venerdì 17 aprile 2026

ANIMALI, PLACEBO E OMEOPATIA - Cattivi Scienziati - Enrico Bucci 22 Febbraio 2026

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Tante, troppe volte, sia i credenti nell’omeopatia, sia semplicemente quelli che hanno il dubbio che non sia stata compresa a fondo, portano come argomento contro il meccanismo scientifico con cui essa può funzionare in molte delle sue condizioni d’uso – il placebo – l’idea che negli animali essa sia stata trovata efficace.

Negli animali, si dice, possiamo escludere il placebo; dunque, l’efficacia dimostrata nelle applicazioni veterinarie dell’omeopatia è la prova che il placebo non basta a spiegarne i meccanismi di funzionamento.

Ora, a parte il fatto che bisognerebbe andare davvero a vedere che cosa è stato dimostrato circa l’effetto dell’omeopatia in animale – cioè se esistano studi di qualità sufficiente a mostrare un effetto – il problema sta nella premessa di questa convinzione.

Non è affatto vero, infatti, che negli animali il placebo sia escluso, e per giunta abbiamo nel caso della medicina veterinaria ulteriori effetti placebo, che non riguardano il soggetto trattato, ma chi somministra un trattamento.

Riguardo il primo punto, anche per gli animali è possibile creare un’aspettativa di miglioramento, che è la base del funzionamento del placebo: si costruisce un’associazione tra un contesto sensoriale e un effetto farmacologico reale, poi si verifica se, una volta tolto il farmaco e lasciato solo il contesto, compare una risposta misurabile.

La dimostrazione sperimentale più intuitiva riguarda il dolore, perché il dolore negli animali si misura attraverso comportamenti standardizzati e, soprattutto, perché nei mammiferi esistono sistemi endogeni capaci di “spegnere” parte della nocicezione quando una certa configurazione di segnali rende ciò adattativo. Un lavoro ormai classico sui topi mostra che basta associare ripetutamente un contesto nuovo a fentanyl, e poi testare gli animali con sola iniezione di veicolo: in quel test, il gruppo condizionato esibisce una costellazione di risposte coerenti con l’azione oppioide, inclusa un’analgesia misurata con l’aumento della latenza sul hot plate (Bryant, 2009). Vediamo qui una differenza sperimentale che compare quando il farmaco non c’è più, e che si appoggia su un paradigma pavloviano standard, cioè su una forma di apprendimento conservata e misurabile, volta alla creazione di un’aspettativa di sollievo dopo un trattamento.

Il passo che rende il quadro più convincente, perché lo ancora a una catena causale interna, è mostrare che la risposta evocata dal contesto dipende da un meccanismo neurochimico noto. In un modello di dolore facciale nel ratto, animali condizionati con morfina mostrano al test una “analgesia da placebo” con forte variabilità individuale; quando si somministra naloxone, quell’effetto viene soppresso, in coerenza con il coinvolgimento degli oppioidi endogeni (Nolan et al., 2012). Non si tratta quindi solo di un cambiamento di soglia comportamentale, ma di un cambiamento che “ha la firma” di un sistema interno specifico, poiché risulta sensibile a un antagonista. Il placebo, in questo caso, riesce ad attivare le vie degli oppioidi endogeni e, se queste sono soppresse, non funziona più, proprio come nel caso umano.

Una rassegna mirata sul dolore e sull’effetto placebo in roditori, utile per orientarsi tra paradigmi, punti di forza e fragilità metodologiche, è quella di Keller, Akintola e Colloca, che discute anche la questione della variabilità individuale e dei criteri con cui rendere questi modelli più solidi e comparabili (Keller et al., 2018).

