e fu accusato di indisciplina. Venne martirizzato e decapitato il 12 marzo del 259 d.C. vicino a Cartagine, nell’attuale Algeria. Aveva poco più di 21 anni. «La lunga storia dell’obiezione di coscienza da Tebessa arriva fino a noi – scrive oggi Mao Valpiana, presidente del Movimento, rilanciando in occasione di questa ricorrenza la campagna di obiezione alla guerra "Leva la leva" –. In ogni Paese si è sviluppata l’idea dell’obiezione, del rifiuto del servizio militare, obbligatorio o volontario che sia. “Fare il militare” è l’obbligo necessario per avere un esercito, che è lo strumento essenziale per “fare la guerra”». Oggi, continua Valpiana, «siamo tutti chiamati a “prepararci alla guerra”. Le prove generali sono già iniziate. In tutta Europa si sta riorganizzando l’apparato militare, anche con il ripristino della leva, per avere grandi numeri a disposizione. È tempo, dunque, di riorganizzare anche l’obiezione di coscienza».
San Massimiliano non rifiutava solo l'atto di uccidere, ma l'appartenenza stessa a un'istituzione che considerava incompatibile con la fede. La sua storia, però, non è l'unico esempio di rifiuto della guerra nella storia della Chiesa. Tra i tanti, ricordiamo quello di San Galgano Guidotti, che conficcò la sua spada nel terreno: così uno strumento di morte divenne una croce, all'Eremo di Montesiepi. Anche San Francesco d'Assisi abbandonò la carriera militare e andò disarmato dal Sultano durante una delle Crociate, mettendo a rischio la propria vita. Pagò invece con la decapitazione la propria scelta di gettare le armi San Marcello il Centurione. In tempi recenti, infine, è celebre il caso del Beato Franz Jägerstätter, contadino austriaco che, ritenendolo incompatibile con la fede cristiana, rifiutò di giurare fedeltà a Hitler e di combattere per il Nazismo. Per la sua profonda convinzione morale fu ghigliottinato nel 1943.



lunedì 9 marzo 2026

Iran, il cardinale americano Cupich (vicino al Papa) contro video di Trump: «È disgustoso»

"Ridurre la guerra a un videogioco, profondo fallimento morale". L'arcivescovo di Chicago è tra gli esponenti più autorevoli della Chiesa negli Usa, leale a Leone XIV. Il suo «appello alla coscienza» rappresenta la più dura e amara delle critiche all'uomo di War-a-Lago.


domenica 8 febbraio 2026

Pace, guerra. E aborto - Avvenire Newsletter, 04/02/2026


domenica 2 novembre 2025

IA e armi, servono norme per evitare una deriva disumana

L'Intelligenza artificiale in ambito militare genera numerosi rischi, potenzialmente a danno delle vittime civili. Ancor più in assenza di un quadro normativo adeguato. "Con lo sviluppo dei sistemi d'arma letali autonomi, la barriera finale di controllo umano nelle decisioni è sempre meno evidente", afferma ai media vaticani Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Italiana Pace e Disarmo

Valerio Palombaro - Città del Vaticano


segue in

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2025-11/intelligenza-artificiale-armi-papa-leone-xiv-disarmo.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

venerdì 3 ottobre 2025

Ucraina. Orrore a Zaporizhzhia: «Ci sono camere della tortura nella centrale nucleare»

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/l-orrore-a-zaporizhzhia-non-ha-limiti-camere-dell

Un rapporto di Greenpeace, basato su testimonianze dirette, immagini satellitari e informazioni sul campo, rivela come l’impianto nucleare occupato dai russi nasconda ancora luoghi di violenze

mercoledì 27 agosto 2025

Storie di brava gente. Le diciotto guerre dichiarate dall'Italia di Piero Graglia



Dall’Austria (1866) alla Seconda guerra mondiale: curriculum di un paese aggressore e mai aggredito. L’Eritrea, la Libia, la Grande guerra, la Spagna… Elenco di una furia bellica, peraltro raramente andata a buon fine

lunedì 25 agosto 2025

Caritas Internationalis: a Gaza non è guerra, ma annientamento


La confederazione internazionale cattolica denuncia la carestia provocata nella Striscia di Gaza e lancia l’appello per un immediato cessate il fuoco. “La carestia qui – si legge nel documento - non è un disastro naturale, ma il risultato di una strategia deliberata”



