Vogliono divertirsi, i ragazzi. Stare con gli amici, uscire, andare a un concerto o a ballare, scoprire il mondo. Chiedono il permesso ai genitori, per farlo. E il permesso che viene loro dato, dai dieci anni in su, è proporzionale a quello che madri e padri valutano essere la loro capacità di cavarsela là fuori: all’inizio vengono accompagnati, seguiti, osservati, riportati a casa. Poi, piano piano, li lasciamo andare, certi (più spesso incerti, se non terrorizzati) che ce la faranno, che magari andranno a sbattere, combineranno qualche guaio, ma che gli servirà e ogni esperienza sarà utile al loro percorso di crescita. È così d'altronde che cresce, anche, ogni famiglia: nella sfida complicatissima di costruire un patto di fiducia per cui i figli vanno e vengono, escono e ritornano, sono liberi e rispettano le regole, prima fra tutte quella di non mettersi in pericolo e di non fare male a se stessi e agli altri.
Chiudiamo questo numero di
Sofia (lo troverai più breve vista la pausa natalizia e i giorni di riposo che anche noi abbiamo dedicato alle nostre famiglie) nelle ore dello strazio
per quanto accaduto a Crans-Montana. Dove insieme alla vita di 40 ragazzi, molti dei quali minorenni, è stato incenerito anche quel patto di fiducia. Non da loro – che madri e padri in cui tutti ci stiamo immedesimando avevano lasciato andare a festeggiare il Capodanno probabilmente pieni delle incertezze e delle preoccupazioni di cui si diceva poco fa –, ma dal mondo a cui sono stati affidati. Quel mondo che i grandi hanno costruito e continuano a costruire (negli spazi pubblici, nelle scelte politiche, nei modelli culturali, nelle priorità economiche) sempre più indifferenti a chi lo abiterà. Crans-Montana non interroga solo la dinamica di una festa finita in tragedia o la catena delle responsabilità immediate, ma un’idea più ampia di adultità: ci chiede se siamo ancora capaci di pensarci come padri e madri anche quando non sono in gioco i “nostri”, di figli, ma quelli degli altri. Se sappiamo riconoscere che ogni ragazzo che esce la sera, ogni adolescente lasciato andare a una piazza, a una pista, a una strada, è figlio di tutti, e come tale merita uno sguardo vigile, esigente, premuroso.
Il patto che s'è spezzato allora non è solo quello domestico, ma quello pubblico, collettivo. Un patto che non si fonda sul controllo, ma sulla responsabilità; non sulla paura, ma sulla cura. Ricostruirlo significa tornare a pensare il mondo non solo come spazio di consumo o di intrattenimento, ma come ambiente educativo, abitabile, umano. Crescere figli liberi non serve, se siamo da soli a farlo.
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