martedì 27 gennaio 2026

In Francia è scontro istituzionale sulla scrittura inclusiva, «balbuzie ridicola»

Il Consiglio di Stato convalida l’utilizzo del “punto mediano” per non discriminare maschi e femmine nelle targhe commemorative. L’Académie française non ci sta: «Pericolo mortale per la lingua»

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lunedì 26 gennaio 2026

Diesel e le dipendenti dagli ovuli d’oro

Il gruppo Only The Brave paga il social freezing alle dipendenti. Non è una novità, da anni le Big Tech considerano la maternità un optional aziendale. Si scrive "supporto alla genitorialità", si legge "avere il controllo dei mezzi di produzione e riproduzione"


https://www.tempi.it/diesel-e-le-dipendenti-dagli-ovuli-doro/?utm_source=convertkit&utm_medium=email&utm_campaign=Il+diritto+internazionale+a+Hong+Kong+e+la+rivolta+contro+le+%22emissioni+zero%22+-+20485373

alcuni spunti:

«Quel benefit potrebbe sembrare positivo per le singole donne in un contesto tecnologico che segue ritmi velocissimi e in cui se vieni lasciato indietro per mesi o un anno sei finito. Consente di posticipare la cura dei figli. Ma l’idea “noi adattiamo la famiglia e la riproduzione all’agenda aziendale” in realtà è folle. Le donne possono individualisticamente esserne sollevate, sembrerà che possano avere tutto. Ma di fatto è la biologia che viene sottomessa e piegata al capitalismo delle corporation».

Tutte vogliono congelare gli ovuli per avere figli (e poi non li fanno)

Dieci anni dopo i numeri raccontavano l’altra faccia del manifesto. Meno del 15 per cento delle donne tornava a utilizzare gli ovuli congelati. Il tasso reale di successo di una gravidanza da egg freezing restava intorno allo 0,7 per cento. Neanche l’1 per cento degli ovuli congelati finiva con un bambino. Ma questo dato non compare nelle brochure aziendali, né nei comunicati stampa sul welfare inclusivo. Compare invece l’effetto psicologico, potentissimo: la possibilità di non dover scegliere adesso.


Dove il lavoro si organizza intorno alla vita, non servono freezer. Dove non lo si vuole fare, si offre la tecnologia e la si chiama libertà. Nulla di nuovo: a qualcosa del genere ha pensato anche la Puglia che da qualche mese riconosce alle donne tra i 27 e i 37 anni e con un Isee inferiore ai 30mila euro un contributo alla crioconservazione. Diesel non è che un altro tassello da aggiungere alla provincia spaziotemporale di un mercato che si è fatto ben più più vasto. Lo stesso capitalismo morale che ieri ha venduto l’egg freezing oggi vende l’aborto come benefit aziendale. Negli Stati Uniti Starbucks, Amazon, Apple, Levi’s, Citigroup rimborsano viaggi, hotel, babysitter per permettere alle dipendenti di abortire negli stati dove è più difficile farlo. Stesso linguaggio, stessa logica: “Salute riproduttiva”, “cura”, “accesso”. La gravidanza diventa una variabile di costo, il figlio un rischio operativo.


Diesel non fa eccezione: fa scuola

Detta fuori dai denti del marketing, prima ti aiutano a rimandarlo, poi ti aiutano a interromperlo. Sempre in nome della scelta, sempre evitando il punto centrale: un’azienda che asseconda la visione dell’incompatibilità tra maternità naturale e lavoro non è neutrale, è normante. Sta decidendo quando è accettabile fare un figlio e quando no. Come osservava Forbes già commentando Apple e Facebook, il rischio è evidente: non possedere solo i mezzi di produzione, ma anche quelli di riproduzione.

Diesel non fa eccezione. Fa scuola: la maternità naturale è un problema, quella differita un servizio. Il lavoro viene prima, la vita poi. Se poi arriva.

domenica 25 gennaio 2026

«Mio figlio non viene più a Messa». Una guida per salvare la domenica in famiglia

Per due genitori cristiani che si sono spesi con impegno nell’educazione alla fede non c’è fallimento più profondo della decisione dei figli adolescenti di non andare più in Chiesa. Che fare? E come recuperare il tempo e i riti condivisi di cui le relazioni tra genitori e figli hanno bisogno? Una guida ragionata

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venerdì 23 gennaio 2026

giovedì 22 gennaio 2026

Quel grosso grasso spot

Il Regno Unito vieta le pubblicità di cibi ad alto contenuto di zuccheri, grassi e sale per proteggere i bambini dall’obesità. La misura punta a ridurre calorie e sovrappeso infantile, evidenziando come pubblicità, sedentarietà e disuguaglianze sociali contribuiscano a un problema di salute pubblica crescente anche in Italia

