lunedì 19 ottobre 2026
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sabato 10 ottobre 2026
L’autodeterminazione prevale sulla libertà religiosa: Zurigo lancia un forte segnale sul suicidio assistito - 28 settembre 2026 - 17:36
L’elettorato zurighese obbliga case di cura e ospedali a tollerare il suicidio assistito. La decisione pone le istituzioni di ispirazione cristiana di fronte a un dilemma e invia un segnale che va ben oltre i confini cantonali.
La situazione non cambia: in Svizzera nessuno mette in discussione il diritto al suicidio assistito. Nel Cantone di Zurigo, questa domenica, una maggioranza di due terzi ha approvato una modifica legislativa che obbliga case di cura e ospedali a consentire alle organizzazioni di assistenza al suicidio l’accesso alle persone residenti e a chi è ricoverato.
Anche quando ciò contrasta con i principi fondamentali di queste istituzioni.
La proposta riguarda in particolare le quasi 30 case di cura private cristiane del Cantone che rifiutano questa prassi. Dovranno aprire le porte a Exit, Dignitas e ad altre organizzazioni oppure trasferire la propria attività in un altro Cantone che non disponga ancora di una normativa analoga.
La legge introduce un cambiamento anche per il corpo medico. Anche gli ospedali del Cantone di Zurigo sono ora obbligati a consentire l’accesso a chi accompagna le persone nel fine vita.
Le voci critiche avevano inutilmente messo in guardia dal possibile contrasto tra cure palliative e assistenza al suicidio negli ospedali, così come il Governo cantonale di Zurigo, che proprio per questo motivo aveva respinto la proposta.
La situazione non cambia: in Svizzera nessuno mette in discussione il diritto al suicidio assistito. Nel Cantone di Zurigo, questa domenica, una maggioranza di due terzi ha approvato una modifica legislativa che obbliga case di cura e ospedali a consentire alle organizzazioni di assistenza al suicidio l’accesso alle persone residenti e a chi è ricoverato.
Anche quando ciò contrasta con i principi fondamentali di queste istituzioni.
La proposta riguarda in particolare le quasi 30 case di cura private cristiane del Cantone che rifiutano questa prassi. Dovranno aprire le porte a Exit, Dignitas e ad altre organizzazioni oppure trasferire la propria attività in un altro Cantone che non disponga ancora di una normativa analoga.
La legge introduce un cambiamento anche per il corpo medico. Anche gli ospedali del Cantone di Zurigo sono ora obbligati a consentire l’accesso a chi accompagna le persone nel fine vita.
Le voci critiche avevano inutilmente messo in guardia dal possibile contrasto tra cure palliative e assistenza al suicidio negli ospedali, così come il Governo cantonale di Zurigo, che proprio per questo motivo aveva respinto la proposta.
La situazione non cambia: in Svizzera nessuno mette in discussione il diritto al suicidio assistito. Nel Cantone di Zurigo, questa domenica, una maggioranza di due terzi ha approvato una modifica legislativa che obbliga case di cura e ospedali a consentire alle organizzazioni di assistenza al suicidio l’accesso alle persone residenti e a chi è ricoverato.
Anche quando ciò contrasta con i principi fondamentali di queste istituzioni.
La proposta riguarda in particolare le quasi 30 case di cura private cristiane del Cantone che rifiutano questa prassi. Dovranno aprire le porte a Exit, Dignitas e ad altre organizzazioni oppure trasferire la propria attività in un altro Cantone che non disponga ancora di una normativa analoga.
La legge introduce un cambiamento anche per il corpo medico. Anche gli ospedali del Cantone di Zurigo sono ora obbligati a consentire l’accesso a chi accompagna le persone nel fine vita.
Le voci critiche avevano inutilmente messo in guardia dal possibile contrasto tra cure palliative e assistenza al suicidio negli ospedali, così come il Governo cantonale di Zurigo, che proprio per questo motivo aveva respinto la proposta.
Anche per le case di cura cambierà poco. La maggioranza delle oltre 200 strutture zurighesi consentiva già l’accesso alle organizzazioni di assistenza al suicidio. Nelle altre strutture, prevalentemente di ispirazione cristiana, secondo Rickli la maggior parte delle residenti e dei residenti probabilmente non ne farà uso neppure in futuro.
Rickli prevede che la legge entrerà in vigore la prossima primavera, a condizione che non venga presentato alcun ricorso.
Il significato più profondo del risultato della votazione
Con questa votazione, la popolazione zurighese ha posto il diritto fondamentale a una morte autodeterminata al di sopra della libertà religiosa e della libertà economica delle case di cura.
L’opposizione si è raccolta attorno a questi due sistemi di valori. Ne facevano parte l’UDF (Unione democratica federale), partito cristiano conservatore, e il PEV (Partito evangelico svizzero), il cui elettorato proviene in misura significativa dagli ambienti delle chiese libere e guarda con spirito critico al suicidio assistito, sia in generale sia nella sua applicazione alle strutture di cura. A questi si è aggiunta l’UDC (Unione democratica di centro), favorevole a una regolamentazione statale limitata.
