mercoledì 31 dicembre 2025

10 Dicembre - L'Unione Europea vuole più aborti?





“Diritto di abortire”, l’Europa ci pensa

Audizione pubblica per l’Iniziativa di cittadini europei “My Voice My Choice” che con oltre un milione d firme vuole convincere la Ue a estendere l’accesso agli aborti (dopo aver bocciato i diritti del concepito con Une of us)

martedì 30 dicembre 2025

La carne coltivata in laboratorio non decolla e resta un prodotto di nicchia - 24 Dicembre 2025

https://www.tvsvizzera.it/tvs/qui-svizzera/la-carne-in-laboratorio-non-decolla-e-resta-un-prodotto-di-nicchia/90685634?utm_source=multiple&utm_medium=website&utm_campaign=news_it&utm_content=o&utm_term=wpblock_news

Questi prodotti hanno conosciuto una forte crescita durante la pandemia di coronavirus, ma l’entusiasmo è ormai evaporato, osserva Tschanz in un’intervista odierna alla “Neue Zürcher Zeitung“.
Si tratta di un prodotto di nicchia, ha spiegato, “soprattutto a causa del sapore, che non è paragonabile a quello della carne”. E spesso si tratta di “prodotti altamente trasformati con numerosi additivi”, sottolinea il manager al giornale zurighese.

Bell, il maggiore trasformatore di carne in Svizzera, intende continuare a puntare sulla carne convenzionale. Il consumo pro capite in Svizzera è stabile da molti anni, spiega Tschanz, anche se si assiste a un sensibile incremento del consumo di pollo negli ultimi tempi.

Il produttore continua comunque a puntare anche sulla carne prodotta in laboratorio. Nel 2018, l’azienda ha acquisito una partecipazione nella start-up olandese Mosa Meat. “Se verrà sviluppata una tecnica che consente di produrre carne senza macellare o tagliare un animale, dobbiamo esserci”, afferma.

Ma, precisa, ci vorrà ancora del tempo prima che un prodotto a base di carne coltivata in laboratorio raggiunga il mercato di massa. Il processo di autorizzazione è “molto costoso e fortemente regolamentato”, spiega il responsabile di Bell Svizzera. Nell’Unione Europea, le procedure durano dai due ai tre anni, poi spetta alla politica decidere. “Ci vorranno quindi ancora almeno cinque anni”, ha puntualizzato il manager.

domenica 28 dicembre 2025

Quando i bambini illegittimi venivano trafficati di nascosto dalla Svizzera verso Milano

Nel XIX secolo, poco dopo la nascita, le bambine e i bambini illegittimi venivano trasportati dalla Svizzera tedesca a Milano. Una pratica lucrativa che destò scalpore in tutta Europa.




Fattura da 80’000 franchi per la manifestazione pro-Palestina

La polizia cantonale vallesana ha inviato una fattura da 80'000 franchi agli organizzatori di una manifestazione non autorizzata per la Palestina a Sion per coprire i costi della sicurezza, una decisione contro cui è stato inoltrato ricorso.


sabato 27 dicembre 2025

Buccinasco - Sportello Anagrafe, da gennaio aperto due pomeriggi a settimana

Per consentire un maggiore accesso degli utenti, cambiano gli orari di accesso allo sportello per le carte d’identità - 23 Dicembre 2025


Descrizione

Per consentire un maggiore accesso degli utenti, cambiano gli orari di accesso allo sportello per le carte d’identità (entro luglio 2026 necessario dismettere i documenti cartacei)


Buccinasco (23 dicembre 2025) – Da gennaio 2026 cambiano gli orari dello Sportello Anagrafe, per favorire la sostituzione delle carte d’identità rilasciate su supporto cartaceo con le carte d’identità elettronica (CIE), in vista della scadenza dei documenti cartacei prevista per il 3 agosto 2026. 
All’apertura pomeridiana del lunedì (da gennaio dalle 14 alle 17 per tutti i servizi demografici con accesso libero), si aggiunge anche la possibilità di accedere allo sportello per le sole carte d’identità anche il giovedì pomeriggio dalle 14.30 alle 16 su appuntamento. Nella giornata di giovedì, quindi, lo Sportello sarà aperto al mattino come di consueto dalle 8.30 alle 12 con accesso libero (sia per carte d’identità che per altri certificati) e di pomeriggio solo per le carte d’identità, su appuntamento. 
Confermata inoltre l’apertura del primo sabato del mese dalle 9 alle 12 su appuntamento. 

“I nuovi orari – spiega il sindaco Rino Pruiti – saranno validi fino al 31 luglio 2026, perché prevediamo nei prossimi mesi l’aumento degli accessi allo Sportello Anagrafe per sostituire i documenti cartacei con la CIE. Invitiamo chi è ancora in possesso della carta d’identità cartacea a recarsi allo Sportello nei prossimi mesi, senza attendere l’estate, in modo da evitare attese e code. Sia il giovedì pomeriggio che nella mattina del primo sabato del mese si potrà accedere su appuntamento, una modalità comoda soprattutto per chi ha la necessità di ridurre i tempi di attesa allo sportello. Per tutte le altre giornate resta invece l’accesso libero, utile soprattutto per chi ha più urgenza per il rilascio dei documenti”.  