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Parolin: allibiti di fronte a quello che sta succedendo a Gaza


A Napoli per aprire la 75.ma Settimana Liturgica Nazionale, rispondendo alle domande dei giornalisti sul bombardamento israeliano di oggi nella Striscia, il porporato ha detto che “è un non senso”, lanciando l’allarme sulla situazione umanitaria. E sull’Ucraina ha affermato che è necessario “continuare a lavorare per la pace e la riconciliazione” e che ci vuole “molta politica”

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Gaza, altri 5 giornalisti uccisi in un raid sull'ospedale Nasser


Almeno 20 i civili vittime dell'attacco alla struttura sanitaria nell'area di Khan Yunis. Fa discutere la campagna di Israele che ha inviato 10 influencer a Gaza per smentire con video postati sui social lo stato di carestia della popolazione, come invece ha denunciato l'Onu. Operazioni militari dell'Idf anche in Yemen

domenica 29 giugno 2025

Mine antiuomo, cos'è la Convenzione di Ottawa e cosa significa l'uscita dell'Ucraina



L'Ucraina ha annunciato la sua uscita dal trattato sulla messa al bando delle mine antipersona, anche detto Convenzione di Ottawa, che vieta l'uso, la detenzione, la produzione e il trasferimento di tali ordigni e impone la distruzione degli stock esistenti nonché l'assistenza alle vittime del loro uso. Kiev rottama Ottawa sulla scia di altri Paesi che hanno preso simili decisioni come la Polonia e i Paesi baltici, tra cui Lituania, Estonia e Finlandia.

La storia della Convenzione di Ottawa

La Farnesina ricorda che la convenzione conclusa nel 1997 ed entrata in vigore nel 1999, è stata ratificata inizialmente da 164 Stati, inclusa l'Italia. Tra i membri della Convenzione, però, non figurano sei Paesi significativi: Cina, Federazione Russa, India, Pakistan, Repubblica di Corea e Stati Uniti. L'universalizzazione della partecipazione al Trattato resta, quindi, uno degli obiettivi principali nel quadro della sua attuazione efficace. Attualmente, gravi preoccupazioni sono suscitate dal diffuso ricorso a questi tipi di armi da parte di attori non statuali, che sono anche in grado di produrle in proprio o di ricorrere a ordigni di circostanza noti come ordigni esplosivi improvvisati (Improvised Explosive Devices - Ieds).

Altre aree di lavoro attuali riguardano la distruzione degli stock, la bonifica delle aree minate (e relative richieste di proroga ai termini finali per il raggiungimento di tali obiettivi), le misure di trasparenza e, soprattutto, l'assistenza alle vittime. Distruzione degli stock: la Convenzione impegna gli Stati parte alla distruzione di tutte le mine antipersona in loro possesso o sotto il loro controllo, «al più presto» ma in ogni caso non oltre i quattro anni dall'entrata in vigore del Trattato per lo Stato interessato. L'unica eccezione alle disposizioni sulla distruzione riguarda mine che possono essere tenute ai fini di addestramento relativo a tecniche di rilevamento, bonifica o eliminazione e in numeri comunque minimi necessari a tali fini. A oggi, 157 Stati membri hanno eliminato l'interezza dei loro depositi, che cumulativamente contano oltre 47 milioni di ordigni.

In cosa consiste

Il Trattato impone ai suoi membri l'identificazione delle aree contaminate, la loro segnalazione e delimitazione che garantisca la protezione dei civili finché il processo di bonifica non sia terminato. La bonifica totale deve intervenire entro 10 anni dall'entrata in vigore della Convenzione per lo Stato interessato, salvo richiesta di proroga che, comunque, non può superare un ulteriore periodo di 10 anni. Le disposizioni sull'assistenza alle vittime sono di centrale importanza nella Convenzione di Ottawa e, al tempo della sua negoziazione, rappresentarono una novità nel panorama degli strumenti di disarmo e controllo degli armamenti.

martedì 3 giugno 2025

OK del Governo (svizzero) alla vendita dei Leopard 1, ma nessun trasferimento in Ucraina - 28 Maggio 2025

https://www.tvsvizzera.it/tvs/qui-svizzera/ok-del-governo-alla-vendita-dei-leopard-ma-nessun-trasferimento-in-ucraina/89426001?utm_campaign=manual_tvs&utm_medium=email&utm_source=newsletter&utm_content=o&utm_term=manual

RUAG MRO può vendere alla Germania senza autorizzazione 71 dei 96 carri armati Leopard 1 A5, compresi accessori, che si trovano in Italia. È però escluso un trasferimento all'Ucraina.



