IO NON HO VOTATO PER MATTEO RENZI come SEGRETARIO PD (e neppure come PRESIDENTE DEL CONSIGLIO)

giovedì 11 febbraio 2016

Race should no longer be used as a distinguishing factor in human biology and genetics research, contends a new paper in Science.

Tratto da:  LINK

Race Should be Removed from Genetics Research, Paper Contends

Fri, 02/05/2016 - 11:12am
Seth Augenstein, Digital Reporter
Race should no longer be used as a distinguishing factor in human biology and genetics research, contends a new paper in Science.
The discoveries in DNA science are far enough advanced that “racial classifications do not make sense in terms of genetics,” state the researchers from Drexel University, the University of Pennsylvania and the American Museum of Natural History.
“It is time for biologists to find a better way,” they write. “Racial assumptions are not the biological guideposts some believe them to be.”
Since Homo sapiens can all breed with one another, and since race is based simply on physical features like skin color and facial structure that can change in a single generation, the scientific classification of race is antiquated, they conclude.
The major racial group definitions “lack clear-cut genetic boundaries,” contends the paper, entitled “Taking Race out of Human Genetics.”
The characterization can also lead to harm, beyond the popular misunderstandings of inheritance and morbidity. Misdiagnosis of cases of sickle-cell anemia in people other than “blacks” and Cystic fibrosis getting missed in people who have African ancestry can mean that peoples’ individually-unique heritage is overlooked because of the race categories.
The authors – Michael Yudell from Drexel, Dorothy Roberts and Sarah Tishkoff from Penn, and Rob DeSalle from the AMNH – concede they are not the first to make the argument. W.E.B. DuBois was arguing similar points in the early 20th century, and evolutionary geneticist Theodosius Dobzhansky was also inveighing against the easy categories starting in the 1930s.
A 2013 paper in the journal Studies in History and Philosophy of Biological and Biomedical Sciences focused in on how fluid “race” definitions could be – since they are based on subjective traits, and since they are so malleable.
“Humans have much genetic diversity, but the vast majority of this diversity reflects individual uniqueness and not race,” they wrote. “Adaptive traits do not define races in humans.”
However, some of the ideas persist. Some writers believe that evolution has resulted in variations of IQ, social systems and other human development differences determined regionally. The concept was the focus of a vigorous debate in The New York Times two years ago, which kicked off with the publication of a book by the newspaper’s former science editor.
Some studies do continue to make generalizations in the genetic differences between disparate ethnic groups.







mercoledì 10 febbraio 2016

Augurando al PD ed a Sala la stessa fortuna avuta da Bruno Ferrante nel 2006 (sconfitta al primo turno e dimissioni anche da Consigliere Comunale dopo un solo anno)

A proposito di Bruno Ferrante:  https://it.wikipedia.org/wiki/Bruno_Ferrante

Tratto da:  http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=content&task=view&id=2409


Primarie a Milano. Quando muore l'opinione pubblica (per il "Fatto" del 3 febbraio)


Scritto da Nando dalla Chiesa   
Thursday 04 February 2016
 
Milano. Qui una volta c’era l’opinione pubblica. Proprio come uno se la studia sui libri. Tanti centri di potere. Economici, politici, editoriali, culturali, scientifici, professionali, giudiziari, religiosi. Tante voci indipendenti. C’era sempre una umanità influente che diceva la sua, anche se sgradita ai vari poteri, “tanto non dipendo da nessuno”. Ecco, non c’è più. Ha tirato giù la clèr (in lombardo la saracinesca). Quel che sta accadendo con le primarie del centrosinistra milanese ha qualcosa di incredibile. Quasi fosse in atto una prova di mutazione socio-genetica. Come è noto, sono in lizza tre candidati (più uno di complemento). Uno di questi tre è il dottor Giuseppe Sala, che dal momento della candidatura i supporter cercano di far chiamare affettuosamente “Beppe” dai milanesi. Il dottor Sala è stato finora amministratore delegato e commissario governativo di Expo. Su di lui e sulla conduzione del grande evento vi sono opinioni discordanti, anche se il successo finale della manifestazione ha diffuso in città una comprensibile ventata di soddisfazione. Il fatto è che quando si tratta di affidare a qualcuno cariche istituzionali, oltre al valore della persona o ai suoi meriti professionali intervengono nella formazione del giudizio altri parametri. Molto diversi.