I nuovi orari dello Sportello Anagrafe da venerdì 2 gennaio 2026: 

    • lunedì dalle ore 14 alle ore 17 (distribuzione massima garantita di 24 numeri per l’accesso)
    • martedì dalle ore 8.30 alle ore 12
    • mercoledì dalle ore 8.30 alle ore 13.30 
    • giovedì dalle ore 8.30 alle ore 12 e dalle ore 14.30 alle ore 16 
      di pomeriggio accesso su prenotazione solo per carte d’identità al numero 02 45797262
    • venerdì dalle 8.30 alle ore 12
    • primo sabato del mese dalle 9 alle 12 
      accesso su prenotazione solo per carte d’identità al numero 02 45797262
Attenzione! A gennaio 2026 l’apertura del sabato è programmato per il giorno 10 gennaio


venerdì 26 dicembre 2025

Piccoli abortisti crescono

Un libro illustrato spiega l’interruzione di gravidanza ai bambini di cinque anni come «un superpotere». Tra attivisti pop e format virali, cucinare balle parlando di feti come fantasmi, carie o cetrioli di mare diventa educazione infantile

l'auto elettrica come mezzo per il traino

(ancora non sono convinto che l'auto elettrica sia una soluzione per chi ha una roulotte oppure un gommone, ad esempio non  si può ricaricare con la caravan attaccata, ma va staccata (e custodita per evitare che venga rubata...,)  e quasi dappertutto non si può fare!)

Chi traina regolarmente un rimorchio potrebbe non aver ancora osato passare a un'auto elettrica. Una possibile causa è la scarsa conoscenza dei modelli di veicoli disponibili e della loro capacità di traino. Altrettanto difficile da valutare è il maggiore consumo e la conseguente riduzione dell'autonomia dei veicoli elettrici. Questo studio ha lo scopo di verificare se tale consumo aggiuntivo sia così elevato da influire in modo determinante sull'autonomia.



martedì 23 dicembre 2025

La raclette vegana, il Governo e l’insulto alla tradizione vallesana

In un Paese celebre per la sua neutralità, una notizia ha scatenato un conflitto che minaccia la scissione di un Cantone: Agroscope, il centro di competenza della Confederazione per la ricerca agricola, ha osato creare una raclette vegana. Un affronto, un sacrilegio, una vera e propria dichiarazione di guerra per il Vallese, patria indiscussa della raclette tradizionale. 



Idee e Commenti - Ma che "cura" sarebbe l'aborto? Il cortocircuito di Strasburgo di Francesco Ognibene 20 dicembre 2025

Il voto di mercoledì chiede una pratica «sicura e accessibile» in tutta l'Unione Europea. E propone l'idea di una "cura" rovesciata: quella che nega la vita e non sa farsene carico, dal suo principio alla fine

https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/ma-che-cura-sarebbe-laborto-il-cortocircuito-di-strasburgo_102348

Mettiamo pure di crederci. Che, come ci dicono gli esperti, la risoluzione di Strasburgo per l’aborto “sicuro e accessibile” in tutta l’Unione Europea sia poco più che un generico appello; che tanto poi ci penseranno Commissione e Consiglio, l’anno prossimo, a fermare la corsa della “Iniziativa di Cittadini europei” per facilitare le interruzioni di gravidanza anche nei Paesi dove non sono del tutto liberalizzate; e che, alla fine, a decidere sono sempre i singoli Stati. Ma a noi piace guardare i fatti dritti negli occhi. E il voto col quale mercoledì, a larga maggioranza, l’Assemblea parlamentare ha detto che l’Europa oggi ha bisogno di più aborti dice molte cose. I sostenitori della petizione, firmata da un milione e 200mila cittadini dei 27 Paesi nell’anno previsto dalle regole Ue per le iniziative popolari, dicono che oggi abortire può essere molto complicato e pericoloso perché – si legge nel sito dell’Iniziativa – «più di 20 milioni di donne in tutta l’Ue non hanno accesso a cure abortive sicure». Potremmo andare avanti a citare gli organizzatori che parlano anche di «ingiustificabile stress economico e mentale per loro e per le proprie famiglie».