Il Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca (DEFR) ha comunicato mercoledì mattina al Consiglio federale che il fabbricante di armamenti RUAG MRO è autorizzato a vendere alla Germania una parte dei carri armati Leopard che attualmente si trovano in Italia. Berlino però non potrà trasferirli in Ucraina.
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venerdì 27 dicembre 2024

Demografia, il nemico comune di Russia e Ucraina

I due paesi hanno un tasso di fecondità molto basso e sempre meno soldati da mandare al fronte. Un problema militare ed economico che spiega la strategia di Putin. Il tempo è dalla parte dello Zar, ma non è infinito. Ha ancora cinque anni per chiudere il conflitto

Segue:

giovedì 25 aprile 2024

Record storico per la spesa militare: il mondo sempre più armato



In netto incremento gli investimenti sugli armamenti a livello globale. Lo rivela il rapporto dell’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI) che sottolinea aumenti significativi soprattutto per Europa, Asia, Oceania e Medio Oriente. Ma a dominare il mercato delle armi sono Stati Uniti e Nato. Simoncelli, vice direttore di Archivio Disarmo: “Operare per arrivare ad una de-escalation nei conflitti attuali. Pura illusione risolvere i problemi internazionali con la forza"

Paola Simonetti e Giulia Mutti – Città del Vaticano

Le guerra si configura ormai come il più redditizio business planetario, con ingenti costi  che non lasciano fuori alcuna regione del mondo. La spesa per gli armamenti vede, infatti, una straordinaria escalation per il nono anno consecutivo, raggiungendo il picco inedito di 2.443 miliardi di dollari, con la Nato che spende il 55% dell’importo complessivo. Cifre, queste, che rappresentano il 2,3% del PIL mondiale. Lo relaziona il rapporto dell'Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (SIPRI), che sottolinea come dal 2009 gli investimenti militari siano aumentati in tutte e cinque le regioni geografiche mondiali, dove la spesa è monopolizzata dagli Usa e dalla Nato. A dare una sferzata all’incremento degli armamenti, sottolinea il rapporto, c’è stata certamente la guerra in Ucraina, che ha stravolto “radicalmente le prospettive degli Stati europei sulla sicurezza. Questo cambiamento nella percezione della minaccia – ha spiegato il report - si riflette nella destinazione di quote crescenti del Prodotto interno lordo alla spesa militare”. Dunque, punte significative per l’innalzamento dei costi bellici, si registrano anche in Europa, oltre che in Asia, Oceania e Medio Oriente. "Nessuna zona del mondo - aggiunge il documento - ha visto purtroppo miglioramenti”.

Russia e Ucraina

In particolare la Russia, terza nella classifica mondiale, ha stanziato una cifra stimata in 102 miliardi di euro, il 4,5 % a livello globale e il 24 % in più su base annua, ovvero il 5,9 % del suo Prodotto interno lordo (PIL). Dal canto suo, l'Ucraina, ottavo investitore mondiale nel settore delle armi, ha aumentato la sua spesa del 51 %, pari a oltre 60 miliardi di euro, un terzo del suo PIL. Con i quasi 32 miliardi di euro di aiuti militari ricevuti, Kyiv ha ridotto notevolmente il divario con Mosca e la spesa militare totale ucraina è stata pari al 91 % di quella russa.


Stati Uniti e Nato


Nello scenario globale dei costi militari, il dominio incontrastato, segnala il rapporto Sipri, è degli Stati Uniti con un investimento di 2,3 % in più, pari a 860 miliardi di euro, ovvero il 37 % della spesa globale e il 68 % di quella dei 31 Paesi membri della Nato. Nel contesto statunitense, in particolare nelle regioni di America centrale e Caraibi, a far lievitare la spesa del 54 % in più lo scorso anno è stata la lotta alla criminalità organizzata, con la maglia nera al Brasile, che ha visto una spesa di 21,5 miliardi di euro, con un incremento di oltre il 3 %. Significativo, secondo il documento, anche l'aumento degli investimenti nella difesa dei Paesi europei della Nato, che ora rappresentano il 28 % di quelli dell'intera Alleanza, il livello più alto in un decennio con undici di loro al di sopra dell'impegno del 2% del PIL. Tra questi spicca la Polonia che, con un incremento annuo del 75 %, fa registrare il più ingente aumento annuo in Europa.

