https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/il-buen-camino-di-zalone-riguarda-un-po-tutti-noi_102689
Franco Gatti - Buccinasco (MI)
Diario di un padre di famiglia che vive a Buccinasco
venerdì 2 gennaio 2026
Avvenire: Il "Buen camino" di Zalone riguarda un po' tutti noi
Tra accuse di populismo e di buonismo, il comico finisce per consegnare un messaggio profondamente natalizio: l’invito a mettersi in cammino, a spogliarsi del superfluo, a cercare ciò che conta davvero
Organi per trapianti dai suicidi assistiti? L’inganno della morte “altruistica”
Organi per trapianti dai suicidi assistiti? L’inganno della morte “altruistica”
Una ricerca pubblicata da una rivista scientifica mostra che gli organi espiantati da morti per suicidio assistito danno la stessa sopravvivenza ai trapiantati di quelli estratti da morti per cause naturali. Sorvolando sulle implicazioni etiche: così si spinge a morire volontariamente “per aiutare a vivere”?
Chi muore per suicidio assistito può donare i suoi organi? Se si assume che sia una causa di morte come un’altra la risposta non può che essere positiva. Ma la questione della morte medicalmente assistita, trattandosi di un atto volontario e non naturale, pone un dilemma etico di tutto rilievo. Stante l’enorme bisogno di organi da trapiantare, dal cuore ai reni, dal fegato ai polmoni alle cornee, non è impensabile che la volontà di una persona che sceglie di suicidarsi con assistenza medica – dove questa pratica è già legale – sia “incoraggiata” dalla prospettiva di poter disporre dei suoi organi. Aumentare il numero di organi trapiantabili è certo un interesse socialmente rilevante, e il fatto che cittadini adeguatamente informati diano il loro consenso preventivo all’espianto nel caso di morte improvvisa o di incoscienza è indubbiamente da lodare. Me se di mezzo c’è un suicidio le cose cambiano, e un approccio ispirato alla massima cautela diventa obbligatorio.
In Paesi dove il suicidio assistito ormai è prassi la frontiera di questa cautela infatti si va rapidamente spostando, di pari passo con l’abitudine a considerare la morte con aiuto medico come una delle tante possibili cause di decesso. La normalizzazione del suicidio assistito e dell’eutanasia è un fatto reale e tangibile, con leggi nate per casi estremi diventate porta d’accesso a un percorso di fatto equiparato a quelli di cura, differendo solo per la scelta del paziente: decidere di vivere o morire dipende solo da lui, e lo Stato resta alla finestra, pronto a curare o aiutare la fine anticipata. È il caso del Canada, dove le cifre ufficiali parlano di 15.343 morti volontarie nel 2023 con un aumento del 15,8% in un anno, pari al 4,7% dei casi di morte totali nel Paese (in Italia sarebbero 31mila casi). Un dato che nel Quebec è però già al 7,2%, un record mondiale. E il trend è di continua, rapida crescita, specie se dovesse passare l’estensione dell’accesso alla morte volontaria a tutte le richieste dei cittadini, da qualunque motivo siano dettate.
Letti altrimenti, questi dati parlano anche di una quantità enorme di organi che potrebbero essere messi a disposizione di una domanda che ovunque nel mondo è ben lontana dall’essere soddisfatta, con graduatorie e liste di attesa angoscianti. A mettere di fronte alla estrema delicatezza della questione è ora uno studio guidato da James Shapiro, dell’Università canadese dell’Alberta, pubblicato sul Journal of Hepatology, che dimostra come la donazione di organi prelevati da persone morte a seguito di assistenza medica al suicidio (in Canada nota con l’acronimo di Maid: Medical assistance in dying) abbia esiti di sopravvivenza dei pazienti simili alla donazione dopo morte naturale. La ricerca ha confrontato i trapianti di fegato da donatori dopo assistenza al suicidio con i trapianti da donatori deceduti per cause naturali, cioè senza ricorrere a sostanze letali che provocano una fine improvvisa. E i risultati indicano una sopravvivenza analoga tra i due gruppi. Immaginabile la conclusione indotta dallo studio: la Maid potrebbe estendere di molto la quantità di organi disponibili riducendo in modo rapido le liste d’attesa. «La donazione di fegato dopo Maid – ha detto il dottor Shapiro – può ampliare significativamente il bacino disponibile e salvare più vite, mantenendo al contempo standard di sicurezza ed etica elevati». Certo, la ricerca canadese suggerisce linee guida rigide, trasparenza nelle procedure di consenso e clausole di salvaguardia per evitare pressioni o conflitti di interesse. Ma la decisione di morire ha risvolti psicologici insondabili da qualunque codice etico, e non bastano certo le commissioni di garanzia a scongiurare forzature, come l’allargamento progressivo dei criteri per la morte volontaria dimostra, dall’Olanda al Belgio.