Ma confessiamo di non riuscire proprio ad andare oltre quella espressione sottoscritta con il loro voto da 358 deputati (inclusi molti italiani): che “cure” sarebbero quelle “abortive”? Esiste un ossimoro più paradossale di questo? Cosa “cura” l’aborto? La gravidanza è forse una malattia? Il bambino al centro della “cura abortiva” di quale “cura” sarebbe oggetto? E la mamma è “curata” da un aborto, o in lei si apre una ferita che tutt’attorno le dicono di nascondere e tenere per sé? Se la petizione chiede che si renda l’aborto più “accessibile e sicuro”, i parlamentari convinti che si tratti di una “cura” hanno aggiunto, con un emendamento, che sarebbe bene includerlo nella Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea, accanto al “Diritto alla vita” (articolo 2). Potranno replicarci: il diritto alla vita è di chi è già nato. Ma nella società dell’inclusione, delle libertà e dei diritti per tutti, il solo escluso sembra l’essere umano che ha il torto di essere ancora nel grembo materno, discriminato per la sua condizione di “non-nato” pur essendo con ogni evidenza vita umana. “Uno di noi”, come disse con felicissima espressione Carlo Casini lanciando nel 2012 l’Iniziativa precedente e opposta a questa e che raccolse 800mila firme in più ma venne fermata dai Palazzi europei perché chiedeva l’inosabile: di lasciar stare l’embrione, considerandolo soggetto di diritti in quanto vita umana individuale.

Questa Europa alla quale manca il coraggio di guardare la vita che chiede il solo diritto di nascere è la stessa che si sta avvitando in una spirale demografica negativa e che, come risposta politica, non sa inventarsi altro che il tragico malinteso dell’auspicio di poter presto avere più aborti e, dunque, meno nascite. Un messaggio persino chiarissimo, disperato nel suo lodare la prospettiva di erigere l’aborto a diritto dell’Unione Europea come forma di “libertà”. Può forse, un’Europa che ammette questo, pensare di tornare a fiorire di nuova vita, di futuro, di speranza, di creatività, di idee e sogni? Aver smarrito la cognizione elementare del punto di svolta simbolica di un voto come quello sulla petizione per l’aborto come diritto mostra che a essersi persi nella nebbia etica e ideale sono i fondamenti stessi dello stare insieme come popoli uniti da un destino e da un desiderio comune. Desiderio di cosa, signori eurodeputati? Di vite spente sul nascere come obiettivo della vostra azione di nostri rappresentanti? Di giovani ai quali si dice che concepire può essere un male da curare, salvo poi chiedersi come mai le culle di un continente mai tanto vecchio sono sempre più vuote?
Sì, il voto di Strasburgo potrà essere dimenticato quando – forse, si spera – le istituzioni di governo della Ue non arriveranno a un accordo unanime e archivieranno “My voice my choice” come “Uno di noi”. Ma non vogliamo dimenticare il giorno in cui l’espressione democratica dell’Europa, sulla cui identità a lungo ci siamo interrogati prima del più recente rinnovo del Parlamento di Strasburgo, ha detto che una nuova vita può essere un male che va estirpato in modo più efficiente. Siamo davanti all’espressione plastica di un cortocircuito che allontana quote crescenti di opinione pubblica da un’idea di unità dei popoli costruita attorno alla “cura” rovesciata: quella che nega la vita e non sa farsene carico, dal suo principio alla fine. Stiamo parlando della stessa Europa dove si espande il favore – politico, mediatico e di mentalità diffusa – verso il suicidio assistito e l’eutanasia, e che davanti all’irrompere della guerra alla sua frontiera orientale ha saputo parlare sin dal primo giorno quasi solo la lingua della risposta armata, ignorando ogni altro registro, condannandosi all’afonìa diplomatica e alla dipendenza rispetto al dilagare della legge del più forte, dettata da altri. «Se non c’è una speranza attiva, se manca una utopia realistica non c’è futuro, non c’è impegno per la vita e prevale la morte. Dobbiamo essere consapevoli del primato della morte nelle nostre società e della conseguente sottovalutazione del valore della vita. L’insensibilità alla morte di milioni di persone, procurata da deliberate scelte politiche, porta allo sfaldamento dei legami culturali che tengono insieme l’umanità. Per ricostituirli è necessaria una cultura della vita contro una cultura della morte. Cultura della vita significa reclamare innanzitutto la difesa della vita come dovere prioritario delle autorità politiche». L’ha scritto pochi mesi fa su Avvenire una voce laicissima come quella di Luciano Violante. Europa, cura te stessa.

martedì 18 novembre 2025

È un “bambino” anche se non ancora nato?

https://www.avvenire.it/vita-e-cura/e-un-bambino-anche-se-non-ancora-nato_101114

di Carlo Casini;    18 novembre 2025
La Convenzione approvata dalle Nazioni Unite nel novembre di 36 anni fa pone una questione antropologica fondamentale e attualissima. Carlo Casini con questo suo saggio ci aiuta a comprenderne la portata

