IO NON HO VOTATO PER MATTEO RENZI come SEGRETARIO PD (e neppure come PRESIDENTE DEL CONSIGLIO)

lunedì 8 dicembre 2014

Maresciallo Silvio Novembre

Vedendo la miniserie  

Qualunque cosa succeda Giorgio Ambrosoli 

Trasmessa da Rai 1 Lunedì e Martedì scorsi (e ancora disponibile in streaming sul sito della Rai Replay) ho voluto cercare qualche notizia relativa a Silvio Novembre, il Maresciallo della Guardia di Finanza che collaborava con Ambrosoli nelle indagini. Ho trovato le tre interviste che seguono.  Quanto è attuale questa storia.  Quante relazioni con i potenti e potentini di oggi!

7 Maggio 1998  L’ INTERVISTA / PARLA L’ EX SOTTUFFICIALE CHE DA 24 ANNI SEGUE LE TRAME DI VILLA WANDA - Il maresciallo Novembre: lo hanno fatto scappare - Il braccio destro di Ambrosoli: " Un insulto al sangue e alle lacrime. Mi vergogno di questo Paese "

5 Marzo 2013  Silvio Novembre. Malinconie da maresciallo per bene - Inviato da Nando dalla Chiesa

28 novembre 2014   Intervista a Silvio Novembre – io e Ambrosoli soli contro Sindona e la P2. di Carlo Bonini – Repubblica.


L' INTERVISTA / PARLA L' EX SOTTUFFICIALE CHE DA 24 ANNI SEGUE LE TRAME DI VILLA WANDA

Il maresciallo Novembre: lo hanno fatto scappare

Il braccio destro di Ambrosoli: " Un insulto al sangue e alle lacrime. Mi vergogno di questo Paese "

L'INTERVISTA / PARLA L'EX SOTTUFFICIALE CHE DA 24 ANNI SEGUE LE TRAME DI VILLA WANDA Il maresciallo Novembre: lo hanno fatto scappare Il braccio destro di Ambrosoli: "Un insulto al sangue e alle lacrime. Mi vergogno di questo Paese" MILANO - Provi a prenderla larga ma lui, al contrario, va dritto al cuore: "Amareggiato? Mi chiede se sono amareggiato? Io sono inferocito, inferocito come una bestia, altro che amareggiato. Aver fatto scappare quello li' e' uno schifo, una cosa indegna di un Paese civile. + un insulto alle lacrime e al sangue versati in vent'anni". Silvio Novembre, il maresciallo Novembre, non dimentica e non riuscira' a dimenticare lunedi' 4 maggio. Perche' il nome e la storia di quello li', di Licio Gelli, non hanno mai abbandonato i suoi pensieri, i suoi ricordi. Figli della Milano del 1974, quando lui, maresciallo della Guardia di Finanza, si ritrovo' solo con Giorgio Ambrosoli a scrivere la storia del crac della "Banca Privata" di Michele Sindona e cosi' a sollevare il lembo di un'Italia oscura. A quella stagione Ambrosoli non sopravvisse, condannato a morte da nemici che non potevano accettare quella sua ostinazione da "eroe borghese". Novembre non ha mai mollato. Dopo il congedo dalla Guardia di Finanza