La campagna su scala globale per legalizzare suicidio assistito ed eutanasia potrebbe ora trovare nell’argomento dei trapianti un alleato imprevedibile, inserendo una motivazione persino nobile nel percorso decisionale di una persona per chiedere la morte, così da far cessare le sue sofferenze e al contempo rendere un servizio salva-vita ad altri. Ma se la coscienza dell’opinione pubblica cogliesse il cuore etico della questione potrebbe verificarsi anche l’effetto opposto: perché è chiaro che la necessità in continuo aumento di organi finirebbe per esercitare su pazienti incerti se chiedere la morte assistita o meno una pressione del tutto impropria ed eticamente scorretta, dipingendo l’eventuale decisione di non morire subito persino come un atto di “egoismo”.
In tempi nei quali il morire sta assumendo contorni sempre più procedurali, burocratici ed efficientisti, se ne perde insensibilmente il profilo umano dentro un protocollo che, esteso su larga scala (e i numeri del Canada già questo scenario configurano), finisce col diventare addirittura perverso: se una persona non ha prospettive di guarire né di migliorare, allora perché insiste a vivere, gravando su famiglia, sistema sanitario e spesa pubblica, anziché interrompere volontariamente la sua vita, risparmiando così sacrifici e denaro a tutti e donando i suoi organi a chi ha la possibilità di una vita ancora lunga? La ricerca canadese ci sta parlando proprio di questo: siamo pronti a rispondere?
giovedì 1 gennaio 2026
Quando il concepito diventa un paziente
Quando il concepito diventa un paziente
Crescono la conoscenza, l’interesse e l’attenzione su “chi è” il bambino nel grembo materno. La scienza e la medicina lo conoscono ormai molto bene: e se è portatore di una malattia diventa un paziente al pari di chiunque di noi
«Siamo in un tempo nuovo, il tempo del “concepito-paziente”». Don Maurizio Gagliardini, presidente di Advm (Associazione difendere la vita con Maria), spiega così il convegno che si è tenuto il 6 dicembre alla Pontificia Università Antonianum di Roma, con un titolo impegnativo: “Lo statuto ontologico del concepito”. Organizzato in collaborazione con l’Ufficio Cei per la Pastorale della salute, è stato promosso dall’associazione internazionale Mary For Life e dall’Oimp (Osservatorio internazionale di medicina perinatale) dedicato a santa Gianna Beretta Molla, che sta per trovare sede nella casa di famiglia della Santa, a Magenta (Milano). «In questi mesi di lavori – riassume Gagliardini – si è fatto un grande lavoro di recupero, conservando persino la policromia dei pavimenti originali». Santa Gianna Beretta Molla, pediatra e mamma di tre figli, nel 1962 sacrificò la sua vita per la nascita della quarta bambina, scegliendo di non curare un tumore all’utero per non compromettere la gravidanza. La destinazione della sua casa all’Oimp è stata definita con l’Arcidiocesi di Milano e la parrocchia di Magenta, titolari della struttura. «Avevamo bisogno di una sede di grande significato per sviluppare il nostro progetto. I progressi della medicina infatti consentono oggi di diagnosticare in grembo, e in molti casi di guarire, patologie un tempo ritenute inguaribili. Di fronte al bambino nascente allora i medici si chiedono: chi stiamo curando? Di qui il convegno, con l’intento di colmare i vuoti teoretici e pratici a vantaggio di quanti si prendono cura del nascituro, riconoscendolo come persona».