Il Medio Oriente


Il Medio Oriente ha registrato l'aumento maggiore in un decennio, pari al 9 %, con l'Arabia Saudita come leader regionale, seguita da Israele che ha aumentato la propria spesa del 24 % a causa della sua offensiva nella Striscia di Gaza dopo gli attentati di Hamas dello scorso ottobre. "Il grande aumento della spesa militare in Medio Oriente nel 2023 - si legge ancora nel documento Sipri-riflette la situazione in rapido cambiamento nella regione, dal miglioramento delle relazioni diplomatiche tra Israele e diversi Paesi arabi negli ultimi anni allo scoppio di una grande guerra a Gaza e alla paura di un conflitto regionale".

L’Estremo Oriente

La metà degli investimenti nella regione asiatica li ha spesi, secondo il rapporto Sipri, la Cina con quasi 278 miliardi di euro, il 6 % in più.  Il Giappone, dal canto suo, ha stanziato 50,2 miliardi di dollari per le sue forze armate nel 2023, con un incremento dell’11 % rispetto al 2022.  Anche la spesa militare di Taiwan è cresciuta lo scorso anno dell’11 % iraggiungendo 16,6 miliardi di dollari.


Più armi, più tensione

L'aumento della spesa militare globale è confermato da Maurizio Simoncelli, vicedirettore dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo, intervistato da Radio Vaticana - Vatican News. Negli ultimi anni, infatti, in fenomeno ha preso il via dopo "l’occupazione russa della penisola di Crimea”, spiega il professore.

Le spese militari sono state, poi, incrementate esponenzialmente come conseguenza dell’invasione dell’Ucraina nel 2022 e con la crisi in Medio Oriente: “Questo quadro è collegato al venire meno del ruolo della Nato come organismo di controllo dell’area del Nord Atlantico", afferma il vicedirettore di Archivio Disarmo, sottolineando che “i dati ci indicano che Paesi come Cina, India, Giappone e Taiwan stanno aumentando gli armamenti, mentre, la Cina rimane il secondo Paese mondiale per spese militari dopo gli Usa”. Il quadrante del Pacifico, infatti, rimane un’area di alta tensione: “La Cina è il grande competitor degli Usa. Tuttavia, la spesa militare cinese è sempre un terzo rispetto a quella degli Stati Uniti”.

Ritorno alla guerra fredda

Sul fronte europeo nel 2023 tutti i 27 Paesi membri hanno aumentato la spesa militare. “Il conflitto in Ucraina sta esacerbando i rapporti internazionali; ormai, tra la Russia e i Paesi occidentali non ci sono spazi di dialogo, si pensa solo ad aumentare il budget militare”, spiega l’esperto. Questo sta comportando “una ripresa in pieno della guerra fredda che si ripropone nel nuovo millennio”, spiega l'esperto. A suo parere, in un clima di crisi internazionale, affinché si possa tornare a parlare di disarmo “bisogna operare per arrivare ad una de-escalation nei conflitti attuali”. “Pensare di risolvere i problemi internazionali con la forza è una pura illusione, lo abbiamo visto nella storia: ogni volta che l’uomo ha cercato di risolvere i problemi con la violenza ha creato i presupposti per nuove guerre e odi pluridecennali”. “Il tentativo che bisogna fare - conclude - è quello di puntare alla de-escalation a non volere risolvere i problemi con l’arma, addirittura nucleare, come è stato paventato dalla Russia. E soprattutto avviare negoziati”.

domenica 21 aprile 2024

La scorta alimentare d’emergenza in ogni casa svizzera

anche:




Soprattutto acqua, ma anche pasta e riso e cibi già pronti per il consumo. Poi olio, sale e zucchero. Ecco la scorta d’emergenza che ogni singolo cittadino svizzero dovrebbe tenere nella propria dispensa per sopravvivere una settimana. Un tema, quella della scorta alimentare, che con la pandemia prima e la guerra ora, è tornato d’attualità.

Questo contenuto è stato pubblicato al06 aprile 2022 - 16:26
Riccardo Franciolli


Gli svizzeri, si sa, sono dei precisini. L’articolo 102 della Costituzione federaleCollegamento esterno (Approvvigionamento del Paese) prevede che la Confederazione assicuri beni e servizi vitali in caso di minacce d’ordine egemonico o bellico nonché in casi di gravi situazioni di penuria cui l’economia non è in grado di rimediare da sé. Se necessario, dunque, la Confederazione può pure derogare al principio della libertà economica.