Il 20 novembre 1989 fu approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite la Convenzione sui diritti del bambino – ratificata dall’Italia nel 1991 –, che in ogni anniversario viene ricordata e celebrata. Vengono ricordati tutti i bambini salvo i più bambini di tutti: i non ancora nati. Eppure nella Convenzione è scritto che «il fanciullo, a causa delta sua immaturità fisica e intellettuale, ha bisogno di una particolare protezione e di cure speciali compresa un’adeguata protezione giuridica, sia prima che dopo la nascita». Dunque, sottolinea Carlo Casini nel testo che vi offriamo, la nascita non è una cesura nella fanciullezza. Anche il non ancora nato è chiamato “bambino”. Dobbiamo dunque rompere il silenzio e rendere visibili i bambini in viaggio verso la nascita. Il testo che segue è costituto da alcuni brani del libro scritto da Carlo Casini “Noi non li dimentichiamo. Viaggio tra i bambini non nati per celebrare la Convenzione sui diritti dell’infanzia. 20 novembre 1989”, edito dalla Casa editrice Cantagalli (Siena) nel 2012. Un testo da leggere e meditare per rinvigorire le energie a favore del diritto a nascere e quindi della cultura della vita.

La definizione di “bambino” nella Convenzione sui diritti dell’infanzia

Si può chiamare “bambino” anche il figlio concepito ma non ancora nato? La domanda è doverosa e la risposta è urgente nel momento in cui si celebra l’anniversario della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989. La protezione dei bambini, che costituisce lo scopo costitutivo di molte istituzioni pubbliche e private, nazionali ed internazionali (si pensi, ad esempio, all'Unicef) deve estendersi anche alla fase prenatale della vita umana? Si può dire che “embrione” e “feto” sono denominazioni usate per identificare alcune fasi della vita umana che resta comunque quella di una medesima entità chiamata uomo?
Embrione, feto, neonato, fanciullo, ragazzo, adolescente, giovane, adulto, anziano, vecchio sono nomi diversi di un unico individuo umano?

In tal caso i confini tra le varie stagioni della vita umana divengono flessibili. Di una persona anziana si può dire che è ancora un giovane e non si avverte alcuna difficoltà a dire che un neonato è un bambino. Allo stesso modo possiamo considerare bambini anche i figli concepiti e non ancora nati?
La risposta non è importante soltanto dal punto di vista teorico. Da essa derivano anche conseguenze pratiche. Come risponde la Convenzione sui diritti dell'infanzia? L’art. 1 così definisce il bambino: «Ai sensi della presente Convenzione s’intende per fanciullo ogni essere umano in età inferiore ai diciotto anni, a meno che secondo le leggi del suo Stato, sua divenuto prima maggiorenne».
A prima lettura la norma stupisce per la qualificazione di “bambino” (“enfant” nel testo francese, “child” in quello inglese) di un giovane di 18 anni. Ma evidentemente il testo vuole che le sue regole protettive riguardino tutti i minorenni. Merita invece particolare riflessione il fatto che l'inizio dell'infanzia (o - se si vuole - della minore età) non viene identificato nella nascita. […].

Il Trattato sottoscritto nel 1989 nel nono punto della sua motivazione (“Preambolo” nel linguaggio giuridico internazionale) recita: «tenuto presente che, come indicato nella Dichiarazione dei diritti del fanciullo adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1959, il fanciullo, a causa della sua immaturità fisica e intellettuale, ha bisogno di una particolare protezione e di cure speciali compresa un’adeguata protezione giuridica, sia prima che dopo la nascita».
È evidente, di conseguenza, che all’art. 1 non era possibile considerare bambino solamente il già nato. Lo sguardo è gettato oltre e prima della nascita. Il bambino è bambino anche nella fase prenatale. L’unica condizione è la qualità di “essere umano”. D’altra parte a chi è chiamato “bambino” non può essere negata la qualità di “essere umano”. […].

Il concepimento: cesura tra il nulla e l’esserci

La Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia chiamando bambino anche il non ancora nato getta lo sguardo che riconosce l’uomo oltre la nascita. Ma se la nascita non è una cesura qual è l'altra cesura che arresta lo sguardo che riconosce l’uomo? […].
Che tipo di cesura è il concepimento? È il confine più estremo oltre il quale nessun altro confine è pensabile. È il confine tra il nulla e l’esistenza. Lo sguardo oltre la nascita giunge a queste estreme colonne d’Ercole. C’è per tutti un cominciamento. Nell’inevitabile forma di “figlio” il nulla diviene qualcuno che prima non c’era. Atto di creazione, dunque. Anzi, si direbbe, nel concepimento di un uomo si concentra il mistero dell’intera creazione.
Le teorie dell’evoluzione sembrano confermarlo: dalla materia minerale a quella vegetale a quella animale, tutto tende all'uomo come fine dell'immenso spazio e dell'immenso tempo. Se intelligenza, coscienza, libertà, capacità di amare, costituiscono la pienezza dell'essere, la creazione vera non è avvenuta nel “Big Bang” di 13 miliardi e 800 milioni di anni fa, ma avviene ad ogni concepimento. Ed avviene, mirabilmente, nella forma di un punto che si espande e cresce e si organizza e stupisce per la sua complessità, esattamente come quel punto che 13 miliardi e 800 milioni di anni fa sembrava cosa assai prossima al nulla per la forma e le dimensioni, ma conteneva tutta l’energia dell’universo. Altrettanto mirabilmente nella prima cellula diploide si concentra tutta la storia dei padri e dei padri dei padri, delle madri e delle madri delle madri: la loro eredità genetica e ciò che furono e dove vissero e cosa facevano. Tutto ha lasciato traccia nei cromosomi. E tutto si concentra in un punto carico di energia espansiva mirabilmente finalizzata: la novità assoluta di un nuovo uomo. La visione religiosa aiuta ancora di più a contemplare. Solo Dio è l’assoluto nell’essere e il nome di Dio è Amore. L’essere si identifica con l’Amore. Solo l’uomo è capace di amare ed è parola d’amore. Anche per questo egli, con il suo inizio, costituisce la pienezza del passaggio dal niente all’essere, cioè la creazione in atto.