Negli ultimi anni si è andati ancora avanti, identificando per esempio i circuiti neurali responsabili dell’effetto placebo nel topo. Il lavoro di Chen e colleghi (2024) è costruito proprio per isolare la base neurologica di ciò che, nell’umano, chiamiamo aspettativa di sollievo (alla base del placebo), traducendolo in un compito che un topo può apprendere senza linguaggio. Durante l’addestramento l’animale sperimenta un fatto stabile: in una zona dell’apparato sperimentale lo stimolo termico è meno doloroso che altrove. Con ripetizioni sufficienti, quella zona diventa un “segnale predittivo” di sollievo. Il test cruciale arriva dopo, quando si elimina la differenza reale: le superfici vengono rese ugualmente calde e quindi, in termini fisici, non esiste più alcuna ragione perché una zona faccia stare meglio dell’altra. Se, in queste condizioni, l’animale mostra una riduzione dei comportamenti associati al dolore proprio nella zona che prima annunciava sollievo, la spiegazione più parsimoniosa è che stia operando una previsione appresa che modula l’elaborazione del dolore, non una differenza nello stimolo. Lo studio identifica un circuito in cui neuroni della porzione rostrale della corteccia cingolata anteriore proiettano verso nuclei del ponte; intervenendo sperimentalmente su questa via, l’analgesia placebo-like si spegne o si evoca a comando, e nel ponte si osserva un’alta espressione di recettori oppioidi, coerente con l’attivazione di sistemi endogeni di modulazione del dolore (Chen et al., 2024). Nel nucleo del ponte, inoltre, risulta elevata l’espressione di recettori oppioidi, elemento coerente con l’idea che questo nodo partecipi a una modulazione “endogena” del dolore, cioè a un controllo interno che può essere ingaggiato dall’aspettativa. In questo senso il placebo animale smette di essere soltanto una variazione di comportamento dopo condizionamento: diventa una funzione neurobiologica localizzabile, perché un circuito specifico traduce una previsione contestuale in un cambiamento della risposta al dolore.

La seconda grande area di dimostrazione del placebo animale, meno conosciuta ma storicamente centrale, riguarda il sistema immunitario. Negli anni Settanta Ader e Cohen mostrarono che un gusto (saccarina) accoppiato a ciclofosfamide, un immunosoppressore, può diventare un segnale capace di modulare la risposta anticorpale: quando l’animale viene riesposto al gusto in corrispondenza dell’immunizzazione con eritrociti di pecora, i titoli anticorpali risultano soppressi rispetto ai controlli, in un disegno che isola l’effetto dell’associazione (Ader & Cohen, 1975). Nel 1982 gli stessi autori portarono la logica su un terreno clinicamente più “pesante”: in un modello murino di lupus (New Zealand hybrid), la condizione di immunosoppressione associata al segnale gustativo rallenta la progressione di proteinuria e mortalità rispetto ai controlli, mostrando che l’apprendimento può modulare l’andamento di una malattia autoimmune in modo misurabile (Ader & Cohen, 1982). Anche qui la forza sta nella natura dell’endpoint: non solo un biomarcatore, ma un decorso.

Da allora, una parte della letteratura ha cercato di capire quali strutture cerebrali rendano possibile questo collegamento tra apprendimento condizionato e immunità. Una rassegna sperimentale utile, perché discute dati di lesione e dissociazioni funzionali tra regioni, sintetizza risultati che coinvolgono insula, amigdala e ipotalamo ventromediale, con ruoli diversi tra acquisizione e richiamo della risposta condizionata, e con un impatto misurabile su proliferazione linfocitaria e citochine (Pacheco-López et al., 2005). La conclusione operativa è che “placebo-like” in questo contesto significa soprattutto “risposta fisiologica condizionata”: un output immunitario che dipende dall’apprendimento di segnali ambientali, indipendentemente dalla somministrazione di un principio attivo.

Passiamo ora al secondo punto, quello del coinvolgimento dei proprietari degli animali e degli operatori veterinari. Quando si esce dal laboratorio e si entra nella clinica veterinaria, le cose si complicano per un motivo banale: gran parte delle misure passa attraverso un osservatore umano. Quanto di ciò che chiamiamo “risposta al placebo” è un cambiamento dell’animale e quanto è un cambiamento nella lettura che proprietari e clinici danno dei suoi sintomi? In un trial su cani con zoppia da osteoartrosi, Conzemius ed Evans hanno quantificato in modo esplicito il caregiver placebo effect: una quota ampia di proprietari e veterinari riporta miglioramenti anche durante placebo, mentre la sua misura oggettiva rimane, in media, invariata (Conzemius & Evans, 2012). Il contesto può cambiare il comportamento e la fisiologia dell’animale, e può anche cambiare l’osservazione umana, con pesi diversi a seconda dell’endpoint.