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mercoledì 21 gennaio 2026

Volevano premiare
i sindaci anti-povertà.
Non ne hanno trovati

Il premio al Miglior sindaco del Mondo era dedicato al tema dell’aiuto ai bisognosi: i candidati erano pochi, e nessuno è stato considerato meritevole del riconoscimento internazionale

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martedì 20 gennaio 2026

Il dolore per una morte, il valore degli affetti: cosa ci dice la vicenda di Adamo e Jonathan - di Maurizio Patriciello

Il caso del ragazzo accoltellato da un giovane ricercatore mentre cercava di entrare all'interno della sua villa, richiede adesso una riflessione a 360 gradi, che parte dalla compassione per una madre che ha perso un figlio e abbraccia con la solidarietà chi ha tentato di difendere i propri beni

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lunedì 19 gennaio 2026

La legge elettorale e il rischio di una democrazia senza popolo - di Angelo Picariello

Negli anni sembra essere stata sottratta ai cittadini la scelta della classe dirigente, indebolendo Parlamento, partiti e partecipazione democratica. Una via per rimediare

domenica 18 gennaio 2026

Troppo cari questi Giochi, fioccano rinunce tra i volontari olimpici

https://www.avvenire.it/attualita/troppo-cari-questi-giochi-fioccano-rinunce-tra-i-volontari-olimpici_103334?fbclid=IwY2xjawPZtzpleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZA80MDk5NjI2MjMwODU2MDkAAR7uHIe1RbFdDawFNEjT3mdp-CUPnRJfZpQ0LbMqmk0NyLZC2NhxddB2-IqPlQ_aem_OBZReCOQwQH50yGHQzKM_w

«La Diocesi di Milano invita a presentarsi per fare il volontario ai prossimi Giochi Invernali di Milano Cortina». Da quale pulpito arriva la chiamata? vi chiederete. Da quello di un paio di parrocchie della città olimpica, dove nei giorni dei Giochi la Diocesi organizza iniziative culturali, educative e pastorali sui valori dello sport. Ma intanto a Milano all’appello mancherebbe un numero al momento imprecisato di volontari (c’è chi dice 1.000), sui 18mila arruolati dal Team2026. Intanto mancano tre settimane all’inizio delle Olimpiadi Invernali e lo show a cinque cerchi vedrà in gara oltre 3mila atleti olimpici e 500 paralimpici provenienti da 95 Paesi, che verranno assistiti da molti di quei 18mila giovani volontari (6mila solo nell’area di Milano).

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sabato 17 gennaio 2026

Il disastro di Aberfan

Per chi non ricorda, Wikipeda dedica una pagina a quanto accadde nel 1966 in Galles, con  144 vittime:


Il disastro di Aberfan fu provocato dalla frana del cumulo di materiale di risulta di una miniera di carbone, avvenuto intorno alle 9:15 del 21 ottobre 1966. Il materiale di risulta era stato accumulato sul pendio di una collina che sovrastava il villaggio gallese di Aberfan, vicino a Merthyr Tydfil, sovrapposto a una sorgente naturale. Ulteriore acqua si accumulò al suo interno in seguito alle forti piogge e contribuì al suo improvviso collasso. La massa di fango scivolò verso la valle sottostante, inghiottendo la scuola elementare locale e altri edifici e uccidendo 116 bambini e 28 adulti. La miniera era di competenza del National Coal Board (NCB). La successiva inchiesta attribuì le responsabilità per il disastro all'azienda e a nove suoi funzionari.

Nei pendii sopra Aberfan vi erano sette cumuli. Il numero 7, quello che scivolò sul villaggio, fu iniziato nel 1958 e, al momento del disastro, era alto 34 metri. In contravvenzione alle procedure ufficiali dell'NCB, il cumulo era situato su un terreno dal quale sgorgavano delle sorgenti d'acqua. Dopo tre settimane di pioggia, il cumulo si saturò e circa 110 000 m³ di materiale scivolarono lungo il lato della collina e nella zona di Pantglas del villaggio. Uno degli edifici più colpiti fu la scuola elementare Pantglas, dove le lezioni erano appena iniziate; 5 insegnanti e 109 bambini rimasero uccisi.

Un'indagine ufficiale fu presieduta dal Lord Justice Edmund Davies. Il rapporto attribuì la responsabilità piena del disastro all'NCB. Il presidente dell'ente, Lord Robens, fu criticato per aver rilasciato dichiarazioni fuorvianti e per non aver fatto chiarezza sulla conoscenza da parte dell'NCB della presenza di sorgenti d'acqua sul fianco della collina. Né l'NCB né alcuno dei suoi dipendenti furono perseguiti penalmente e l'azienda non venne multata.

