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giovedì 26 luglio 2012

Avremo i defibrillatori anche a Buccinasco?

LA CITTÀ PIÙ CARDIOPROTETTA D’EUROPA

Piacenza, defibrillatori negli impianti sportivi

Nasce il «Progetto Vita Sport»: gli sportivi potranno autotassarsi per acquistare gli apparecchi salvavita

 

MILANO - Non bastava il record di città più cardioprotetta d’Europa (sono 276 gli apparecchi salvavita dislocati) e quello di città con il primo argine fluviale cardioprotetto d’Europa
Grazie al Progetto Vita, lanciato 14 anni fa, Piacenza adesso punta a diventare la città più cardioprotetta d’Europa anche per quanto riguarda i luoghi dello sport. In accordo con il CONI e potendo contare sulla sensibilità delle società sportive, tra cui in particolare la scuola di pattinaggio artistico Gymnasium Rolley School, l’associazione “Il Cuore di Piacenza” Onlus, impegnata a diffondere il Progetto Vita, lancerà l’ennesima sfida: dotare entro il 2013 tutti gli impianti sportivi di città e provincia di un defibrillatore e insegnare al maggior numero di persone ad usarlo. «Attualmente sono 40 i defibrillatori installati presso le strutture sportive, di cui 27 in città e 13 in provincia - spiega Daniela Aschieri, presidente dell’associazione -. In un momento di crisi come questo, non ci aspettiamo alcuna sovvenzione statale, comunale o provinciale. Vorremmo che, come è stato per Progetto Vita dall’inizio, tutti i cittadini fossero coinvolti contribuendo personalmente per rendere il luogo sportivo che frequentano più sicuro e protetto. L’idea del nuovo Progetto Vita Sport è di coinvolgere tutti coloro che frequentano gli impianti sportivi, chiedendo un contributo minimo di 2 euro per l’acquisto del defibrillatore. Abbiamo stimato una spesa di 2.000 euro a impianto per avere un adeguato posizionamento, la cartellonistica e il personale addestrato. Entro il 2013, se avremo fatto una buona sensibilizzazione, contiamo di avere 100 impianti con il defibrillatore». 
IL PROGETTO VITA – È stato il primo progetto Europeo di "Defibrillazione Precoce" sul territorio realizzato per prevenire la morte improvvisa dovuta ad arresto cardiaco, che ogni anno miete 73mila vittime solo in Italia. Lo hanno ideato Alessandro Capucci, oggi direttore della Clinica di cardiologia all’Università Politecnica delle Marche, e la cardiologa Daniela Aschieri, con il contributo di medici, infermieri, volontari, forze dell’ordine e il consenso delle istituzioni locali. Prevede la realizzazione di una rete di defibrillatori semiautomatici dislocati in punti strategici della città e della provincia e utilizzati da personale non sanitario. L’obiettivo è di intervenire entro i fatidici "5 minuti d’oro" dall’insorgenza dell’arresto cardiaco, in attesa dell’arrivo dell’ambulanza. Piacenza con oltre 99mila abitanti si presta bene all’attuazione di questo progetto, essendo una piccola città ed essendo tutti i quartieri facilmente raggiungibili mediante un esteso sistema viario. Successivamente il progetto si è esteso alla provincia (150mila abitanti). Adesso, tocca agli impianti sportivi. «Ci sono malattie che sfuggono allo screening di idoneità sportiva - dice Daniela Aschieri -. Ma anche un cuore sano, a volte a causa di un colpo al torace, può andare in arresto cardiaco. Per questo serve il defibrillatore a bordo campo, nelle palestre e negli impianti sportivi agonistici e non agonistici. Per non rimpiangere un amico o un familiare che colpito da un evento drammatico potrebbe essere salvato con un semplice gesto: la defibrillazione precoce. Ecco perché dotare un impianto sportivo di un defibrillatore rappresenta l’unica assicurazione sulla vita di questi giovani sportivi».
MOROSINI, BOVOLENTA E GLI ALTRI – Quest’anno due eventi drammatici accaduti in Italia hanno scosso il mondo dello sport e l’opinione pubblica: la morte del pallavolista Vigor Bovolenta (37 anni) e del calciatore Piermario Morosini (26 anni). E nello stesso anno, hanno perso la vita per arresto cardiaco il nuotatore Alexander Dale Oen e la pallavolista Veronica Gomez. Nello stesso giorno in cui Morosini moriva sul campo di Pescara, a Piacenza sul campo di calcio della Vittorino da Feltre Massimo Proietti, giocatore amatoriale, si salvava da un arresto cardiaco. Oggi sta bene. «La differenza tra questi casi - aggiunge la cardiologa - è stata appunto l’impiego immediato di un defibrillatore da parte delle persone che hanno assistito all’evento. Anche il calciatore Fabrice Muamba a Londra ha avuto un arresto cardiaco. Rianimato con il defibrillatore, si è salvato La diagnosi di morte di Morosini è stata displasia aritmogena. Questo conferma che un defibrillatore gli avrebbe dato una chance in più». Sport come sinonimo di rischio di morte improvvisa, allora? «Non esiste una morte da sforzo in cuore sano. Il problema è che lo sport smaschera una cardiopatia latente. È la combinazione fra quest’ultima e lo sforzo, che scatena in alcuni casi un’aritmia fatale. In altre parole, lo sport comporta un rischio in soggetti portatori di cardiopatie occulte. Nel 1982 è stata introdotta in Italia una legge di tutela per il rischio nello sport, che impone una visita obbligatoria annuale di idoneità». È efficace il sistema introdotto in Italia per identificare i soggetti a rischio e prevenire la morte improvvisa? «Sicuramente sì, riduce l’incidenza di morte improvvisa nei pazienti sottoposti a screening, ma ancora non è un evento evitabile e prevedibile».