Chi fa appello al diritto?

Così la domanda che inizialmente abbiamo posto («si può chiamare bambino anche il figlio concepito ma non ancora nato?») apre una finestra su un orizzonte estremamente vasto. È la particolare fragilità del bambino che giustifica ed esige una particolare solidarietà della società tutta intera. E una società è tale se è ordinata dal diritto: “Ubi societas ibi ius, ubi ius ibi societas”. La Convenzione del 1989 ha lo scopo di trasferire i diritti umani universali sul terreno del diritto positivo e nello specifico ambito dei diritti di una particolare categoria di soggetti: i fanciulli, i più bisognosi di protezione anche giuridica tra gli uomini. Non a caso l'art. 3 richiede che «In tutte le decisioni riguardanti i fanciulli che scaturiscono da istituzioni di assistenza sociale private o pubbliche, tribunali, autorità amministrative o organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve costituire oggetto di primaria considerazione». Nella precedente Dichiarazione del 1959 era scritto «L’umanità ha il dovere di dare al fanciullo il meglio di se stessa».
Così sull'orizzonte appare il concetto stesso di diritto. Chi fa appello al diritto?  Chi non può difendersi da solo, chi ha bisogno di una forza supplementare, chi è oppresso e subisce ingiustizia, chi è debole. Ultimamente il diritto è la forza dei deboli. I forti, gli autorevoli, possono difendersi da soli; se sono giusti possono far valere la giustizia da soli. I piccoli, no. Hanno bisogno del diritto per difendersi dalle ingiustizie dei forti e degli autorevoli. […].

Chi è più debole e povero di lui? Chi più di lui facile vittima dell'oppressione? Il carattere estremo della sua povertà è determinato dalla sua non visibilità. Solo la ragione e la scienza e la tecnica che ne sono figlie lo rendono visibile. Ma la ragione individuale spesso vacilla, più spesso ancora si adatta alle esigenze di ciò che è utile ai più forti e ai più autorevoli. Egli ha bisogno di essere reso visibile da quella razionalità collettiva a difesa dei deboli che è il diritto.

Il principio di non discriminazione: contrassegno della modernità

Spesso il diritto è servito proprio ad esigenze opposte a quella della giustizia, fino all'estremo di essere usato per togliere visibilità giuridica a intere categorie di esseri umani, riducendoli a oggetti. Gli esempi sono molti: dalla schiavitù all’olocausto nazista.
Ma nel crogiuolo della storia, attraverso contraddizioni e ricadute, una inquietudine e due forze hanno sospinto il diritto verso una sua purificazione, almeno concettuale, certo non ancora realizzata del tutto, né in sede teorica né, soprattutto, nella attuazione pratica. […]. Le due forze sono quelle che, di volta in volta, un po’ balbettando, un po’ a tentoni, ma alla fine nella chiarezza della modernissima Carta dei diritti dell’uomo, hanno tentato di dare una risposta a quella inquietudine: l’idea di eguaglianza e l’idea di dignità umana. Nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 10/12/48, cento volte ripetuta in altri atti internazionali e costituzioni nazionali, è proclamato che il fondamento della giustizia consiste nel riconoscimento della dignità di ogni essere appartenente alla famiglia umana e dei suoi uguali ed inalienabili diritti. Se ne deduce che la legge è diversa dal comando del più forte e lo Stato è diverso da un'associazione a delinquere, se in radice viene riconosciuta l'eguaglianza di tutti gli esseri umani a causa della loro uguale dignità. Perciò il diritto moderno, per essere moderno e conforme alla dottrina dei diritti umani,
esige la coincidenza tra il concetto naturalistico e quello giuridico di essere umano.
In altri termini il diritto deve accettare i dati che gli provengono dalla scienza e deve calarli nell'esperienza giuridica in modo da applicare senza alcuna eccezione o discriminazione il principio di eguaglianza. L’idea di dignità umana come fonte dell'eguaglianza e dei diritti fondamentali meriterebbe ben altri approfondimenti. La Dichiarazione del 1948 non la definisce e non ne indica l'origine. La postula sulla base dell'esperienza storica: ogni volta che la dignità di ogni singolo essere umano è stata calpestata, la storia è divenuta insanguinata tragedia. Perciò l’intuizione è che essa sia la base della pace e della libertà, oltreché della giustizia. È un’intuizione assolutamente laica che ha sapore misteriosamente religioso. Può non piacere ma è così. È misterioso il perché si osi affermare che il Presidente della Repubblica è uguale, in dignità umana, all'ultimo malato di mente, all’ultimo barbone. Ma senza l’accettazione di questo mistero, affermato oltre 1’apparenza di ciò che i sensi toccano o vedono, non c'è diritto che non sia a rischio permanente di essere violenza e arroganza del più forte.
Allora, se possiamo chiamare “bambino” anche il concepito non ancora nato, nella celebrazione della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia dobbiamo parlare anche del diritto alla vita del concepito, che viene oppresso innumerevoli volte in ogni parte del mondo.