Per questo importante e vitale compito, in Svizzera esiste l’Ufficio federale per l’approvvigionamento economico del paese Collegamento esterno. Gli uffici federali sono un po’ i ministeri degli altri Paesi. Come se in Italia ci fosse il Ministero per le scorte alimentari e beni di consumo (che ci sarà sicuramente sotto altro nome).

Ma cosa sono questi beni e servizi essenziali per il funzionamento della società e dell’economia citati dalla Costituzione federale? Si tratta di generi alimentari, agenti terapeutici, acqua potabile, energia, tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Per accumulare queste scorte, il sistema di approvvigionamento elvetico si fonda sulla cooperazione tra il settore privato e lo Stato. Questo significa che il compito di garantire una disponibilità sufficiente di beni e servizi è dei privati. I grandi importatori e distributori, su imposizione statale, devono avere in magazzino scorte sufficienti per 3-6 mesi a dipendenza del bene.

Così, per esempio, le scorte di zucchero devono soddisfare il fabbisogno della popolazione per 3 mesi. 3 mesi di scorte anche per gli analgesici, 4 mesi per il grano duro, 4 mesi e mezzo per la benzina e così via. Tutto questo “mettere da parte perché non si sa mai” costa al singolo cittadino circa 13 franchi all’anno.

Fin qui, citando la famosa frase del discorso di insediamento di John Fitzgerald Kennedy alla Casa Bianca, “non chiederti cosa può fare il tuo Paese per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese”, sappiamo cosa fa lo Stato per noi.


Ma lo stesso Ufficio federale per l’approvvigionamento economico raccomanda alla popolazione (ecco cosa può fare il singolo cittadino) di costituire in casa una scorta sufficiente per essere autonomo per una settimana. In questo caso si parla di “scorte d’emergenza”. Fino a ieri, questa dicitura sembrava quantomeno esagerata. Oggi, alla luce di quanto sta succedendo tra guerra e pandemia, diventa almeno comprensibile.

Diciamolo. Chi vive in Svizzera oggi, non ha mai davvero vissuto periodi di gravi catastrofi. Per questo motivo, da quando è finita la Guerra Fredda, il cittadino medio elvetico ha perso l’abitudine di tenere in casa una riserva di generi alimentari e beni di uso comune. Oggi, 3 svizzeri su 4 non hanno mai pensato di tenere in casa tali scorte.

E pensare che fino ai primi anni Novanta del secolo scorso, la Confederazione lanciava ogni due anni una campagna nazionale informativa sulla necessità di costituire delle scorte d’emergenza. Queste scorte domestiche, scriveva la Confederazione negli opuscoli che distribuiva a tutta la popolazione, servono ad “affrontare con serenità” un breve momento di difficoltà dando allo Stato qualche giorno di tempo (massimo appunto una settimana) per intervenire.

E tutta la popolazione seguiva queste raccomandazioni e teneva questa scorta (normalmente era il doppio o il triplo del necessario) nelle cantine-bunker costruite un po’ ovunque in Svizzera durante la Guerra Fredda.

Per finire, andiamo sul concreto. Di cosa deve essere composta questa scorta d’emergenza?Collegamento esterno Come la grafica spiega bene, la Confederazione consiglia 9 litri di acqua a testa. Inoltre, ogni famiglia dovrebbe tenere in cantina (chi ce l’ha) o comunque in cucina quelle provviste che fanno parte della propria dieta quotidiana.

Altro consiglio importante: gli alimenti devono essere in parte pronti al consumo (frutta secca, fette biscottate, latte a lunga conservazione, formaggi a pasta dura e salumi). Questo perché una possibile penuria di acqua corrente e di elettricità, non permetterebbe di cucinare. Poi, va da sé, fate scorta di pasta, riso, cibi in scatola. Non da ultimo, consigliati vivamente anche olio, sale e zucchero.