L'Aberfan Disaster Memorial Fund (ADMF) fu istituito il giorno stesso del disastro. Ricevette quasi 88 000 contributi, per un totale di 1,75 milioni di sterline. I restanti cumuli furono rimossi solo dopo una lunga battaglia da parte dei residenti di Aberfan, contro la resistenza dell'NCB e del governo per motivi di costo. La compensazione fu pagata da una sovvenzione governativa e da un contributo forzato di £ 150 000 prelevato dal Memorial Fund. Nel 1997 il governo britannico rimborsò con £ 150 000 l'ADMF e nel 2007 l'Assemblea nazionale per il Galles donò £ 1,5 milioni al fondo e £ 500 000 all'Aberfan Education Charity come ricompensa per i soldi indebitamente sottratti. Molti dei residenti del villaggio soffrirono di problemi di salute e metà dei sopravvissuti fu colpito da disturbo post-traumatico da stress in qualche momento della loro vita.



SEGUE CON DETTAGLI AL LINK:

https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_di_Aberfan

giovedì 15 gennaio 2026

James Clerk Maxwell: la scienza come atto di meraviglia

La vita di Maxwell, tutta curve e ferite, mostra come stupore scientifico e ricerca spirituale possano convivere: un uomo capace di vedere unità nel reale e restare umano anche nel dolore

Segue al link:



Consiglio di leggere tutto l'articolo, e riporto la conclusione:


Leggendo queste testimonianze, mi chiedo spesso… quale parte della nostra identità rimane quando togliamo via tutto il resto? Quando togliamo i successi, i premi, la corsa, l’affermazione? Maxwell, alla fine, era rimasto un uomo che si affidava. Che cercava un senso. Che aveva speranza. È questo che mi commuove. 
E allora, come in ogni puntata, arrivo alla domanda finale. Una domanda più grande, più larga, più ospitale. Tu, oggi, dove trovi la tua meraviglia? Nel lavoro che fai? Nel modo in cui guardi ciò che ti circonda? Nel tentativo di capire una cosa difficile, anche se non ti è chiara fino in fondo? In un gesto quotidiano che ti restituisce il senso delle proporzioni? O, magari, in una ferita che ancora non sai spiegarti, ma ti ha cambiato per sempre? Puoi raccontarlo con un’immagine, con un pensiero, con un episodio minuscolo.
Non servono teorie: servono verità. Leggerò tutte le vostre risposte: potete inviarle a interferenze@avvenire.it o (se brevi) nei commenti sui social network.


martedì 13 gennaio 2026

Suicidio assistito: cos’ha detto Leone XIV sulla legge del “suo” Illinois

Poche ore prima del Natale, rispondendo ai giornalisti mentre lasciava Castel Gandolfo per tornare a Roma, il Papa si è detto «molto deluso» dalla firma del governatore Pritzker al provvedimento che legalizza l’aiuto a morire per i malati terminali. In Italia la ripresa del confronto al Senato in gennaio

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lunedì 12 gennaio 2026

Due articoli sullo stesso argomento

La transizione di genere e i bambini: «Che consenso si può dare a 13 anni?»

La decisione del Tribunale di La Spezia di rettificare il sesso di un’adolescente all’anagrafe riapre il dibattito sulla tutela dei diritti dei più piccoli Tutti i dubbi della Garante per l'infanzia, Marina Terragni

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Cambiare sesso a 13 anni: ma chi (e come) decide sul corpo di un bambino?

Una sentenza autorizza la rettifica all'anagrafe per una bambina di La Spezia, oggi maschio. È il più giovane ad aver concluso il percorso di transizione nel nostro Paese. Pro Vita & Famiglia: «Una follia». Dal ddl del governo al caso Careggi fino alle scelte degli altri Paesi, tutto quello che c'è da sapere

Segue al link:

domenica 11 gennaio 2026

Ci stiamo facendo troppi problemi sull'avere figli?

di Massimo Calvi
Il crollo delle nascite viene spesso spiegato con una lunga lista di motivi concreti – precarietà, salari bassi, carenza di servizi, squilibri di genere, incertezze sul futuro – cui si aggiunge una narrazione sempre più ambigua della genitorialità. Ma ridurre la scelta di avere figli a una questione di calcolo razionale o di ricerca della felicità è forse l’equivoco di fondo

Segue al link: 
https://www.avvenire.it/famiglia/ci-stiamo-facendo-troppi-problemi-sullavere-figli_102469