Il PLR (Partito liberale radicale), tradizionalmente liberale sia sul piano economico sia su quello sociale, aveva invece lasciato libertà di voto su un tema che vedeva contrapposte libertà individuale e autonomia istituzionale. Tutti gli altri partiti, dalla sinistra verde fino al Centro, si erano schierati a favore della legge, compreso il Centro, erede del Partito popolare democratico (PPD). Un segnale di quanto anche la base delle chiese nazionali svizzere sia ormai aperta all’assistenza al suicidio.
Da un punto di vista giuridico, la priorità dell’autodeterminazione è già riconosciuta. Dieci anni fa, in seguito a un ricorso contro una revisione legislativa nel Cantone di Neuchâtel, il Tribunale federale Collegamento esternosi era già pronunciato sulla questione. Aveva stabilito che l’obbligo di tollerare l’assistenza al suicidio incide sulla libertà di fede e di coscienza delle case di cura, ma non in misura tale da prevalere sul diritto all’autodeterminazione.
Con la decisione presa a Zurigo, la strada è ora aperta alle organizzazioni di assistenza al suicidio, che potrebbero chiedere l’introduzione di regole analoghe anche in altri Cantoni o a livello nazionale. Sono state Exit e Dignitas, le due principali organizzazioni svizzere attive in questo ambito, a innescare la revisione legislativa nel Cantone con un’iniziativa.
Nel paese pioniere dell’assistenza al suicidio vi è bisogno di discutere
La Svizzera, considerata a livello internazionale un Paese pioniere dell’assistenza al suicidio, con la normativa zurighese si avvicina a realtà che, sotto alcuni aspetti, si sono spinte più lontano nella regolamentazione del fine vita.
È il caso del Canada, dove l’accompagnamento alla morte in ospedale è praticato da ormai dieci anni. A differenza di quanto avverrà a Zurigo, tuttavia, la procedura è pienamente integrata nell’attività ospedaliera ed è svolta dal personale medico, un aspetto che anche in Canada continua a suscitare critiche.
Per la Svizzera, la decisione di Zurigo rappresenta il primo cambiamento significativo da molto tempo. Le norme sull’assistenza al suicidio, rimaste sostanzialmente invariate dall’entrata in vigore del primo Codice penale svizzero nel 1942, continuano a essere considerate tra le più permissive sotto diversi aspetti. Consentono, ad esempio, l’assistenza al suicidio anche a persone che non soffrono di una malattia terminale, purché vi siano un desiderio di morire, la capacità di discernimento e una decisione presa autonomamente dall’interessato. Tuttavia, ogni tentativo di disciplinare la materia con una legge specifica è finora fallito.
Un dibattito che attende la Svizzera riguarda l’assistenza al fine vita in caso di demenza. In Paesi come i Paesi Bassi, le persone affette da demenza possono mettere per iscritto la propria volontà di morire. L’eutanasia viene poi praticata dal personale medico.
In Svizzera, invece, questa forma di eutanasia attiva diretta è punibile. Il suicidio assistito deve essere compiuto dalla persona stessa e l’accompagnamento alla morte presuppone la capacità di discernimento di chi desidera morire.
Le persone affette da demenza che intendono scegliere autonomamente il momento della propria morte sono spinte ad agire. Devono confrontarsi con una domanda complessa: fino a quando posso attendere?
Un interrogativo che riguarda anche la Svizzera, chiamata prima o poi a definire il proprio quadro normativo.
giovedì 8 ottobre 2026
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domenica 4 ottobre 2026
Milan Panić
Panić maintained other business entities and investments both in the U.S. and internationally. In 2003, after Panić's departure, ICN Pharmaceuticals changed its name to Valeant Pharmaceuticals International, Inc.[53]
After retiring from ICN, Panić bought a bioassay subsidiary of ICN Biomedicals and changed its name to MP Biomedicals.[54] MP specializes in research and development of life science and diagnostic products.[55] MP's global headquarters is located in Santa Ana, California, with its U.S. headquarters and central distribution center located in Solon, Ohio. The company maintains global operations in North America, South America, Asia, Australia, and Europe. On 14 June 2010, Panić and MP acquired ICPBio International LTD., a New Zealand-based protein biologics manufacturing company.[56] On 11 December 2014, the FDA approved MP Diagnostics HTLV Blot 2.4, the first FDA-licensed supplemental test for Human T-cell Lymphotropic Virus-I/II (HTLV-I/II).[57] In October 2015, Panić announced the sale of MP Biomedicals to China-based Valiant Fine Chemicals Co. Ltd., a developer of chemical products.[55]
venerdì 2 ottobre 2026
Sul glifosato arriva il parere del RAC: una classificazione come cancerogeno non è giustificata
Il RAC si esprime nuovamente sul rapporto tra glifosato e cancerogenicità, a seguito della richiesta di rivalutazione avanzata dalla Commissione europea dopo la pubblicazione di un nuovo studio dell’Istituto Ramazzini
Come vi avevamo anticipato in un’informativa a marzo nella quale raccontavamo brevemente la storia del problema, un nuovo studio sul glifosato, condotto dall'Istituto Ramazzini (2025), ha riaperto la discussione, ponendo la necessità di una nuova valutazione del potenziale cancerogeno della sostanza.
