martedì 27 gennaio 2026
In Francia è scontro istituzionale sulla scrittura inclusiva, «balbuzie ridicola»
lunedì 26 gennaio 2026
Diesel e le dipendenti dagli ovuli d’oro
Tutte vogliono congelare gli ovuli per avere figli (e poi non li fanno)
Dieci anni dopo i numeri raccontavano l’altra faccia del manifesto. Meno del 15 per cento delle donne tornava a utilizzare gli ovuli congelati. Il tasso reale di successo di una gravidanza da egg freezing restava intorno allo 0,7 per cento. Neanche l’1 per cento degli ovuli congelati finiva con un bambino. Ma questo dato non compare nelle brochure aziendali, né nei comunicati stampa sul welfare inclusivo. Compare invece l’effetto psicologico, potentissimo: la possibilità di non dover scegliere adesso.
Dove il lavoro si organizza intorno alla vita, non servono freezer. Dove non lo si vuole fare, si offre la tecnologia e la si chiama libertà. Nulla di nuovo: a qualcosa del genere ha pensato anche la Puglia che da qualche mese riconosce alle donne tra i 27 e i 37 anni e con un Isee inferiore ai 30mila euro un contributo alla crioconservazione. Diesel non è che un altro tassello da aggiungere alla provincia spaziotemporale di un mercato che si è fatto ben più più vasto. Lo stesso capitalismo morale che ieri ha venduto l’egg freezing oggi vende l’aborto come benefit aziendale. Negli Stati Uniti Starbucks, Amazon, Apple, Levi’s, Citigroup rimborsano viaggi, hotel, babysitter per permettere alle dipendenti di abortire negli stati dove è più difficile farlo. Stesso linguaggio, stessa logica: “Salute riproduttiva”, “cura”, “accesso”. La gravidanza diventa una variabile di costo, il figlio un rischio operativo.
Diesel non fa eccezione: fa scuola
Detta fuori dai denti del marketing, prima ti aiutano a rimandarlo, poi ti aiutano a interromperlo. Sempre in nome della scelta, sempre evitando il punto centrale: un’azienda che asseconda la visione dell’incompatibilità tra maternità naturale e lavoro non è neutrale, è normante. Sta decidendo quando è accettabile fare un figlio e quando no. Come osservava Forbes già commentando Apple e Facebook, il rischio è evidente: non possedere solo i mezzi di produzione, ma anche quelli di riproduzione.
Diesel non fa eccezione. Fa scuola: la maternità naturale è un problema, quella differita un servizio. Il lavoro viene prima, la vita poi. Se poi arriva.
domenica 25 gennaio 2026
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sabato 17 gennaio 2026
Il disastro di Aberfan
Il disastro di Aberfan fu provocato dalla frana del cumulo di materiale di risulta di una miniera di carbone, avvenuto intorno alle 9:15 del 21 ottobre 1966. Il materiale di risulta era stato accumulato sul pendio di una collina che sovrastava il villaggio gallese di Aberfan, vicino a Merthyr Tydfil, sovrapposto a una sorgente naturale. Ulteriore acqua si accumulò al suo interno in seguito alle forti piogge e contribuì al suo improvviso collasso. La massa di fango scivolò verso la valle sottostante, inghiottendo la scuola elementare locale e altri edifici e uccidendo 116 bambini e 28 adulti. La miniera era di competenza del National Coal Board (NCB). La successiva inchiesta attribuì le responsabilità per il disastro all'azienda e a nove suoi funzionari.
Nei pendii sopra Aberfan vi erano sette cumuli. Il numero 7, quello che scivolò sul villaggio, fu iniziato nel 1958 e, al momento del disastro, era alto 34 metri. In contravvenzione alle procedure ufficiali dell'NCB, il cumulo era situato su un terreno dal quale sgorgavano delle sorgenti d'acqua. Dopo tre settimane di pioggia, il cumulo si saturò e circa 110 000 m³ di materiale scivolarono lungo il lato della collina e nella zona di Pantglas del villaggio. Uno degli edifici più colpiti fu la scuola elementare Pantglas, dove le lezioni erano appena iniziate; 5 insegnanti e 109 bambini rimasero uccisi.