Sono molte le ragioni che spingono le persone a non volere figli. Ogni volta che ci si trova a commentare dati sul declino delle nascite o sulle intenzioni di fecondità, come è stato ancora in questi giorni dopo la pubblicazione di un’indagine Istat, è naturale confrontarsi con l’elenco dei tanti buoni motivi che spiegano il declino demografico. Ci sono le questioni economiche, quelle legate alla carenza di servizi, la penalizzazione delle donne circa le prospettive di carriera, il carico maggiore che grava sulle madri, il deficit di cura verso la maternità, i nuovi stili di vita, le incertezze circa il presente e il futuro, tra lavori instabili e sottopagati e mercati immobiliari. E poi c’è il grande tema della narrazione della genitorialità, cioè del racconto pubblico e privato attorno al fatto di avere figli oppure no che viene rappresentato alle nuove generazioni, e qui può rientrare anche il contributo negativo dei social network, se è corretto incolparli di favorire isolamento e ansie.
Sono tutte questioni estremamente serie, meritano di essere analizzate a fondo una per una, come già si fa, anche quelle dimenticate, ma di fronte all’ampiezza e alla complessità della questione la voglia è di razionalizzare e semplificare, tentare sintesi estreme. È chiaro in effetti che le “scuse” per non avere figli sono infinitamente molte di più di quelle che invitano ad averne, se il confronto è tra mille paure possibili e un semplice istante di perdita di controllo. Forse è proprio questo l’equivoco: pensare che la faccenda della genitorialità abbia a che fare con la ricerca e la programmazione della felicità. Non (per tutti) è così. Cioè in genere non si diventa genitori per essere felici, più spesso accade perché lo si è già, e lo si è in due e nello stesso preciso momento, condizione che favorisce il reciproco abbandonarsi. Dopo, il terreno sul quale procedere può cambiare significativamente, in una disputa non ben risolta tra felicità e senso della vita.
Ma torniamo al bisogno di semplificare. Perché è vero che la narrazione, o le narrazioni, sulla maternità/paternità contano, e chissà se più dei sostegni economici o dei servizi di cura e altro, anche se proprio le carenze di aiuti e denaro sono le prime richieste segnalate dai mancati e potenziali genitori. Il fatto è che se si insiste nel raccontare, ad esempio - essendo al centro del dibattito soprattutto le donne (si veda Laura Pigozzi, Non solo madri, Raffaello Cortina; o Alessandra Minello, Senza Figli, Laterza) - che la maternità è tutta  rose e fiori, poi si corre il rischio di tradire le attese, ma se si vuole enfatizzare l’altra parte del racconto, la più oscura, il pericolo è di tradire e basta. Dovremmo chiederci, allora, nello scontro tra narrazioni: meglio trovarsi pentite di avere avuto figli, o di non averne avuti?
Per i maschi è, solo in apparenza, più semplice. Tra l’altro, l’indagine Istat mostra un dato che dice tanto del carico successivo: le donne che diventano madri hanno un po’ meno desiderio di prole rispetto a prima della maternità, i maschi, invece, quando nascono anche come padri, cambiano prospettiva e ne vorrebbero ancora di più di bambini. La questione dunque non è se diventare genitori sia faticoso, impegnativo, o persino limitante. Certo che lo è: essere madri o padri è comunque faticosissimo, pure se si rimuovessero tutti gli ostacoli. Ciò che andrebbe detto, semmai, liberati dal dilemma esistenziale frutto della mitizzazione di carriera e tempo libero, è che diventare genitori è un po’ come andare in coppia a scalare le montagne, o affrontare in bici una lunga salita, o sciare lungo un pendio di neve non battuta, o alzarsi la mattina presto per andare a correre al parco. Nessuno dice che non sia faticoso, o privo di rischi. In genere però ne vale la pena.

sabato 10 gennaio 2026

venerdì 9 gennaio 2026

Profezie e previsioni astrologiche per il 2025: anche quest’anno il CICAP le mette alla prova

Il principe William nuovo re d’Inghilterra, il cardinale Robert Sarah eletto papa, la crisi del governo italiano, un terremoto tra Roma e la Toscana e la fine del mondo a settembre: sono alcune delle vicende che sarebbero dovute avvenire nel corso del 2025 e non sono mai accadute.


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mercoledì 7 gennaio 2026

Ora il Québec vuole vietare la preghiera in pubblico. Scandalo anche tra i secolaristi - Tempi, 11 Settembre