Se volete, fate pure questa scorta d’emergenza. Ora sapete cosa acquistare. L’auspicio di tutti, però, è che non si debba mai ricorrere ad essa per necessità.





venerdì 15 marzo 2024

Guerra in Europa. La Danimarca ha paura della Russia e chiama le donne alla leva

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/nord-europa-paura-russia-danimarca-leva-obbligatoria-per-donne

Dalla Polonia ai Paesi baltici e scandinavi, cresce la spesa per difendersi. La Lettonia blinda il confine orientale: previsti anche depositi di esplosivi e di mine

C'è uno spettro che si aggira per il Nord Europa e si chiama paura di un'aggressione russa. I governi di diversi Paesi - da quelli scandinavi a quelli baltici alla Polonia, tutti membri della Nato - stanno aumentando le spese militari per raggiungere quel 2% del Pil chiesto dall'Alleanza Atlantica in seguito alla guerra in Ucraina. Ma non basta: si lavora anche alla formazione di truppe. Copenaghen ha annunciato l'introduzione della coscrizione femminile, a partire dal 2026, e l'estensione del servizio di leva dagli attuali 4 a 11 mesi sia per gli uomini che per le donne. La Danimarca diventa così il terzo Stato europeo, con Svezia e Norvegia, a imporre anche alle donne il servizio militare. Finora potevano farlo su base volontaria.

«Non riarmiamo perché vogliamo la guerra. Ci stiamo riarmando perché vogliamo evitarla», ha dichiarato la premier Mette Frederiksen, aggiungendo che il governo sta cercando di raggiungere «la piena uguaglianza tra i sessi». Sull'argomento è intervenuto anche il ministro della Difesa, Troels Lund Poulsen: «Una coscrizione più robusta, che includa la piena parità di genere, deve contribuire a risolvere le sfide della difesa, la mobilitazione nazionale e l'equipaggiamento delle nostre forze armate».

L'anno scorso i danesi che hanno prestato servizio militare sono stati 4.700, le donne erano il 25%. Quest'anno il numero dovrebbe salire a 5.000. Il governo vuole inoltre aumentare il bilancio della difesa di quasi 6 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni per raggiungere gli obiettivi della Nato. Le forze armate danesi contano attualmente circa 20.000 persone attive, tra cui circa 9.000 truppe professionali.

Dalla Polonia ai Paesi baltici e scandinavi, cresce la spesa difendersi

La Danimarca non è l'unico Paese europeo a preoccuparsi per la difesa dei propri confini da un'eventuale aggressione russa. Con la guerra in Europa che non accenna a finire, in seguito all'invasione dell'Ucraina il 24 febbraio 2022, cresce la paura in tutti gli Stati vicini alla Federazione Russia o alla Bielorussia sua alleata. È di ieri l'annuncio del presidente russo Vladimir  Putin dell'intenzione di schierare le truppe lungo il confine con la Finlandia. È stata proprio la guerra in Ucraina a spingere la Finlandia e la Svezia a diventare membri della Nato.

La Svezia e l'Estonia, anch'essa Paese Nato, hanno discusso delle possibilità di cooperare nell'industria della difesa, compreso il lancio di progetti comuni per l'applicazione delle nuove tecnologie all'industria militare. «Date le notevoli capacità dell'aeronautica e della marina svedese, le rotte marittime e aeree del mar Baltico sono più sicure» ha detto il ministro della Difesa estone, Hanno Pevkur.

Il presidente della Polonia, Andrzej Duda, ricevuto ieri alla Casa Bianca, ha caldeggiato con il presidente Joe Biden la proposta che i Paesi Nato aumentino la spesa per la difesa dal 2% al 3% del Pil. «Il 2% era buono dieci anni fa. Ora il 3% è necessario in risposta alla guerra su larga scala lanciata dalla Russia proprio oltre il confine orientale della Nato».

I Paesi baltici - Lettonia, Estonia e Lituania - sollecitano un aumento del sostegno militare occidentale all'Ucraina. «Non possiamo rifiutare alcuna forma di sostegno: dobbiamo tracciare linee rosse per la Russia, non per noi stessi» ha detto di recente il ministro degli Esteri lituano, Gabrielius Landsbergis. Il presidente lituano, Gitanas Nauseda, incontrando ieri a Parigi l'omologo francese Emmanuel Macron, ha sostenuto che «dobbiamo considerare seriamente l'idea di inviare truppe in Ucraina».