Un'indagine ufficiale fu presieduta dal Lord Justice Edmund Davies. Il rapporto attribuì la responsabilità piena del disastro all'NCB. Il presidente dell'ente, Lord Robens, fu criticato per aver rilasciato dichiarazioni fuorvianti e per non aver fatto chiarezza sulla conoscenza da parte dell'NCB della presenza di sorgenti d'acqua sul fianco della collina. Né l'NCB né alcuno dei suoi dipendenti furono perseguiti penalmente e l'azienda non venne multata.
L'Aberfan Disaster Memorial Fund (ADMF) fu istituito il giorno stesso del disastro. Ricevette quasi 88 000 contributi, per un totale di 1,75 milioni di sterline. I restanti cumuli furono rimossi solo dopo una lunga battaglia da parte dei residenti di Aberfan, contro la resistenza dell'NCB e del governo per motivi di costo. La compensazione fu pagata da una sovvenzione governativa e da un contributo forzato di £ 150 000 prelevato dal Memorial Fund. Nel 1997 il governo britannico rimborsò con £ 150 000 l'ADMF e nel 2007 l'Assemblea nazionale per il Galles donò £ 1,5 milioni al fondo e £ 500 000 all'Aberfan Education Charity come ricompensa per i soldi indebitamente sottratti. Molti dei residenti del villaggio soffrirono di problemi di salute e metà dei sopravvissuti fu colpito da disturbo post-traumatico da stress in qualche momento della loro vita.
giovedì 15 gennaio 2026
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martedì 6 gennaio 2026
"Chi va a Roma perde la poltrona", il ritorno dal Giubileo
Nel Medioevo partire per Roma, soprattutto in tempo di Giubileo, non era un gesto reversibile. L’assenza poteva costare incarichi, beni, riconoscimento sociale. Raccontare il pellegrinaggio dal punto di vista del ritorno significa restituirne la dimensione più fragile e meno narrata: quella in cui l’esperienza del sacro incontra la vita ordinaria e ne mette alla prova gli equilibri
con molte interessanti illustrazioni
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano
Il proverbio “Chi va a Roma perde la poltrona”, attestato in forma stabile solo in età moderna, conserva sotto la scorza dell’ironia una memoria medievale precisa. L’assenza prolungata non era un fatto neutro: negli statuti comunali comportava la decadenza per absentia; nel diritto canonico i benefici si perdevano per non residentiam; nella prassi curiale le sostituzioni temporanee tendevano a diventare definitive. Partire in pellegrinaggio - soprattutto in tempo di Giubileo - significava dunque accettare un rischio concreto. Non a caso, una delle prime azioni del pellegrino era fare testamento. Prima di mettersi in cammino, uomini e donne disponevano dei beni, affidavano figli, debiti e anime a una scrittura che presupponeva la morte come possibilità concreta. Il pellegrinaggio, anche quando motivato dalla speranza dell’indulgenza, iniziava sotto il segno della fine. Tornare non era scontato; e tornare integri, ancora meno.
Farsi riconoscere sulla strada
Il pellegrino non era un viaggiatore anonimo. Doveva essere visibile, riconoscibile, quasi leggibile. Un abbigliamento codificato - il mantello grezzo, il bordone, la scarsella - e soprattutto i segni acquisiti lungo il cammino, come le insegne metalliche con l’effigie dei simboli associati ai luoghi sacri, avevano una funzione pratica oltre che simbolica. Dichiaravano uno status: chi li portava chiedeva ospitalità, protezione, talvolta indulgenza morale.
Essere riconosciuti come pellegrini era una necessità. Le strade medievali erano attraversate da pericoli ben noti: briganti, pedaggi abusivi, soldati sbandati; e poi le malattie, che colpivano lontano da casa con particolare ferocia. Le cronache parlano di febbri prese negli ospizi, di corpi debilitati che non reggevano il viaggio di ritorno. Il pellegrino era esposto, e lo sapeva.
Il ritorno come prova
È qui che il tema del ritorno assume un valore che va oltre la storia religiosa. Tornare significava rientrare in una comunità che aveva continuato a vivere senza di te. Un esempio concreto emerge dagli statuti cittadini italiani tra XIII e XIV secolo: in diverse città, l’assenza prolungata comportava la decadenza automatica da cariche civiche o corporative. Il pellegrino rientrato doveva ricominciare da capo, talvolta dimostrando la legittimità del proprio rientro.