nell'82, ha continuato a lavorare sulle carte e i protagonisti di quella stagione. Da ultimo come consulente del Banco Ambrosiano Veneto nel processo per il crac di Roberto Calvi. Salvo ritrovarsi oggi, a 64 anni, con un nodo che stringe la gola. Quale e' stato il suo primo pensiero quando ha saputo che Gelli per la giustizia italiana e' tornato a essere irreperibile? "Mi sono vergognato del Paese in cui vivo. Abbiamo appena finito di strombazzare la nostra entrata in Europa. E come festeggiamo? Lasciando fuggire un uomo che ha sempre cercato di sottrarsi alla nostra giustizia. Insomma, io vorrei che qualcuno rispondesse a questa domande: sapevamo o no che Gelli era evaso una prima volta dalla Svizzera? Che aveva cercato in tutti i modi di non farsi estradare? Che era stato condannato due volte in Italia e che da mesi, e dico mesi, era nota la data in cui la Cassazione si sarebbe dovuta pronunciare per la sua condanna definitiva a 12 anni per il crac dell'Ambrosiano?". Posto che le sue domande suppongono la risposta "si", a chi intende rivolgerle? "Innanzitutto al ministro dell'Interno. Se non sbaglio e' lui che sovraintende a quanti avrebbero dovuto preoccuparsi, nell'imminenza della sentenza della Cassazione e subito dopo la pronuncia di condanna, che Gelli non si allontanasse indisturbato dalla Toscana. Oltretutto, se non ricordo male, ci sono stati periodi in cui il Viminale e' stato particolarmente sollecito con questo signore. Ad esempio quando gli venne riconosciuta una scorta, pagata con i nostri soldi, per metterlo al riparo da non meglio precisate minacce di morte. Se poi il ministro dell'Interno non vuole rispondere, credo che ad Arezzo ci sia ancora un questore. E guardi che il mio non e' sarcasmo. Perche' se la domanda non avra' risposta meritera' un'ovvia conclusione". Quale? "Che qualcuno ha voluto farlo scappare. E la cosa non mi sorprenderebbe, dal momento che in questo Paese le persone importanti cadono sempre in piedi. Come molti dei signori iscritti alla P2. Su quella loggia massonica e' stata istituita una Commissione parlamentare d'inchiesta, e' stata fatta una legge dello Stato. E come e' finita? In una bolla di sapone". Si sentirebbe "risarcito" se Gelli venisse ritrovato? "Quel che e' successo non puo' essere cancellato. E la cosa che mi amareggia e che mentre facciamo fuggire Gelli, Prodi insiste con gli Usa per riavere la Baraldini. Come potremo mai riaverla, se facciamo queste figure di fronte al mondo? Chi si potra' mai fidare di noi?".
Bonini Carlo
Pagina 17
(7 maggio 1998) - Corriere della Sera