Dopo il divieto dei simboli religiosi, il governo annuncia una legge che stabilisce chi può pregare e dove. Proteste di giuristi e religiosi: «Violate le Carte dei diritti», «A rischio la Via Crucis e i viaggi del Papa». L’ossessione per la laicità diventa tema elettorale

martedì 6 gennaio 2026

"Chi va a Roma perde la poltrona", il ritorno dal Giubileo


Nel Medioevo partire per Roma, soprattutto in tempo di Giubileo, non era un gesto reversibile. L’assenza poteva costare incarichi, beni, riconoscimento sociale. Raccontare il pellegrinaggio dal punto di vista del ritorno significa restituirne la dimensione più fragile e meno narrata: quella in cui l’esperienza del sacro incontra la vita ordinaria e ne mette alla prova gli equilibri


con  molte interessanti illustrazioni



Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano

Il proverbio “Chi va a Roma perde la poltrona”, attestato in forma stabile solo in età moderna, conserva sotto la scorza dell’ironia una memoria medievale precisa. L’assenza prolungata non era un fatto neutro: negli statuti comunali comportava la decadenza per absentia; nel diritto canonico i benefici si perdevano per non residentiam; nella prassi curiale le sostituzioni temporanee tendevano a diventare definitive. Partire in pellegrinaggio - soprattutto in tempo di Giubileo - significava dunque accettare un rischio concreto. Non a caso, una delle prime azioni del pellegrino era fare testamento. Prima di mettersi in cammino, uomini e donne disponevano dei beni, affidavano figli, debiti e anime a una scrittura che presupponeva la morte come possibilità concreta. Il pellegrinaggio, anche quando motivato dalla speranza dell’indulgenza, iniziava sotto il segno della fine. Tornare non era scontato; e tornare integri, ancora meno.

Farsi riconoscere sulla strada

Il pellegrino non era un viaggiatore anonimo. Doveva essere visibile, riconoscibile, quasi leggibile. Un abbigliamento codificato - il mantello grezzo, il bordone, la scarsella - e soprattutto i segni acquisiti lungo il cammino, come le insegne metalliche con l’effigie dei simboli associati ai luoghi sacri, avevano una funzione pratica oltre che simbolica. Dichiaravano uno status: chi li portava chiedeva ospitalità, protezione, talvolta indulgenza morale.

Essere riconosciuti come pellegrini era una necessità. Le strade medievali erano attraversate da pericoli ben noti: briganti, pedaggi abusivi, soldati sbandati; e poi le malattie, che colpivano lontano da casa con particolare ferocia. Le cronache parlano di febbri prese negli ospizi, di corpi debilitati che non reggevano il viaggio di ritorno. Il pellegrino era esposto, e lo sapeva.


Il ritorno come prova

È qui che il tema del ritorno assume un valore che va oltre la storia religiosa. Tornare significava rientrare in una comunità che aveva continuato a vivere senza di te. Un esempio concreto emerge dagli statuti cittadini italiani tra XIII e XIV secolo: in diverse città, l’assenza prolungata comportava la decadenza automatica da cariche civiche o corporative. Il pellegrino rientrato doveva ricominciare da capo, talvolta dimostrando la legittimità del proprio rientro.


Alcune lettere conservate negli archivi romani raccontano di pellegrini che, tornati, faticano a riottenere beni affidati a parenti o amministratori temporanei. La “poltrona” perduta non era solo simbolica: era un posto realmente occupato da altri, con il tacito consenso della comunità.


Un ritorno che cambia chi ritorna

Il pellegrino non tornava mai identico a prima. Portava con sé il racconto del Giubileo, ma anche una trasformazione interiore difficile da integrare. Le fonti agiografiche mostrano casi di pellegrini che, una volta rientrati, scelgono una vita diversa: più ritirata, più devota, talvolta marginale. Non tutti riescono - o vogliono - rientrare pienamente nei ruoli precedenti.
In questo senso, il pellegrinaggio medievale dialoga con una delle grandi narrazioni fondative dell’Occidente: l’Odissea. Anche il poema di Omero non è il racconto di una partenza, ma di un ritorno lungo, pericoloso, disseminato di perdite. Ulisse non combatte per partire, ma per rientrare; e quando rientra, non viene riconosciuto. Deve dimostrare chi è, riprendere il proprio posto, riconquistare ciò che gli apparteneva. Il pellegrino medievale vive una tensione simile. Il viaggio verso Roma promette salvezza; il ritorno mette alla prova l’identità.


Raccontare il ritorno

Questo motivo del ritorno attraversa in profondità la letteratura antica e medievale ed è altrettanto centrale nei testi biblici, dove il rientro - dall’esilio, dall’erranza, dalla colpa - non è mai un semplice tornare indietro, ma una ricomposizione faticosa del rapporto con Dio e con la comunità. In questa lunga tradizione culturale si inserisce anche l’esperienza del pellegrino medievale.

Come Ulisse, egli torna cambiato; e come nelle grandi narrazioni del ritorno, il momento decisivo non è la meta raggiunta, ma il confronto con ciò che lo attende al rientro. Il pellegrinaggio giubilare si compie davvero solo lì, quando l’esperienza del sacro incontra la vita ordinaria e ne mette alla prova gli equilibri.