L’appuntamento di Roma ha rappresentato la naturale prosecuzione di una serie eventi che dal 2023 animano il percorso dell’Advm, ispirata fin dal suo sorgere all’enciclica Evangelium vitae, e della sua espressione internazionale Mary for Life. «Attraverso i nostri convegni abbiamo raccolto i migliori contributi che vengono dal mondo della medicina, coniugandoli con la ricerca filosofica e teoretica. Lo scorso anno il vescovo di Novara, monsignor Franco Giulio Brambilla, ci aveva offerto una riflessione sulla nascita come essenza di quella libertà data da Dio e che il pensiero del Novecento aveva tralasciato in favore di temi esistenzialisti legati alla morte. Proprio quel contributo ha aperto nuove prospettive, che ci è parso di dover mettere a frutto con questo nuovo momento di studio».
Il convegno ha offerto anche l’occasione per assegnare il premio “Angelo della vita” a padre Gonzalo Miranda per il suo impegno ecclesiale e accademico. «È il secondo riconoscimento che concediamo, dopo quello del 2017 al cardinale Elio Sgreccia. Allora fu proprio monsignor Brambilla a spiegare che l’Angelo è presente in tutti coloro che prevengono, accompagnano e ricostruiscono l’umano che soffre nel momento in cui genera la vita e l’accompagna al suo ultimo transito». Il convegno ha avuto il patrocinio della Fondazione santa Gianna Beretta Molla e del Movimento per la Vita ambrosiano.
mercoledì 31 dicembre 2025
10 Dicembre - L'Unione Europea vuole più aborti?
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“Diritto di abortire”, l’Europa ci pensa
Audizione pubblica per l’Iniziativa di cittadini europei “My Voice My Choice” che con oltre un milione d firme vuole convincere la Ue a estendere l’accesso agli aborti (dopo aver bocciato i diritti del concepito con Une of us)
martedì 30 dicembre 2025
La carne coltivata in laboratorio non decolla e resta un prodotto di nicchia - 24 Dicembre 2025
https://www.tvsvizzera.it/tvs/qui-svizzera/la-carne-in-laboratorio-non-decolla-e-resta-un-prodotto-di-nicchia/90685634?utm_source=multiple&utm_medium=website&utm_campaign=news_it&utm_content=o&utm_term=wpblock_news
Questi prodotti hanno conosciuto una forte crescita durante la pandemia di coronavirus, ma l’entusiasmo è ormai evaporato, osserva Tschanz in un’intervista odierna alla “Neue Zürcher Zeitung“.
Si tratta di un prodotto di nicchia, ha spiegato, “soprattutto a causa del sapore, che non è paragonabile a quello della carne”. E spesso si tratta di “prodotti altamente trasformati con numerosi additivi”, sottolinea il manager al giornale zurighese.
Bell, il maggiore trasformatore di carne in Svizzera, intende continuare a puntare sulla carne convenzionale. Il consumo pro capite in Svizzera è stabile da molti anni, spiega Tschanz, anche se si assiste a un sensibile incremento del consumo di pollo negli ultimi tempi.
Il produttore continua comunque a puntare anche sulla carne prodotta in laboratorio. Nel 2018, l’azienda ha acquisito una partecipazione nella start-up olandese Mosa Meat. “Se verrà sviluppata una tecnica che consente di produrre carne senza macellare o tagliare un animale, dobbiamo esserci”, afferma.
Ma, precisa, ci vorrà ancora del tempo prima che un prodotto a base di carne coltivata in laboratorio raggiunga il mercato di massa. Il processo di autorizzazione è “molto costoso e fortemente regolamentato”, spiega il responsabile di Bell Svizzera. Nell’Unione Europea, le procedure durano dai due ai tre anni, poi spetta alla politica decidere. “Ci vorranno quindi ancora almeno cinque anni”, ha puntualizzato il manager.
lunedì 29 dicembre 2025
Perché gli appelli a “tassare i ricchi” sono forti, popolari, ma raramente hanno successo
L’idea di tassare di più le persone facoltose gode spesso di ampio sostegno popolare. Raramente, però, questa idea si traduce in misure concrete. Anche quando la cittadinanza può votare direttamente. Perché?
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