Pertanto, la Commissione Europea si è mossa per dare mandato al comitato di valutazione del rischio (RAC) dell’agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) di valutare le ultime novità allo scopo di stabilire se i risultati fossero scientificamente robusti e attendibili e, soprattutto, se potessero rimettere in discussione la valutazione effettuata nel 2022 dallo stesso comitato, che aveva confermato la precedente del 2017, concludendo che la sostanza glifosato non necessitasse di una classificazione per cancerogenicità.
In questo contesto, la Commissione ha, inoltre, chiesto a ECHA ed EFSA (autorità europea per la sicurezza alimentare) di contattare l'Istituto Ramazzini per disporre di tutti i dati disponibili, compresi i dati grezzi, al fine di poterli esaminare.
A marzo 2026 si è svolta la consultazione mirata e circostanziata all’analisi del solo nuovo studio, a seguito della quale si è tenuta una discussione preliminare del RAC a giugno 2026.
Il parere finale di RAC di settembre è stato formulato tenendo conto dei commenti e delle osservazioni raccolti sia in fase di consultazione, che a seguito del parere preliminare di giugno.
RAC ha esaminato in dettaglio i dati sugli effetti cancerogeni del glifosato emersi dallo studio e la loro relazione con i criteri CLP applicabili. Sulla base della valutazione e a seguito delle discussioni, RAC ha concluso che i risultati dello studio, di per sé, non soddisfano i criteri di classificazione CLP per classificare il glifosato come cancerogeno; inoltre, il nuovo studio non è sufficiente a rimettere in discussione le conclusioni della valutazione del pericolo del glifosato, basate sul peso delle evidenze, e, in particolare, la precedente decisione del 2022.
Pertanto, RAC ha confermato e concluso che la sostanza non richiede una classificazione per cancerogenicità.
Fonte:
- ECHA – Consultazione mirata sulla classificazione ed etichettatura armonizzate del glifosato
- Normachem (2026) – Glifosato e cancerogenesi: un tema mai esaurito
- Panzacchi, S., Tibaldi, E., De Angelis, L. et al. – Carcinogenic effects of long-term exposure from prenatal life to glyphosate and glyphosate-based herbicides in Sprague–Dawley rats
- RAC 2022 – Opinion proposing harmonised classification and labelling at EU level of glyphosate
- RAC 2017 – Opinion proposing harmonised classification and labelling at EU level of glyphosate
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giovedì 1 ottobre 2026
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mercoledì 30 settembre 2026
Deficit/Pil. Il 3 per cento è una regola «senza un perché»
Innanzitutto, vanno ricordati tre fatti.
- Il primo: la fine della procedura di infrazione è sempre stata fissata al 2027; l’unico vero contrattempo è non essere riusciti ad anticipare i tempi.
- Il secondo: nel 2021 il debito pubblico sfiorava il 150 per cento del Pil e il deficit viaggiava su vette comprese tra l’8 e il 9 per cento. Al governo attuale si possono muovere diverse critiche, ma non certo quella di aver scialacquato il pubblico denaro: passare dal 9 al 3,08 per cento nel giro di una sola legislatura è un risultato di tutto rispetto. A maggior ragione se si considera che ad aprile l’Istat si è accorta di un improvviso extra-costo di 8,4 miliardi dovuto al Superbonus grillino (a proposito di mani bucate e soldi buttati dalla finestra).
- Il terzo: quest’anno il deficit italiano equivale alla metà di quello statunitense e supera di slancio i dati di Germania (3,7 per cento) e Francia (5,4 per cento).
La regola del 3 per cento
«Un po’ per caso»
Così, «una sera del 1981», in una riunione durata circa «un’ora», nacque l’idea. «Avevamo pensato in termini assoluti di stabilire come soglia massima 100 miliardi di franchi. Ma era un limite inattendibile data l’alta fluttuazione dei cambi e le possibili svalutazioni. Quindi decidemmo di dare il valore relativo rispetto al Prodotto interno lordo che all’epoca era di 3.300 miliardi. Da qui il fatidico 3 per cento. Qualche mese dopo, Mitterrand parlò ufficialmente della regola per il controllo dei conti pubblici. La Finanziaria si chiuse con uno squilibrio di 95 miliardi. Ma Laurent Fabius, allora premier, anziché dare la cifra parlò di un deficit pari al 2,6 per cento del Pil. Faceva molta meno impressione. Così è cominciato tutto».
Da quel momento in avanti, grazie alla benedizione di Jean-Claude Trichet, il parametro è scivolato dritto nel Trattato di Maastricht. Da quella lontana sera del 1981 in cui fu partorito un po’ per caso – chiosava Abeille – quel 3 per cento è diventato lo sfondo immutabile delle nostre vite. Senza che nessuno «si chieda più il perché».
mercoledì 16 settembre 2026
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