La “sperduta”

Un episodio concreto restituisce la precarietà del cammino meglio di qualsiasi astrazione. Nelle Cerbaie, area paludosa e insidiosa nei pressi di Altopascio, snodo fondamentale dei percorsi tra nord e sud della penisola, lungo la via Francigena, il pellegrino rischiava di smarrirsi in ogni stagione del viaggio. Qui una campana, nota come la Sperduta, veniva suonata per orientare chi si perdeva tra nebbie, acquitrini e sentieri incerti. Non indicava una meta, ma una direzione; non distingueva l’andare dal tornare. Il suo suono interveniva quando il cammino diventava indistinto, ricordando al pellegrino che la strada, anche quando si dissolve, può ancora essere ritrovata.


Chi non torna

Infine, ci sono i ritorni mancati. Le fonti registrano pellegrini morti sulla via del rientro, sepolti lontano da casa, oppure rimasti a Roma, accolti in ospedali o confraternite. Per alcuni, il pellegrinaggio diventa una soglia senza ritorno, una scelta definitiva, non sempre esplicitata ma chiaramente leggibile nei documenti. È anche per questo che il proverbio ha attraversato i secoli. Non è una battuta sulla carriera, ma una constatazione storica: partire per Roma significava accettare il rischio di non ritrovare il proprio posto nel mondo.


La parte più difficile del viaggio

Il ritorno dei pellegrini medievali completa il senso del Giubileo. Non solo evento straordinario, ma esperienza che lascia tracce durature: nelle biografie individuali, nelle comunità, nella memoria collettiva. Il pellegrinaggio non finisce quando si varcano di nuovo le mura di casa. È lì, semmai, che comincia la parte più difficile del viaggio.

Venezuela, i vescovi: preghiamo per il bene del Paese, l'unità e la pace

VATICAN NEWS

Alla luce degli eventi che si stanno verificando nel Paese, l’episcopato rivolge un messaggio alla popolazione invocando Dio perché doni “a tutti i venezuelani serenità, saggezza e forza” ed esprimendo solidarietà ai “feriti” e alle “famiglie di coloro che sono morti”. Dai presuli l’invito alla popolazione “a vivere più intensamente la speranza” e a pregare per la pace

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lunedì 5 gennaio 2026

Svizzero condannato per aver detto che gli scheletri non sono trans - 25 Ottobre, Tempi

Emanuel Brünisholz finirà in carcere per aver ricordato che le ossa possono essere maschili o femminili. Un giudice, pur di punirlo, ha trasformato “transgender” in un orientamento sessuale. Così la biologia è diventata un reato


In Svizzera si può finire in carcere per aver detto che gli scheletri non sono transgender. È successo a Emanuel Brünisholz, riparatore di strumenti a fiato di Burgdorf, nel Canton Berna, condannato per “incitamento all’odio” dopo un commento su Facebook nel 2002. Nel quale scrisse, con una franchezza da artigiano e un evidente eccesso di fiducia nel buon senso, che «se fra duecento anni scaverete le tombe delle persone LGBTQI, troverete solo uomini e donne in base ai loro scheletri. Tutto il resto è una malattia mentale promossa dai programmi scolastici». Un’iperbole, una battutaccia, una polemica? Per la giustizia elvetica un reato.


domenica 4 gennaio 2026

Dov’era Dio nel rogo di Crans? Stringeva i ragazzi tra le sue braccia

Le domande che angosciano i genitori dei ragazzi vittime della sciagura di Capodanno in queste ore opprimono i cuori di tutti. La lettera aperta di don Maurizio Patriciello le condivide


Cari genitori, il vostro dolore è il nostro dolore, la vostra angoscia ci opprime, le vostre speranze ci incitano a guardare avanti. A Crans-Montana siete stati colpiti da una tragedia immane, lasciateci asciugare le lacrime che vi solcano il volto.