Alcune lettere conservate negli archivi romani raccontano di pellegrini che, tornati, faticano a riottenere beni affidati a parenti o amministratori temporanei. La “poltrona” perduta non era solo simbolica: era un posto realmente occupato da altri, con il tacito consenso della comunità.
Un ritorno che cambia chi ritorna
Il pellegrino non tornava mai identico a prima. Portava con sé il racconto del Giubileo, ma anche una trasformazione interiore difficile da integrare. Le fonti agiografiche mostrano casi di pellegrini che, una volta rientrati, scelgono una vita diversa: più ritirata, più devota, talvolta marginale. Non tutti riescono - o vogliono - rientrare pienamente nei ruoli precedenti.
In questo senso, il pellegrinaggio medievale dialoga con una delle grandi narrazioni fondative dell’Occidente: l’Odissea. Anche il poema di Omero non è il racconto di una partenza, ma di un ritorno lungo, pericoloso, disseminato di perdite. Ulisse non combatte per partire, ma per rientrare; e quando rientra, non viene riconosciuto. Deve dimostrare chi è, riprendere il proprio posto, riconquistare ciò che gli apparteneva. Il pellegrino medievale vive una tensione simile. Il viaggio verso Roma promette salvezza; il ritorno mette alla prova l’identità.
Raccontare il ritorno
Questo motivo del ritorno attraversa in profondità la letteratura antica e medievale ed è altrettanto centrale nei testi biblici, dove il rientro - dall’esilio, dall’erranza, dalla colpa - non è mai un semplice tornare indietro, ma una ricomposizione faticosa del rapporto con Dio e con la comunità. In questa lunga tradizione culturale si inserisce anche l’esperienza del pellegrino medievale.
Come Ulisse, egli torna cambiato; e come nelle grandi narrazioni del ritorno, il momento decisivo non è la meta raggiunta, ma il confronto con ciò che lo attende al rientro. Il pellegrinaggio giubilare si compie davvero solo lì, quando l’esperienza del sacro incontra la vita ordinaria e ne mette alla prova gli equilibri.
La “sperduta”
Un episodio concreto restituisce la precarietà del cammino meglio di qualsiasi astrazione. Nelle Cerbaie, area paludosa e insidiosa nei pressi di Altopascio, snodo fondamentale dei percorsi tra nord e sud della penisola, lungo la via Francigena, il pellegrino rischiava di smarrirsi in ogni stagione del viaggio. Qui una campana, nota come la Sperduta, veniva suonata per orientare chi si perdeva tra nebbie, acquitrini e sentieri incerti. Non indicava una meta, ma una direzione; non distingueva l’andare dal tornare. Il suo suono interveniva quando il cammino diventava indistinto, ricordando al pellegrino che la strada, anche quando si dissolve, può ancora essere ritrovata.
Chi non torna
Infine, ci sono i ritorni mancati. Le fonti registrano pellegrini morti sulla via del rientro, sepolti lontano da casa, oppure rimasti a Roma, accolti in ospedali o confraternite. Per alcuni, il pellegrinaggio diventa una soglia senza ritorno, una scelta definitiva, non sempre esplicitata ma chiaramente leggibile nei documenti. È anche per questo che il proverbio ha attraversato i secoli. Non è una battuta sulla carriera, ma una constatazione storica: partire per Roma significava accettare il rischio di non ritrovare il proprio posto nel mondo.
La parte più difficile del viaggio
Il ritorno dei pellegrini medievali completa il senso del Giubileo. Non solo evento straordinario, ma esperienza che lascia tracce durature: nelle biografie individuali, nelle comunità, nella memoria collettiva. Il pellegrinaggio non finisce quando si varcano di nuovo le mura di casa. È lì, semmai, che comincia la parte più difficile del viaggio.
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20 Novembre - Kessler: la libertà non è assoluta, prima viene la vita
Continua a far discutere la vicenda della morte delle gemelle tedesche. Il parere di don Alberto Frigerio, professore di Etica della Vita presso l’Istituto superiore di Scienze religiose di Milano
di Stefania CECCHE
20 Novembre 20
Continua a generare sgomento e riflessione la decisione delle gemelle Kessler di togliersi la vita tramite suicidio assistito. Abbiamo chiesto un commento a don Alberto Frigerio, professore di Etica della Vita presso l’Istituto superiore di Scienze religiose di Milano.