Silvio Novembre. Malinconie da maresciallo per bene
(Tuesday 05 March 2013) - Inviato da Nando dalla Chiesa - Ultimo aggiornamento ()
 Il Fatto Quotidiano 3. 3. 13
La foto vera è un’altra, come sempre. L’istantanea più bella e intensa del popolo di Ambrosoli all’arrivo dei risultati è quella che nessuno ha mai scattato. Ma che si è fissata negli occhi di chi usciva dal teatro Litta, dove i comitati del giovane avvocato si erano riuniti ad attendere l’esito del voto. Proprio davanti all’ingresso, nel passo carraio che dà su corso Magenta, sostava silenzioso un uomo anziano appoggiato a un bastone. Era il maresciallo Novembre. La storia bella e dignitosa di Silvio Novembre è stata narrata in “Un eroe borghese”, il libro che Corrado Stajano dedicò alla vicenda di Giorgio Ambrosoli. E si ritrova anche in quello scritto da Umberto molti anni dopo, “Qualunque cosa succeda”. Novembre, maresciallo della Guardia di Finanza, fu affiancato dai magistrati a Giorgio Ambrosoli che contrastava le malefatte di Michele Sindona, il bancarottiere appoggiato da Giulio Andreotti. Collaborò con bravura tecnica e coraggio civile con l’avvocato, al quale sentì il dovere di garantire anche protezione fisica e un’infinità di ore di straordinario mai retribuite. Non piacque a molti, quella dedizione alla causa. Né a qualche superiore in grado, né all’avvocato di Sindona, Rodolfo Guzzi. Sulla cui agenda, al giorno 4 novembre 1977, venne trovato il seguente appunto: “Riunione con Gelli. Sostituzione di Novembre”.
Il maresciallo rimase accanto a Giorgio Ambrosoli fino alla fine. Nei decenni successivi ha onorato in ogni occasione la sua memoria. E mai ha dimenticato il funerale di quel mattino di luglio del 1979: Milano, una giovane vedova e tre bambini che le camminano accanto; uno, Umberto, il più piccolo, accelerando il passo. Nessun membro del governo presente, solo una pattuglia di amici. Nelle scorse settimane avrà pensato, accidenti se ci avrà pensato, a quel bambino che diventa presidente della Regione. Avrà immaginato la giovane vedova con i capelli ormai tutti bianchi felice per la storia che riscatta quella solitudine indecente. Per questo all’uscita del Litta, Novembre, nelle foto d’archivio alto e robusto, appariva di statura quasi normale, appoggiato al suo bastone.
Negli ultimi tempi il maresciallo non esce più molto di casa. Ma martedì aveva voluto esserci, per festeggiare il bimbo del “suo” avvocato. Non gli è stato consentito, per libera scelta degli elettori. I suoi occhi erano fessure doloranti, lame silenziose di malinconia che parlavano all’Italia per bene e la interrogavano, le parole non gli venivano, aveva un groppo in gola. Nessuno lo ha scorto. Piccola Italia con le telecamere e i telefonini sempre in mano…
La foto che nessuno ha scattato ti si pianta nell’anima. Perciò vien da pensare che sarebbe stato bello se lui a sua volta, due giorni dopo, avesse potuto incidersi nella memoria una scuola dal nome romantico, “Le ali della libertà”, un nome deciso dagli alunni per una media inferiore a Pozzo d’Adda, località Vaprio, un edificio basso e moderno nella grande provincia a est di Milano, intorno gli alberi con i primi nidi in attesa della primavera. Se avesse potuto vedere la disciplina educata e partecipe dei ragazzini, altro che l’anarchia chiassosa di certe scuole, fedele riflesso della società adulta. Lì i futuri cittadini si allenano a pensare alla politica con un “loro” consiglio comunale.
Portano nomi esotici: Felipe, Carlos, Denis, ma anche Sara e Mattia, Elisa e Marco, Mattia e Nicolò, Gemma e Alberto. Ruotano le immagini che hanno segnato la storia della lotta dell’Italia onesta contro la criminalità organizzata. Denis,  il sindaco undicenne dei ragazzi e delle ragazze, dà il benvenuto a nome di tutti, sotto una leggera cresta nera. Dalle fotocopie di libri e articoli giungono domande vive. Alcune ricorrenti in queste occasioni: si può sconfiggere la mafia, come è nata la mafia, noi che cosa possiamo fare. Ma anche altre più nuove: la mafia in Lombardia, come la riconosciamo, ci sono persone di cui fidarsi. Al di là delle idee politiche che avranno, non saranno cittadini bendati e pronti all’ammasso qualunquista. C’è una professoressa che sembra la prima regista di questa impresa collettiva, Silvia si chiama. Non è sola e si vede. Una scuola, molti insegnanti, un Comune. C’è proprio tutto quel che sarebbe piaciuto all’avvocato morto di onestà. Giona, terza media, si avvicina alla fine per sussurrare pudicamente all’orecchio il suo messaggio: “Certe persone, anche se non ci sono più, rimangono vicine”. 
Con orgoglio l’ospite viene portato nelle aule vuote per fargli ammirare le primizie tecnologiche. E però quel che più balza all’occhio ha un meraviglioso sapore di antico. Le classi sono tenute in ordine perfetto. I banchi sono colmi di libri, di astucci e di cartelle, tutti aperti come è aperta la porta delle aule. Nella certezza che nessuno toccherà niente. Ecco perché qui nessuno ha chiesto se bisogna denunciare i furti che si subiscono a scuola. Sembra un sogno. Dovrebbe venire qui, maresciallo Novembre. Nella Lombardia dalla morale sbrigativa che ha voltato le spalle al bimbo del “suo”
avvocato, nascono nuove generazioni di cittadini. Lontane dalle urne, ma già educate al civismo per cui cadde l’eroe borghese.