Alla sofferenza si aggiunge la rabbia, lo sconcerto, il rammarico. Nella vostra vita tutto è cambiato in un istante. Da oggi niente sarà più come prima. Eravate sereni allo scoccare della mezzanotte, i vostri ragazzi stavano al sicuro, l’ambiente sano, la montagna stupenda, la serata tranquilla. Avevate appena brindato, come tutti noi, all’anno nuovo. Baci, abbracci, risate, battute di spirito, pacche sulle spalle. Un messaggino – l’ultimo – al figliolo che si divertiva con gli amici. Chi avrebbe potuto prevedere la tragedia che stava per abbattersi sulle vostre vite?
Da soli non ce la potete fare a sopportare un dolore così grande, così assurdo. Avete bisogno di appoggiarlo sulle spalle di fratelli e sorelle, conosciuti e sconosciuti. Eccoci, perdonateci se ci permettiamo di farci avanti e dirvi: ci siamo. Stiamo piangendo con voi fin dalle prime, incerte, notizie. Per voi abbiamo pregato nelle nostre comunità parrocchiali. Quando la morte arriva inattesa, improvvisa, con il viso arcigno, cattivo, deturpato; quando porta via non te – sarebbe stato meglio, hai pensato mille volte – ma il cuore del tuo cuore, il figlio che hai messo al mondo, il futuro nel quale ti rispecchiavi, il dono più prezioso tra i tanti doni ricevuti negli anni, in quel momento le parole – fossero anche le più sublimi – non possono bastare. Siete stati catapultati nel mistero della sofferenza assurda e della morte senza preavviso, nel momento 
in cui stavate ridendo, scherzando, giocando, brindando. Non è giusto. È vero, non è giusto.
Adesso si va alla ricerca delle responsabilità. Giustizia deve essere fatta, perché errori madornali come questi non abbiano a verificarsi più. Perché altri innocenti non abbiano a soffrire e morire. Magra consolazione, però. Tu rivuoi tuo figlio. Tu vuoi ritornare a casa insieme a lui. Tu vuoi che dopo l’Epifania riprenda ad andare a scuola. Tu vuoi i suoi capricci, i suoi abbracci, le sue lamentele, la casa in disordine, i libri sparpagliati. Tu vuoi sentire la sua voce, vederlo crescere, diventare uomo, donna. Tu vuoi coronargli il capo con l’alloro il giorno in cui discuterà la tesi. Tu vuoi lui, lei. Con quel nome, quel volto, quella risata, quei difetti, quel suo modo di fare unico e irripetibile. Tu vuoi tuo figlio. Il resto è poca cosa.
Magra consolazione per una mamma e un papà che hanno perso il loro meraviglioso ragazzo. Magra consolazione per chi sta trepidando per le sorti del figlio disperso. Magra consolazione per chi non sa ancora se il suo “bambino” ricoverato in ospedale ce la farà. Permetteteci di soffrire con voi, fratelli e sorelle. Permetteteci di dirvi che i vostri figli sono i nostri figli. Sappiate che non siete soli. La vita è bella – troppo, troppo bella – ma anche tanto fragile.
In queste ore rimbalzano alla vostra mente le attese, le sofferenze, i sacrifici, gli aiuti, le paure, le speranze con cui avete convissuto dal giorno in cui egli, timidamente, bussò alla porta del vostro cuore. Lo accoglieste. Vi sconvolse le giornate. Il pargolo – mi ricorda il Pargoletto nel presepe – il pargolo, dicevo, con prepotenza, si prese ogni spazio, tutto il vostro tempo, i vostri progetti. Si impossessò dei vostri sogni. Fu un concentrato di egoismo. Ma voi eravate felici. Il suo pianto, la sua vocina, i suoi primi passi, le sue prime parole balbettate, le colichette, i reflussi, le pappe, il sorriso, la sua vita, vi ricompensavano di tutto. C’era lui. E per lui, ormai adolescente, tremavate, ma non potevate dirglielo, si sarebbe arrabbiato. Alle vostre raccomandazioni non faceva che ripetere: «Stai tranquilla mamma, stai sereno papà. L’ambiente è
sicuro, i miei amici sono persone perbene. Non avete motivo di stare in ansia».
E invece, no, chi ama sta sempre in ansia. Chi ama teme e trema. Chi ama sa bene che il pericolo si nasconde, si camuffa, si trasforma. Puoi trovarlo dappertutto, e tu, figliolo, sei tanto giovane per poterlo scovare a prima vista.

Dio dov’era? Migliaia di persone si sono poste questa domanda, decine di amici l’hanno rivolta a me. Col volto triste ho risposto: «Piuttosto mi chiedo: dove sono io quando mio fratello ha fame, ha sete, viene denigrato, umiliato? Dove sono io quando affoga nello stesso mare nel quale mi diverto? Dove siamo noi quando progettiamo e realizziamo luoghi, strade, autostrade, veloci mezzi di locomozione, cibi e bevande non sicuri? Dove siamo noi quando non facciamo il nostro dovere fino in fondo?» No, la domanda non regge. La nostra fede cristiana ci dice – e noi lo crediamo fermamente – che il nostro Dio era là con i vostri ragazzi quella notte. Proprio in quel locale. Impotente. Schiacciato. In croce. A soffrire e morire con loro. Ad accarezzarli come avreste fatto voi, cari genitori, in quel momento atroce. Dio era là a farsi carico del loro spavento, a raccogliere le loro paure, le loro grida disperate. Dio era là per portarli nella beata pace dell’eternità dove un giorno, statene certi, li ritroverete. Forza, cari fratelli e sorelle gettati in questa valle oscura di sofferenza e di morte. Accogliete il nostro abbraccio. Vi vogliamo bene.