La sfida estrema

La discussione sui diritti dell’embrione è cominciata con la legalizzazione dell’aborto. […]. Poi è venuta la procreazione artificiale umana. […]. Infine, la possibilità di avere a disposizione molti embrioni in provetta ha fatto immaginare la possibilità di ricavare da essi in grande abbondanza cellule
staminali totipotenti. […]. Tuttavia la questione proposta dalla sperimentazione embrionale a fini terapeutici è terribile: si può distruggere un gran numero di embrioni per tentare di guarire devastanti malattie dei già nati altrimenti non curabili?
Se l’embrione non è un essere umano, provocarne la morte nella fase iniziale della sua esistenza appare non soltanto un comportamento tollerabile (come l’aborto) o da incoraggiare e lodare (come nel caso della fecondazione artificiale in vitro), ma, addirittura obbligatorio giuridicamente e moralmente. La sfida è estrema. Tutto dipende dal giudizio che viene formulato sull’embrione: può essere qualificato bambino perché uno di noi, un soggetto? A ben guardare la questione è questa sola ed è decisiva. Tutto il resto è secondario. […].
La questione è serissima. Si tratta di scegliere tra il personalismo e l’utilitarismo. Vale la pena di insistere sul principio di uguale dignità di ogni essere umano (e quindi su quello che il fine non giustifica i mezzi) oppure è meglio chiudere gli occhi, invertire la marcia della storia, auto-ingannarci cambiando il senso delle parole, insomma, far prevalere l’utile? […].

Bambino perché essere umano

La condizione per poter chiamare “bambino” il non ancora nato è – dunque – che egli sia un “essere umano”. La Convenzione sui diritti del fanciullo è diritto positivo e solo questo richiede. Anzi, essa stessa, chiamando “bambino” anche il non ancora nato lo riconosce, evidentemente, come “essere umano”.
Ma l’ultimo argomento contro la vita è quello del pluralismo. […].

Quale è il contributo specifico del diritto di fronte a questa obiezione?
- In primo luogo esso, in quanto razionalità collettiva, esige razionalità. Non può porre le conseguenze prima dei presupposti. Ogni interpretazione di una norma individua prima di tutto il bene protetto. Non è possibile stabilire cosa si può fare e cosa non si può fare, riguardo all’embrione, se prima non decidiamo cosa è l’embrione. Perciò la definizione dello statuto giuridico del non ancora nato è la priorità, ad esempio, nella disciplina della fecondazione artificiale umana.
- Il diritto è quella “guisa” o categoria del pensare (in senso kantiano) per cui la realtà è vista in termini di rapporti tra soggetti in ordine ad oggetti. Il soggetto per eccellenza è l’uomo. La giustizia è “hominis ad hominem proportio” (Dante); “iustitiae proprium est inter alias virtutes ut ordinet homines in his quae sunt ad alterum” (san Tommaso). Perciò la “summa divisio” è tra soggetti e oggetti. Non può esistere una categoria intermedia, a meno di non rinunciare al valore dell’eguaglianza, costruendo la categoria del “mezzo-uomo” o del “qualche-cosa-più-della-cosa”.
- La distinzione tra oggetti e soggetti non può essere evitata affidandosi all’idea di una tutela giuridica “oggettiva”. Non basta dire che l’embrione deve essere tutelato giuridicamente. Non basta, perché anche le cose talora meritano una tutela. Così avviene per il patrimonio artistico, per l’ambiente, per gli animali. Ma nessuno è autorizzato a dedurne che un quadro di Leonardo o un fiume hanno dei diritti soggettivi. D’altronde è assai diversa la tutela di un oggetto (che è sempre fatta in vista dell’interesse dei soggetti: è dunque una tutela strumentale o mediata) dalla tutela di un soggetto (che è realizzata in vista del suo diritto soggettivo e dunque è una tutela autonoma e finale). Questo non è un rilievo accademico. Quando un attentato all’Accademia dei
Georgofili a Firenze, distrusse alcune opere d’arte degli Uffizi ed uccise alcuni cittadini, fu giustamente detto che la distruzione di tutte le opere d’arte del mondo non è così grave come l’uccisione di un solo uomo.
Il diritto è diverso dalla filosofia e dalla scienza naturale. […].
Esso, per sua natura, è “guida all’azione”. Non un’azione da compiersi solo quando il dubbio potrà essere dissolto, ma da realizzarsi domani, oggi, subito. Abbiamo già detto che se il diritto non vuole essere identificato con la forza, esso deve porsi come la forza del debole. La vita umana è, dunque, la sua stessa ragione. La vita che si organizza e che protegge se stessa. Il dubbio sulla vita non può essere risolto dal diritto che a favore della vita. […]. In conclusione: l’appello al diritto resta credibile anche di fronte alla pretesa del dubbio. Anzi, di fronte al dubbio il diritto offre un proprio contributo di razionalità e chiarezza a favore del concepito.