Intervista a Silvio Novembre – io e Ambrosoli soli contro Sindona e la P2. di Carlo Bonini – Repubblica.

28 novembre 2014
Seduto nel salone di una casa al pian terreno che profuma di un’accoglienza pulita e in cui ogni oggetto racconta di un tempo e di un’Italia che non ci sono più, un uomo di 81 anni nato ad Alseno, piccolo comune del piacentino, fruga nei ricordi di anni cruciali della storia di questo Paese con la forza, la dignità e la compostezza di chi non si è mai arreso. Si chiama Silvio Novembre. Un nome che dirà poco ad almeno due generazioni di italiani. A chi è nato dopo 1’11 luglio del 1979, la notte in cui quattro colpi di una 357 Magnum, armata dal bancarottiere di Cosa Nostra Michele Sindona e — impugnata dal killer italo-americano William Joseph Aricò, spensero la vita di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, la grande tasca della politica fino al giorno del suo crack da 800 miliardi di lire. Quel lontanissimo giorno di luglio, Silvio Novembre indossava ancora l’uniforme di maresciallo della Guardia di Finanza. Era l’ufficiale di polizia giudiziaria che con Giorgio Ambrosoli e la magistratura milanese, era venuto a capo del sistema Sindona. Contro, Pierfrancesco Favino, che nel ruolo di Giorgio Ambrosoli (qui sopra) è il protagonista della fiction Qualunque cosa succedo. A sinistra, Andrea Gherpelli nella parte del maresciallo Silvio Novembre (nella foto alla sua destra, oggi) *** Massimo Popolizio (a sinistra) nella fiction Qualunque cosa succeda è Michele Sindona (qui sopra, durante il processo nel dicembre del 1984) tutto e tutti. La Democrazia di Andreotti, il Psi, le gerarchie della Guardia di Finanza e pezzi della magistratura fedeli non al giuramento della Costituzione, ma a quello della loggia P2 di Licio Gelli. «Sl. Contro tutto e tutti», annuisce Novembre. E a qualunque costo. Qualunque cosa succeda, come Ambrosoli ebbe a scrivere in una lettera alla moglie Annalori e titolo del libro che il figlio Umberto avrebbe dedicato alla sua vicenda. Epitaffio di una vita e ora film e manifesto civile che la Rai ha prodotto e trasmetterà in due puntate 17 e il 2 dicembre su Rai l Ora, nelle mani di Silvio Novembre, Giorgio Ambrosoli è una foto in bianco e nero in cima ad una cornice d’argento, che mostra con orgoglio e commozione. Ma quella storia – che è anche e innanzitutto la sua, per la quale la Guardia di Finanza lo ha riscoperto come «testimone vivente» nelle lezioni ai giovani sottufficiali e per la quale a inizio dicembre il Comune di Milano gli consegnerà l’ Ambrogino d’oro – non si è mai interrotta.
«lo e Giorgio avevamo sei mesi di differenza di età. Lo uccisero la notte prima del mio compleanno, che è il 12 luglio, e che dal 1979 ho smesso per questo di festeggiare. La notte dell’ll persi lui, il mio amico. E 1’1l dicembre di quello stesso anno persi per un tumore mia moglie. Assunta… Ci eravamo sposati nel ’62 e quando arrivammo a Milano venimmo a vivere in questa casa. Dove sono rimasto da allora». Che effetto le ha fatto rivedersi con Ambrosoli in un film? «La felicità di pensare che l’esempio limpido di Giorgio e il suo sacrificio siano ancora in grado di dire qualcosa alle nuove generazioni. Perché questo Paese è meglio di quello che sembra, lo sa? Lo pensavo nel ’79 e lo penso oggi. Le persone perbene sono di più dei ladri, che pure abbondano. Ma hanno bisogno di non sentirsi sole. E poi, penso sia utile ricordare la vicenda della Banca Privata Italiana, perché il “sistema Sindona”, nel tempo, ha avuto illustri epigoni. Basta scorrere le cronache. Ha cambiato veste e nome degli strumenti finanziari, certo. Ma la filosofia è rimasta in fondo la stessa. Talvolta anche con nomi ricorrenti». È vero – come si vede nel film – che ci volle del tempo perché Ambrosoli vincesse la diffidenza iniziale nei suoi confronti?