Perché la morte delle gemelle Kessler ha generato tanto clamore?
La decisione di Alice ed Ellen Kessler di porre termine alla propria vita congiuntamente, tramite la pratica del suicidio assistito, colpisce e lascia sgomenti, come sempre accade a fronte della scelta di sopprimere intenzionalmente la propria esistenza. L’opzione suicidaria è infatti correlata a patimenti profondi, connessi a situazioni considerate insostenibili (lutto del coniuge, divorzio, disoccupazione, tracollo finanziario), sindromi depressive, sofferenza fisica, rinuncia a una vita segnata da umiliazione e servitù politica (filosofi stoici), protesta politica (Jan Palach, patriota cecoslovacco protagonista della Primavera di Praga), sottrazione alla insignificanza della vita (vuoto e crisi di senso, ascrivibile in larga parte alla concezione secolare della vita). Motivo per cui la notizia di un suicidio suscita sentimenti di compassione e induce il credente a impetrare la misericordia divina.
Come è chiamata a porsi la Chiesa a fronte di un fatto di cronaca come questo?
Al di là del caso specifico, su cui ogni illazione risulterebbe improvvida, la Chiesa ha il compito di educare a concepire la vita come bene da custodire e coltivare con l’ausilio della comunità. La tradizione cristiana ha sempre ritenuto il suicidio illecito, in quanto costituisce un rifiuto della giustizia e carità verso se stessi, è contrario ai doveri di giustizia e carità verso il prossimo, costituisce un rifiuto della sovranità di Dio sulla vita, riconoscendo al contempo che sul piano soggettivo l’imputazione varia a seconda del contesto sociale e delle condizioni psicologiche (Evangelium vitae, n. 66). Il suicidio si attua sovente in condizioni psicologiche alterate, che tolgono o attenuano la responsabilità morale del suicida, motivo per cui la condanna risoluta del suicidio non fa perdere la speranza di salvezza del suicida: «L’angoscia o il timore grave della prova, della sofferenza o della tortura possono attenuare la responsabilità del suicida. Non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte. Dio, attraverso le vie che egli solo conosce, può loro preparare l’occasione di un salutare pentimento. La Chiesa prega per le persone che hanno attentato alla loro vita» (Catechismo, nn. 2282-2283).
La vicenda delle gemelle Kessler ha riaperto il dibattito politico inerente alla depenalizzazione del suicidio assistito. Qual è la posizione della Chiesa a questo riguardo?
I promotori del suicidio assistito rivendicano il diritto all’auto-determinazione, che esprime un’accezione libertaria della libertà, che identifica il bene col libero arbitrio o potere di auto-determinazione della volontà. Lo documenta Kirillov, personaggio del romanzo I demoni di Fëdor Dostoevskij, che intende il suicidio come forma di autonomia perfetta che dimostrerebbe l’inesistenza della dipendenza da Altro, comprovando così la logica suicidaria dell’ateismo. In effetti, il soggetto è capace di auto-determinazione, come attesta la sua facoltà di muoversi a partire da un proprio centro inalienabile. La libertà non è però assoluta, ma seconda e relativa alla vita, bene fondamentale che costituisce il presupposto di ogni altro bene, inclusa la libertà, che, per non ritorcersi contro sé stessa, deve prendersene cura responsabilmente. Motivo per cui nelle fasi della vita provata da patimenti non si tratta di introdurre il diritto alla morte (formula contraddittoria, in quanto composta da due termini che si elidono vicendevolmente: diritto e morte) ma di potenziare il diritto alla cura, come insegna la Lettera Samaritanus bonus: «Sono gravemente ingiuste le leggi che legalizzano l’eutanasia o quelle che giustificano il suicidio e l’aiuto allo stesso. Tali leggi colpiscono il fondamento dell’ordine giuridico: il diritto alla vita, che sostiene ogni altro diritto, compreso l’esercizio della libertà umana … Una società merita la qualifica di “civile” se la solidarietà è fattivamente praticata e salvaguardata come fondamento della convivenza» (n. 5,1).
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