La Lettonia ha aderito all'iniziativa della Repubblica Ceca di acquisire e trasferire munizioni a Kiev e ha approvato un piano per blindare i confini con Russia e Bielorussia. Il progetto, che si inserisce nella costruzione di una linea difensiva del confine orientale della Nato in area baltica, prevede la realizzazione di fortificazioni, fossati anticarro, depositi di esplosivi e mine. Il costo è di 303 milioni di euro e i lavori dureranno cinque anni.

Vilnius ha inoltre rafforzato, da ieri e fino al 12 settembre, il controllo della frontiera con la Bielorussia: la polizia e l'esercito potranno eseguire con più facilità controlli e sequestri e intervenire rapidamente in caso di sospette minacce alla sicurezza del Paese. Da tre anni la Lettonia è meta, assieme a Lituania e Polonia, di ripetute ondate di immigrazione clandestina dalla Bielorussia, in particolare nella stagione estiva.




domenica 10 marzo 2024

Il Papa sulla guerra in Ucraina: non abbiate vergogna di negoziare

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2024-03/papa-francesco-intervista-radio-televisione-svizzera-ucraina.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

Pubblichiamo il testo dell’intervista rilasciata da Francesco a Lorenzo Buccella, giornalista della Radio Televisione Svizzera (RSI), anticipata oggi da alcune agenzie e che l’emittente elvetica trasmetterà il prossimo 20 marzo

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TUTTA L'INTERVISTA al link

martedì 16 gennaio 2024

Io ex fabbricante di armi dico: la guerra è una follia


A colloquio con Vito Alfieri Fontana, diventato sminatore dopo aver prodotto mine antiuomo con la sua azienda. L’ingegnere barese ai media vaticani: il Papa ha ragione quando afferma che la gente vuole pane, non armi.

venerdì 21 luglio 2023

8 Luglio 2023 - Ucraina, 500 giorni di un conflitto senza fine. Zelensky: "Una guerra totale"


...  non si placano le polemiche sulla decisione degli Stati Uniti di fornire bombe a grappolo a Kyiv che ha registrato la contrarietà dell’Onu e di alcuni alleati. La notizia era stata confermata ieri, 7 luglio, dal presidente americano Joe Biden che aveva parlato di una "decisione difficile" e subito ha suscitato imbarazzo tra i partner occidentali, firmatari della convezione del 2008 che vieta le cluster munition. Di essa non sono firmatari né Washington né Mosca. Queste bombe rilasciano sotto-munizioni più piccole che possono rimanere inesplose a lungo e mettere quindi in pericolo i civili e soprattutto bambini che spesso le confondono come biglie colorate. 
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21 Luglio 2023

La Cina fornisce armi a Mosca e Kyiv usa bombe a grappolo

Si complica ulteriormente il conflitto in Ucraina. All'indomani del ritiro della Russia dall'accordo sul grano, Mosca intensifica gli attacchi missilistici sulle zone portuali distruggendo 60mila tonnellate di cereali. Gli Usa confermano l'uso di bombe a grappolo da parte dell'Ucraina, mentre da Parigi arriva la notizia che la Cina fornisce armi a Mosca

lunedì 29 maggio 2023

L’Armenia, abbandonata da tutti, offre il Nagorno-Karabakh a Baku

Il premier Pashinyan è pronto a cedere il territorio storicamente armeno in cambio di una pace duratura e garanzie internazionali. È la mossa della disperazione


lunedì 22 maggio 2023

Guerra in Ucraina. Cardini: «Un errore continuare ad armare Kiev»

N.B. pubblicare questo articolo nl mio blog NON significa che io condivida questa posizione.

Lo storico e saggista, tra i promotori del referendum contro gli aiuti bellici: giusto votare sì perché dove c'è guerra bisogna aprire una speranza di pace

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/intervista-allo-storico-e-saggista-tra-i-promotor

Il 3 marzo sono stati pubblicati in Gazzetta Ufficiale tre quesiti referendari. Due sono promossi da Generazioni Future (ex Comitato Rodotà, lo stesso dei due referendum sull’acqua del 2011), dal comitato “Ripudia la guerra”. Due dei quesiti hanno come obiettivo il disarmo e uno la salute pubblica, intesi come beni comuni da governare nell’interesse delle generazioni future. La raccolta delle firme per tutti i tre quesiti è cominciata il 22 aprile.

Diritto alla vita: perché l’Europa è inquieta (e il dialogo così difficile)

Parlare di aborto non solo nei termini di “diritto” indiscutibile non è mai stato facile, ma ora le cose si stanno complicando, e non soltan...