E il primo è la cultura istituzionale, che non è una cosa che si inventa. Essere un capace uomo d’azienda non significa sapere essere un bravo sindaco o senatore. Se ne sono avuti esempi a bizzeffe, ma una buona parte di Milano (i trionfi di Berlusconi e perfino di Dell’Utri lo testimoniano) è molto restia a capirlo. Nel caso del dottor Sala la cultura istituzionale suggerirebbe ad esempio l’improponibilità del ruolo di sindaco per chi sarà chiamato dal Comune di Milano, socio di Expo, a rispondere dei risultati del proprio operato come amministratore delegato su uno dei più grandi e discussi investimenti della storia postbellica cittadina. In quel caso infatti il sindaco giudicherebbe se stesso, governando inevitabilmente informazioni e valutazioni. Senza contare il doppio ruolo conflittuale in cui egli si verrebbe a trovare nella complicata (ma ricca) contesa tra Expo e Arexpo. O gli interessi cresciuti intorno a Expo che verrebbero trascinati per forza di gravità nel governo della città metropolitana. Non è difficile capire il problema. Che è squisitamente di regole. Meglio: di spirito pubblico. Nel frattempo il dottor Sala appare riluttante a rispondere su ciò su cui non può non rispondere (ecco dove si vede in controluce il futuro sindaco), ossia il bilancio di Expo, l’uso che è stato fatto del denaro pubblico. Anche perché è proprio sul suo ottimo uso che ha fatto leva l’idea di candidarlo a sindaco. Nulla è reato, ma la cultura istituzionale non è il codice penale.
Ecco, queste considerazioni elementari e assolutamente educate e civili a Milano le fanno alcune mosche bianche. Ma l’opinione pubblica, quella di una volta, larga e bella corposa, quella del “ma perché non dovrei dirlo?”, tace. Tace anche quella che ha deciso di votare o tifa per gli avversari del dottor Sala, in mezzo alla quale c’è chi pensa che se poi vince lui, tra partito della nazione e dimagrimento dei pluralismi, con Milano perfettamente allineata a Roma qualche inconveniente potrebbe esserci. 
 
A chi si affida allora questa città silente? Qualcuno dirà “spera nella magistratura”. E sbaglia, non solo perché la magistratura milanese con la sua “sensibilità istituzionale” (riconosciutale da Renzi proprio su Expo) non se la passa proprio bene, ma perché il punto è un altro. Il punto è parlare. Ed è qui che si verifica un fatto enorme, mai visto. “Bisogna che lo scriva ‘Il Fatto’”, si dice ovunque, “bisogna dirlo a Barbacetto”.
Girano mail e si inseguono conversazioni telefoniche -giungono anche a me all’estero- in cui persone autorevoli e dotate di una certa libertà si comunicano notizie e illazioni per concludere che “bisogna farlo scrivere da Barbacetto sul Fatto”. Il nome di una testata, il nome di un giornalista, al posto di un’opinione pubblica che metteva in fila come niente Bocca e Biagi, Montanelli e la Cederna, ma anche Martini e il vocione di padre Turoldo. Con lo stesso giornalista trattato dai fan del dottor Sala, nella capitale dell’informazione, come un disturbatore dell’ordine pubblico, associato all’immagine della ghigliottina perché ormai le domande, le civilissime domande al potere, da sostanza della democrazia sono diventate metaforicamente sete di sangue. Per questo il dottor Sala può “diffidare” (testuale) i giornalisti dall’avanzare dubbi sul bilancio di Expo senza che vi sia uno scatto di amor proprio, un guizzo di libertà collettiva. Queste primarie non sono belle. Ma Milano senza più opinione pubblica raggela il cuore.

martedì 9 febbraio 2016

Consiglio Comunale Buccinasco Mercoledì Febbraio ore 18,00

Tratto da: http://www.comune.buccinasco.mi.it/news/Convocazione_Consiglio_Comunale20160205090426