Sofia La newsletter di Avvenire per tutta la famiglia - Numero #7| 4.1.2026

20 Novembre - Kessler: la libertà non è assoluta, prima viene la vita

Continua a far discutere la vicenda della morte delle gemelle tedesche. Il parere di don Alberto Frigerio, professore di Etica della Vita presso l’Istituto superiore di Scienze religiose di Milano

di Stefania CECCHE

20 Novembre 20


https://www.chiesadimilano.it/news/attualita/suicidio-assistito-kessler-la-liberta-non-e-assoluta-prima-viene-la-vita-2855410.html



Continua a generare sgomento e riflessione la decisione delle gemelle Kessler di togliersi la vita tramite suicidio assistito. Abbiamo chiesto un commento a don Alberto Frigerio, professore di Etica della Vita presso l’Istituto superiore di Scienze religiose di Milano.

Perché la morte delle gemelle Kessler ha generato tanto clamore?
La decisione di Alice ed Ellen Kessler di porre termine alla propria vita congiuntamente, tramite la pratica del suicidio assistito, colpisce e lascia sgomenti, come sempre accade a fronte della scelta di sopprimere intenzionalmente la propria esistenza. L’opzione suicidaria è infatti correlata a patimenti profondi, connessi a situazioni considerate insostenibili (lutto del coniuge, divorzio, disoccupazione, tracollo finanziario), sindromi depressive, sofferenza fisica, rinuncia a una vita segnata da umiliazione e servitù politica (filosofi stoici), protesta politica (Jan Palach, patriota cecoslovacco protagonista della Primavera di Praga), sottrazione alla insignificanza della vita (vuoto e crisi di senso, ascrivibile in larga parte alla concezione secolare della vita). Motivo per cui la notizia di un suicidio suscita sentimenti di compassione e induce il credente a impetrare la misericordia divina.

Come è chiamata a porsi la Chiesa a fronte di un fatto di cronaca come questo?
Al di là del caso specifico, su cui ogni illazione risulterebbe improvvida, la Chiesa ha il compito di educare a concepire la vita come bene da custodire e coltivare con l’ausilio della comunità. La tradizione cristiana ha sempre ritenuto il suicidio illecito, in quanto costituisce un rifiuto della giustizia e carità verso se stessi, è contrario ai doveri di giustizia e carità verso il prossimo, costituisce un rifiuto della sovranità di Dio sulla vita, riconoscendo al contempo che sul piano soggettivo l’imputazione varia a seconda del contesto sociale e delle condizioni psicologiche (Evangelium vitae, n. 66). Il suicidio si attua sovente in condizioni psicologiche alterate, che tolgono o attenuano la responsabilità morale del suicida, motivo per cui la condanna risoluta del suicidio non fa perdere la speranza di salvezza del suicida: «L’angoscia o il timore grave della prova, della sofferenza o della tortura possono attenuare la responsabilità del suicida. Non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte. Dio, attraverso le vie che egli solo conosce, può loro preparare l’occasione di un salutare pentimento. La Chiesa prega per le persone che hanno attentato alla loro vita» (Catechismo, nn. 2282-2283).

La vicenda delle gemelle Kessler ha riaperto il dibattito politico inerente alla depenalizzazione del suicidio assistito. Qual è la posizione della Chiesa a questo riguardo?
I promotori del suicidio assistito rivendicano il diritto all’auto-determinazione, che esprime un’accezione libertaria della libertà, che identifica il bene col libero arbitrio o potere di auto-determinazione della volontà. Lo documenta Kirillov, personaggio del romanzo I demoni di Fëdor Dostoevskij, che intende il suicidio come forma di autonomia perfetta che dimostrerebbe l’inesistenza della dipendenza da Altro, comprovando così la logica suicidaria dell’ateismo. In effetti, il soggetto è capace di auto-determinazione, come attesta la sua facoltà di muoversi a partire da un proprio centro inalienabile. La libertà non è però assoluta, ma seconda e relativa alla vita, bene fondamentale che costituisce il presupposto di ogni altro bene, inclusa la libertà, che, per non ritorcersi contro sé stessa, deve prendersene cura responsabilmente. Motivo per cui nelle fasi della vita provata da patimenti non si tratta di introdurre il diritto alla morte (formula contraddittoria, in quanto composta da due termini che si elidono vicendevolmente: diritto e morte) ma di potenziare il diritto alla cura, come insegna la Lettera Samaritanus bonus: «Sono gravemente ingiuste le leggi che legalizzano l’eutanasia o quelle che giustificano il suicidio e l’aiuto allo stesso. Tali leggi colpiscono il fondamento dell’ordine giuridico: il diritto alla vita, che sostiene ogni altro diritto, compreso l’esercizio della libertà umana … Una società merita la qualifica di “civile” se la solidarietà è fattivamente praticata e salvaguardata come fondamento della convivenza» (n. 5,1).

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