La copertina della nuova edizione del libro di Umberto Ambrosoli Qualunque cosa succeda (Sironi Editore, pp. 347, euro 15,30) «Io e Giorgio avevamo caratteri molto simili E questo non aiutò a rompere subito il ghiaccio. Ma Giorgio aveva ragione a dubitare. Non del sottoscritto, tanto è vero che sarebbe nata un’amicizia che, ancora oggi, lega la mia e la sua famiglia. Ma per l’uniforme che indossavo. La Guardia di Finanza di quegli anni, diciamo così, aveva dei problemini». II generale Raffaele Giudice, comandante generale della Guardia di Finanza dal 1974 al1978,gli anni della vostra inchiesta sulla Banca Privata di Sindona, era iscritto alla P2. E con lui almeno altri cinque generali delle Fiamme gialle.
«Appunto. Durante l’inchiesta tentarono di trasferirmi due volte. E la seconda volta ci volle l’impegno di Giorgio e quello del pubblico ministero Guido Viola per farmi restare dov’ero». Oltre all’amicizia e alla stima reciproca, cosa rese speciale il suo rapporto con Ambrosoli, al punto da fargli ritenere, come scrissenei suoi appunti,che la sua presenza era per lui fondamentale?
«Messi insieme, non eravamo una somma ma una moltiplicazione. Senza di lui, io valevo un quarto, non la metà. E lo stesso lui senza di me. Giorgio ci metteva la grande competenza tecnica, la capacità di analisi. Io, la forza dei miei quarant’anni. La voglia di buttare giù i muri. Sempre».
Come arrivaste ad afferrare il bandolo del «sistema Sindona», la famosa Fasco, la società con sede in Liechtenstein, cuore della holding e «statone di transito e cambio» dei depositi fiduciari attraverso cui Sindona «moltiplicò» e insieme fece scomparire 300 miliardi di lire? «Con un colpo di fortuna. La Finabank di Ginevra, che era controllata dalla Banca Privata, inviò un fax negli uffici di Milano della Banca in cui ci comunicava che aveva in pancia le azioni Fasco. Ma il fax, per errore, fu inviato non sul numero dell’ufficio di Sindona, dove sarebbe dovuto finire e dove Giorgio aveva scelto di non stare, ma su quello degli uffici della Banca Privata che utilizzavamo noi. Questo consentì a Giorgio, in qualità di commissario liquidatore, di ottenere le azioni dalla Fasco, di diventarne amministratore e dunque di accedere al motore del “sistema Sindona”. Che, in fondo, era semplice. I capitali lasciavano l’Italia per la Svizzera e da lì rientravano in Italia anonimi, su conti fruttiferi di cui la Finabank era formalmente titolare. Ma i cui beneficiari erano la Politica e gli amministratori di società a partecipazione pubblica». Quando capiste In quale inferno eravate precipitati? «Molto presto. Direi quando lo Ior, la Banca vaticana, non venne ammessa allo stato passivo della Banca. E, naturalmente, quando scoprimmo e cominciammo ad analizzare la contabilità grigia dell’Istituto». E il famigerato «elenco dei 500»? La lista dei depositari «anonimi» di Sindona?
«Non riuscimmo mai ad ottenere tutti i 500 nomi che si nascondevano dietro i depositi fiduciari. Ma se le dico che c’era il Governo del Paese di allora e i suoi boiardi, non sbaglio». Chi era per lei Sindona nel 1974? E che ricordo ne ha oggi? «Allora, Sindona per me era la personificazione del Male assoluto. Forse, oggi, dopo aver visto di peggio, avrei un giudizio più articolato. Certo, Sindona era e resta l’uomo che ordinò la morte di Giorgio. Lo incontrai la prima volta prima del Natale dell’80, nel carcere di New York, durante una rogatoria. A un certo punto rimanemmo da soli. Io scartai una tavoletta di cioccolato e lui mi chiese la carta stagnola per farne degli origami, NELLA FICTION PIERFRANCESCO FAVINO È GIORGIO AMBROSOLI. HO