CONVOCAZIONE CONSIGLIO COMUNALE

   
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Mercoledì 10 febbraio 2016 alle ore 18.00 presso la sala consiliare in via Vittorio Emanuele 7 con eventuale prosecuzione giovedì 11 febbraio alle ore 18.00
Si comunica che mercoledì 10 febbraio 2016 alle ore 18.00 si terrà la seduta di prima convocazione del Consiglio Comunale con eventuale prosecuzione giovedì 11 febbraio alle ore 18.00 presso la sala consiliare di via Vittorio Emanuele n. 7 per la trattazione del seguente ordine del giorno:

1. Azienda Speciale Buccinasco - Piano programma e bilancio preventivo 2016-2018 - Approvazione;
2. Regolamento per l’applicazione dell’Imposta Unica Comunale (IUC) - Modifiche;
3. Attestazione percentuale di copertura dei costi dei servizi a domanda individuale;
4. Verifica quantità e qualità delle aree ai sensi dell'art. 172, comma 1, lettera c) D.Lgs. 267/2000 - Anno 2016;
5. Approvazione bilancio di previsione 2016-2018 e documento unico di programmazione;
6. Riconoscimento debito fuori bilancio;
7. Interrogazioni, interpellanze, mozioni e o.d.g. presentati dai Consiglieri Comunali.

Tutta la cittadinanza è invitata ad assistere alla seduta.

È possibile seguire la diretta in streaming dalle ore 18.00 al seguente indirizzo cliccando qui.


Il PD di Renzi è cambiato. Ora non ha schifo di nulla?

Tratto da http://www.ciwati.it/2016/02/08/gli-schifiltosi/

Gli schifiltosi

Nel giorno in cui anche a Milano si afferma il modello del partito del dentro-tutti, il premier spiega che non bisogna fare gli schifiltosi con chi porta voti, smentendo la smentita che il sedicente partito della nazione (ne parlò lui, peraltro) sia il partito della nazione. Perché lo è.
Non importa da dove provengano i voti. Anzi. Più sono, meglio è. Non importa da dove provengano e chi li porti.
Ricordate quando diceva che avrebbe preso i voti della destra e non i ministri della destra? Ecco, finora li ha presi tutti, i ministri (e i sottosegretari) della destra. Sui voti, in parte gli riuscirà: in altri casi, spingerà ancora più a destra il dibattito pubblico di un paese che già ne ha subito le conseguenze. Gli schifiltosi? Magari staranno a casa, come è già capitato.
Ma c'è di più. Con la complicità di molti che insistono nel sostenerlo benché dicano di non condividere nulla – e nonostante mille indizi facciano una prova – il premier sta cambiando la politica italiana. Se possibile, in peggio.
Gli schifiltosi e le schifiltose non hanno votato l'Italicum e la riforma costituzionale, premesse e metodo del piano del governo per rendere tutti molto meno schifiltosi. Non hanno apprezzato il testacoda sui diritti del lavoro. Agli schifiltosi e alle schifiltose non sono piaciute le trivelle e le manciate di autostrade e gli inceneritori e il contrasto alle rinnovabili. Agli schifiltosi e alle schifiltose non sono piaciute le geniali idee sulla scuola.
Sarà per un minimo senso dello schifo, non ci piacciono nemmeno le persone che hanno sostenuto il ventennio berlusconiano e ritengono di portarlo avanti con il contributo del leader degli avversari (che poi lo sono sempre stati fino ad un certo punto).
Sarà per via di un difetto congenito, ma i voti di scambio ci fanno schifo. Ci fa schifo che tutto sia messo sullo stesso piano, che si neghi la dialettica politica, che si dia un colpo al cerchio e uno alla botte, che si usino doppi pesi e doppie misure, che si possa promettere una cosa e fare il contrario, che si dica tutto e il suo contrario, che si facciano manovre economiche brillantissime (copiate dagli anni Ottanta) che aumentano le disuguaglianze. Che non importi Alfano, Verdini o Cuffaro che sì, erano fantasmi (come dice il premier), ma adesso hanno ripreso a frequentare, e da protagonisti, il campo della politica italiana.
Non fossi stato schifiltoso, avrei votato Berlusconi vent'anni fa. Vivevo a pochi chilometri dalla villa (poi visitata da altri) e mi veniva comodo