CHI PUÒ USARE IL DEFIBRILLATORE? - Tra gli "addetti ai lavori", siano essi medici, infermieri o soccorritori laici, si fronteggiano due scuole di pensiero. Da una parte c’è chi, forte anche delle ultime disposizioni di legge in materia, ritiene che l’uso del defibrillatore debba essere circoscritto a chi abbia seguito un apposito corso, sanitari e non. A Piacenza, invece, prevale il pensiero "eretico" del professor Capucci e della dottoressa Aschieri: «Non bisogna essere medici o infermieri per fare questo, e a Piacenza lo sanno bene gli oltre 10mila volontari di aziende private, comunità locali, uffici pubblici, impianti sportivi, soccorritori per caso che possono cambiare il destino di una persona. Ci chiediamo se ancora è necessario spiegare che un defibrillatore può salvare una vita, quando le evidenze scientifiche e aneddotiche dimostrano che l’unico modo per riprendere un cuore in arresto cardiaco è intervenire entro 5 minuti con uno semplice strumento e un po’ di sangue freddo da parte di chi lo assiste». La semplice presenza dell’apparecchio, però, non è sufficiente: «Avere il defibrillatore non fa la differenza, se nessuno lo sa usare. Il caso Morosini ha dimostrato che la presenza dello strumento a bordo campo deve essere una presenza consapevole e, una volta che si verifica la necessità, deve essere usato senza paura di arrecare danno. Non bisogna sapere il motivo per cui una persona sviene e cade a terra. La diagnosi la esegue il defibrillatore una volta che viene applicato al torace del paziente. Infatti non esiste alcun pericolo di causare danno, perché il defibrillatore eroga la scarica elettrica solo dopo avere fatto lui stesso la diagnosi di arresto cardiaco e non vi è alcuna responsabilità civile o penale da parte di chi lo utilizza. Lo strumento fa la diagnosi automaticamente e quindi chi lo utilizza non può decidere se erogare la scarica elettrica, se non dopo indicazione del defibrillatore».
NOI, LA SPAGNA E LA UE – In Italia, il dibattito sui defibrillatori e sul loro utilizzo sembra seguire i soliti schemi: si riaccende soltanto di fronte a qualche disgrazia di un certo richiamo mediatico. Eppure il 10 aprile scorso è stata presentatauna proposta di legge (numero 5145) che prevede l’obbligo dell’installazione di defibrillatori semiautomatici esterni (DAE) in tutte le strutture in cui si pratica attività sportiva agonistica e non agonistica anche a livello dilettantistico; la formazione di allenatori, massaggiatori e preparatori atletici; la possibilità di dedurre integralmente le spese per l’acquisto degli apparecchi e infine l’incentivazione della presenza dei DAE nei luoghi pubblici di aggregazione, nei posti di lavoro a scuola e nelle università. Sul fronte di chi sostiene l’utilizzo dei defibrillatori da parte di tutti i cittadini bisogna segnalare che la regione autonoma della Catalogna, in Spagna, ha approvato una legge che permette l’uso del DAE anche senza corsi in caso di emergenza. Il Parlamento europeo, intanto, ha approvato una dichiarazione scrittasull’istituzione di una Settimana europea di sensibilizzazione sull’arresto cardiaco. E non solo. «I 378 deputati che hanno firmato la dichiarazione hanno espressamente invitato la Commissione europea e il Consiglio dell'Unione europea a sostenere l'adozione di programmi di installazione di defibrillatori automatici esterni in luoghi aperti al pubblico ed a sviluppare la formazione della popolazione europea alle manovre di primo soccorso - fa sapere Isabelle Weill, presidente dell’associazione RMC / BFM, che in Francia si batte per la “causa” dei defibrillatori -. Stiamo conducendo un'azione concertata con le altre associazioni europee, imparando da ogni esperienza e parlando a una voce con i responsabili politici europei: siamo convinti che la lotta contro la morte improvvisa sarà riconosciuta come la scommessa principale nell’ambito della salute pubblica a livello europeo. Questo è il motivo per cui noi continueremo la lotta contro la morte improvvisa. La nostra azione ha un unico obiettivo: informare per salvare. Ora è il momento di farlo in tutti i Paesi d'Europa».
Ruggiero Corcella20 luglio 2012 | 13:49

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