FATTO IL RITRATTO DI UN UOMO PERBENE «per ricostruire sullo schermo Giorgio Ambrosoli, sono partito dal libro del figlio Umberto che avevo letto ancor prima di cominciare a girare. Ho cercato di restituire l’aspetto più intimo e familiare di quest’uomo rigoroso e onesto». Pierfrancesco Favi-no è l’avvocato milanese In qualunque cosa succeda, miniserie prodotta da Matteo Levi e RaiFiction e diretta da Alberto Negrin. La fiction (in onda su Rail, l’l e il 2 dicembre) è tratta dal libro del figlio Umberto Ambrosoli, che aveva solo sette anni quando, nel 1979, Giorgio Ambrosoli fu ucciso da un sicario di Michele Sindona: la ricostruzione della vicenda giudiziaria, gli scontri di Ambrosoli col potere politico (Andreotti in primis) e la sua instancabile ricerca della verità, non sono il cuore della storia (quella l’ha raccontata nel ’95 Michele Placido nel bel film Un eroe borghese, con Fabrizio Bentivoglio). Quello ricostruito nella fiction di di Negrin è soprattutto il ritratto di un uomo perbene, dedito al lavoro, innamorato di sua moglie Annalori (Anita Caprioli) e dei suoi tre figli, di cui si occupa con infinita tenerezza.
Favino ha incontrato la signora Ambrosoli e i figli Francesca e Umberto (Filippo purtroppo è morto nel 2009). «Ma non ho voluto scavare nella loro memoria. Ho un grande pudore e rispetto del dolore e della vita degli altri» racconta. «Però, per capir edavvero chi era Ambrosoli, sono partito dal suo matrimonio con Annalori. Un uomo che sposa una donna con tanta fantasia e coraggio ha dentro di sé, al di la del rigore e dell’apparente freddezza, un animo ironico e appassionato. E una passione morale che, nel suo lavoro, lo porterà a rischiare tutto per arrivare alla verità». Negli ultimi anni lei ha portato sullo schermo Bartali, il sindacalista Giuseppe Di Vittorio, il generale Della Rovere, l’anarchico Pinelli.Hanno lasciato una traccia su di lei?«Si Non è casuale per un attore scegliere un ruolo piuttosto che un altro. Ognuno di quegli uomini incarna valori che mi piace-rebbefare il più possibile miei: il senso della realtà di Bartali, la fiducia nella giustizia sociale di Di Vittorio, l’orgoglio di Bertone/Della Rovere, l’amore per la libertà di Pinelli». E Giorgio Ambrosoli? «La necessità di fare il proprio dovere. Sempre». (federica lambert( zanardi) Favino con e Anita Caprioli in Qualunque cosa succeda, su Rail lunedì e martedì prossimo hobby da cui era ossessionato. Rifiutai e lui mi disse: “Lei ce l’ha con me. Perché?”». E lei che rispose?
«Quello che meritava. E che resterà per sempre tra me e lui, che non c’è più». Sindona morì di un caffè avvelenato al cianuro il 22 marco del 1986 nel carcere di Voghera, dopo la condanna all’ergastolo per l’omicidio Ambrosoli. Un suicidio, come concluse la magistratura?
«Non ho dubbi. Sindona si uccise. E lo dico non solo perché l’inchiesta giudiziaria sulla sua morte fu condotta in modo egregio, ma anche per un motivo logico. Sindona non aveva più segreti da nascondere e con cui ricattare. Avevamo scoperto tutto. I suoi le- garni con la Mafia, lo Ior, la De di Andreotti, la P2. Sindona si uccise perché non poteva sopportare l’idea di passare il resto dei suoi giorni dietro le sbarre». Non le capita di pensare che Ambrosoli si sarebbe potuto salvare?
«Spesso. Ma Giorgio era fatto così: fu lui a rifiutare due volte la scorta dopo le minacce. Detto questo, era un altro tempo. In quegli armi, in Italia si moriva ogni giorno per mano del terrorismo. E, per altro, nessuno pensava che Sindona potesse ordinarne la morte dopo che eravamo arrivati a incastrarlo. Anche perché questo avrebbe significato firmare l’omicidio. Purtroppo non valse la logica».
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