Un risultato analogo, con endpoint clinico rilevante e alta variabilità spontanea, emerge in neurobiologia. In una meta-analisi dei pochi trial prospettici placebo-controllati nell’epilessia canina, una quota consistente di cani mostra riduzioni della frequenza di crisi durante placebo rispetto al baseline, e circa un terzo rientra nella definizione di “responder” con riduzione ≥50% (Muñana et al., 2010).

Quindi?

Volendo condensare il punto: esistono risposte placebo in diversi animali, intese come effetti di apprendimento e aspettativa non verbale che diventano fisiologia misurabile; nel dolore queste risposte possono dipendere da sistemi oppioidi endogeni e, oggi, possono essere mappate fino a circuiti identificati con strumenti causali; nell’immunità esistono esempi storici robusti di modulazione condizionata con endpoint immunologici e, in alcuni modelli, con impatto su decorso di malattia.

A questi effetti dimostrati e studiati tanto a livello biochimico che neurobiologico e comportamentale, si aggiungono gli effetti di aspettativa dei padroni degli animali e degli operatori veterinari, che funzionano come placebo per essi, e che confondono la percezione oggettiva dei miglioramenti dopo trattamento.

Dunque, anche nella cura degli animali, l’omeopatia è al più un utile placebo – che funziona in animale come in uomo, sotto le condizioni opportune – e nei casi peggiori è però un’illusione del padrone che crede di vedere miglioramenti mentre la povera bestiola non può convincerlo del contrario.

FONTI:

Ader, R., & Cohen, N. (1975). Behaviorally conditioned immunosuppression. Psychosomatic Medicine, 37(4), 333–340. https://doi.org/10.1097/00006842-197507000-00007

Ader, R., & Cohen, N. (1982). Behaviorally conditioned immunosuppression and murine systemic lupus erythematosus. Science, 215(4539), 1534–1536. https://doi.org/10.1126/science.7063864

Bryant, C. D., Roberts, K. W., Culbertson, C. S., Le, A., Evans, C. J., & Fanselow, M. S. (2009). Pavlovian conditioning of multiple opioid-like responses in mice. Drug and Alcohol Dependence, 103(1–2), 74–83. (Disponibile anche in PubMed Central, PMCID: PMC3085957).

Chen, C., Niehaus, J. K., Dinc, F., Huang, K. L., Barnette, A. L., Tassou, A., Shuster, S. A., Wang, L., Lemire, A., Menon, V., Ritola, K., Hantman, A., Zeng, H., Schnitzer, M. J., & Scherrer, G. (2024). Neural circuit basis of placebo pain relief. Nature. https://doi.org/10.1038/s41586-024-07816-z

Conzemius, M. G., & Evans, R. B. (2012). Caregiver placebo effect for dogs with lameness from osteoarthritis. Journal of the American Veterinary Medical Association, 241(10), 1314–1319. https://doi.org/10.2460/javma.241.10.1314

Keller, A., Akintola, T., & Colloca, L. (2018). Placebo analgesia in rodents: Current and future research. International Review of Neurobiology, 138, 1–15. https://doi.org/10.1016/bs.irn.2018.02.001

Nolan TA, Price DD, Caudle RM, Murphy NP, Neubert JK. Placebo-induced analgesia in an operant pain model in rats. Pain. 2012 Oct;153(10):2009-2016. doi: 10.1016/j.pain.2012.04.026. Epub 2012 Aug 4. PMID: 22871471; PMCID: PMC3445785.

Muñana, K. R., Zhang, D., & Patterson, E. E. (2010). Placebo effect in canine epilepsy trials. Journal of Veterinary Internal Medicine, 24(1), 166–170. https://doi.org/10.1111/j.1939-1676.2009.0407.x

Pacheco-López, G., Niemi, M.-B., Kou, W., Härting, M., Fandrey, J., & Schedlowski, M. (2005). Neural substrates for behaviorally conditioned immunosuppression in the rat. Journal of Neuroscience, 25(9), 2330–2337. (Disponibile anche in PubMed Central, PMCID: PMC6726099).

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