Essere umano, cioè persona

Ma, come è noto, anche quando non si nega più l’umanità del concepito si tenta di dimenticarne il valore introducendo la distinzione tra “essere umano” e “persona”. Solo la seconda sarebbe il valore centrale dell’ordinamento giuridico e come tale il vero soggetto titolare di diritti, introdotto nell’esperienza giuridica come fine e mai come mezzo. La distinzione respinge il non ancora nato fuori della società degli uomini e ne consente l’uso e la distruzione, se necessario od opportuno, a servizio di coloro che stanno dentro la città degli uomini, coloro che sono persone. Eppure se egli appartiene alla categoria dei bambini dovrebbe avere una particolare protezione giuridica (punto 9 del preambolo della Convenzione), dovrebbe godere di un primato rispetto agli adulti (art. 3 della Convenzione) e l’umanità avrebbe il dovere di
dargli il meglio di se stessa (Dichiarazione del 1959). La distinzione tra essere umano e persona non è forse un modo di determinare la più perversa delle discriminazioni sull’uomo, la radicale negazione del principio di eguaglianza? Persona è l’altro nome dell’uomo oppure si può lasciare alla filosofia il compito di definirne a sua piacimento il concetto? L’eguaglianza (o non discriminazione) è una grande conquista del diritto moderno. Tutti gli uomini sono uguali in dignità e diritti, senza distinzione di lingua, di razza, di religione, di ricchezza, di salute, di età, di bellezza etc. Purtroppo questa regola, scritta all’inizio di tutte le Costituzioni, in linea di fatto non sempre viene attuata. Ma dal punto di vista del pensiero ben pochi osano negarla. Non sempre è stato così. Per rendersene conto basta pensare all’istituto della schiavitù giuridicamente legittimata, cioè voluta dalla legge e perciò considerata giusta. […].
Ancora oggi, come già avvenuto riguardo agli schiavi, si tenta di giustificare la discriminazione introducendo la distinzione tra l’essere umano, e la persona. Il concepito – si dice – è un essere umano, ma non è una persona. Non tutti gli uomini sarebbero persone. Quelli che non lo sono avrebbero una dignità minore, un diritto di vivere limitato, se non addirittura annullato, comunque subordinato ai diritti di coloro che possono essere qualificati “persone”.
In tal modo viene distrutto il principio di eguaglianza, che deve essere affermato con riferimento a tutti gli esseri umani. Tutto dipende dalla definizione di “persona”. Se uno definisce “persona” soltanto l’uomo che ha raggiunto un certo grado di intelligenza, che la coscienza di sé, che può avere una relazione con altri, può ben dire che i concepiti non ancora nati non sono persone, ma allora dovrebbe negare la qualità di persone anche ad altre categorie di uomini, quanto meno ai bambini già nati molto piccoli, ai malati in coma, a quelli sotto anestesia, ai pazzi totali.

La verità è che l’operazione semantica e culturale che distingue tra l’uomo e la persona è totalmente inaccettabile. La parola persona ha la funzione di manifestare una distinzione in termini di valore tra l’essere umano e tutto il resto del creato. Ogni essere umano, in quanto individuo vivente appartenente alla specie umana, è “persona”, perché è diverso da qualsiasi altra entità vivente o inanimata. In questo senso non si può assolutamente negare la qualità di persona a determinate categorie di uomini. Non si può dire un essere umano che non sia persona. Altrimenti la parola che più di ogni altra esprime la grandezza dell’uomo verrebbe ad essere usata in una perversa funzione discriminatoria. Essa non distinguerebbe più l’uomo dal resto del creato, ma discriminerebbe l’uomo dall’uomo. In definitiva il principio di eguaglianza per essere vero deve essere applicato ad ogni uomo e perciò ogni uomo deve essere chiamato “persona”. […].

Testimonianze di madri

Le testimonianze di scienziati, giuristi, filosofi e bioeticisti a favore della tesi che i concepiti non ancora nati possono essere chiamati e sono “bambini” sono autorevoli. Ma ci sono testimonianze ancora più autorevoli. Chi sostiene che l’embrione è un “grumo di cellule”, un “ricciolo di carne”, un “tessuto biologico”, o, al massimo, un “progetto di vita” o una “vita potenziale” o una “dimensione del non essere del nascituro”, oppure – in una estrema difesa della sua secondaria importanza – “un essere umano ma non una persona”, dovrebbe ascoltare la voce delle madri eroiche che hanno donato la loro vita per salvare quella del loro del loro “bambino”. Dovrebbe, anzi, meditare sul significato probatorio dell’ammirazione che tutti i consociati rivolgono a queste madri.

Fortunatamente il progresso della medicina ha reso oggi, almeno nei paesi progrediti, quasi impossibile la morte per parto. Ma ci sono ancora donne per le quali la scoperta della gravidanza insieme ad una loro malattia pone l’alternativa tra la loro vita e quella del concepito. La loro scelta eroica testimonia a favore dell’esistenza ne loro seno non certo di un “grumo di cellule”, ma di un bambino al quale esse danno un nome ancora prima di partorirlo. E l’ammirazione universale che le circonda conferma la loro testimonianza. Perché se esse avessero abbandonato altri figli già nati, marito o compagno, familiari, per un “grumo di sangue” non sarebbero un modello di coraggio, ma folli da additare alla pubblica riprovazione. […].
Esse sono circondate da una testimonianza universale a favore dell’appellativo di “bambino” rivolto al concepito. Infatti, nessuno, proprio nessuno, si alza ad accusare queste donne di pazzia. Non è coraggioso un gesto privo di senso. Per essere vero il coraggio deve essere sostenuto da una ferma convinzione che corrisponde ad una solida verità e, se il dono è quello della vita, deve essere animato da un valore di uguale peso. Nessuno ha detto che Maria Cristina, Stefania, Tonia, Antonia, Roberta, Rita, Chiara sono state malate di mente o stupide bigotte. Anche i più estremisti sostenitori del “grumo di cellule” sono rimasti in stupito e ammirante silenzio. Questa volta il silenzio, generalmente imposto a chi cerca di dimostrare la vita, testimonia per la vita. Non la vita in genere, ma quella di un bambino salvato da coraggio di una madre: di Riccardo, Nissael, Sofia, Emanuele, Federico, Francesco.







martedì 11 novembre 2025

A Odessa la culla di FederVita. Portata da Erri De Luca

Arrivato in Ucraina il dono della rete regionale del Movimento per la Vita, destinato alla cura dei bimbi prematuri.A guidare il furgone di aiuti dall’Italia un’équipe di volontari con lo scrittore e poeta

mercoledì 5 novembre 2025

Dalla Newsletter di Paolo Cova, 1° Novembre 2025

Dov’è finito il Pd delle origini

La scorsa settimana, a Milano, si è tenuta una significativa riunione dell’Area riformista del Partito Democratico, accendendo un dibattito interno sul pluralismo originario. Tuttavia, ritengo che questo non sia l'unico tema di rilevanza. Negli ultimi anni, dalla segreteria di Nicola Zingaretti in avanti, abbiamo assistito a una progressiva perdita del senso del bene comune, della ricerca dell’interesse collettivo e del benessere delle persone, elementi fondanti dei partiti che hanno dato vita al PD.

È interessante notare come, già nel 2019, durante la segreteria Zingaretti, si sia registrata una spinta verso un modello di partito con un posizionamento più radicale, distaccandosi dalle tradizionali radici di centrosinistra. Questa radicalità ha enfatizzato l’individualità, trascurando la visione complessiva e comunitaria necessaria per una società coesa.

È dunque evidente che si è smarrito lo spirito che animava l'Ulivo e il PD nei loro esordi. Tale spirito, imperniato sull'attenzione alla società nel suo complesso, ha rappresentato la chiave per l’adesione e il sostegno dei cittadini, permettendo al partito di governare per tre volte. Solo ripristinando questa attenzione al bene comune sarà possibile recuperare il consenso perduto.

lunedì 3 novembre 2025

Trasporti nell’hinterland milanese: il tavolo in Prefettura si chiude con poche certezze per i pendolari di Buccinasco e del sud ovest

ante buone intenzioni ma pochi risultati concreti. Per i comuni del sud ovest milanese ancora in sospeso il potenziamento dei collegamenti

Avvenire: Il "Buen camino" di Zalone riguarda un po' tutti noi

Tra accuse di populismo e di buonismo, il comico finisce per consegnare un messaggio profondamente natalizio: l’invito a mettersi in cammino...