IO NON HO VOTATO PER MATTEO RENZI come SEGRETARIO PD (e neppure come PRESIDENTE DEL CONSIGLIO)

martedì 19 aprile 2016

Marica Di Pierri, Giornalista, attivista di A Sud e presidente del CDCA - Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali
Referendum, the day after. Facciamo chiarezza
Pubblicato: 18/04/2016 19:16 CEST Aggiornato: 24 minuti fa
Tratto da:  http://www.huffingtonpost.it/marica-di-pierri/referendum-the-day-after-facciamo-chiarezza_b_9721530.html


AGF
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Il portato del voto referendario al di la delle strumentalizzazioni politiche e della campagna di mistificazione e boicottaggio
Le premesse
Il referendum popolare sulle trivellazioni in mare ha portato ieri alle urne, nonostante l'assordante silenzio mediatico e gli incessanti tentativi di delegittimazione e boicottaggio, più di 15 milioni di cittadini ed ha avuto il merito di imporre finalmente nel dibattito pubblicouna discussione non più rimandabile sul modello energetico, i suoi impatti sui territori e l'urgenza di procedere verso un'economia a bassa intensità di carbonio.
Questo risultato, tutt'altro che scontato, rappresenta già, di per sé, l'importante affermazione - in termini di consenso pubblico - di una visione radicalmente alternativa a quella vigente rispetto alla tutela ambientale e al modo di produrre energia.
A questo grande passo in avanti va sommata - è importante ricordarlo - l'altra grande vittoria riconducibile all'iniziativa referendaria: è stato infatti soltanto grazie alla mobilitazione popolare di migliaia di cittadini e centinaia di comitati e associazioni, raccolta poi dalle Regioni che hanno formalmente chiesto la convocazione del referendum, se il contenuto di 5 dei 6 quesiti estesi per il voto popolare è stato recepito nella legge di stabilità di dicembre, costringendo il governo ad una marcia indietro in assoluta controtendenza rispetto alla direzione precedentemente intrapresa.
Tra i principi reintrodotti dal governo con la chiara intenzione di evitare di aggiungere altri quesiti al voto di ieri troviamo il ripristino del divieto di nuove concessioni estrattive entro le 12 miglia, introdotto per la prima volta nel 2010 - non nel 2006 come i detrattori del referendum hanno più volte affermato - ed eliminato poi nel 2012 dal decreto sviluppo salvo ricomparire nella legge di stabilità del dicembre scorso non certo per una ritrovata velleità ambientalista dell'esecutivo di unità nazionale.

Per la medesima via è stata ottenuta dal movimento referendario la sostanzialecancellazione del contestatissimo art.38 del decreto Sblocca Italia che avrebbe messo una pietra tombale sulla possibilità degli enti locali di dire la propria in materia energetica, anche in presenza di progetti impattanti per il territorio.
Sono ben 27 i procedimenti concessori bloccati grazie all'infaticabile pressione esercitata sul governo. Se non avessimo in tal modo osteggiato la piena implementazione dello Sblocca Italia e della Strategia Energetica Nazionale del marzo 2013 (governo Monti) staremmo oggi combattendo in tutto il paese contro ilraddoppio delle frontiere estrattive in terra e in mare.
Questi elementi, di grande importanza, sono da ricordare a mo' di premessa a chiunque abbia come obiettivo la ridicolizzazione del referendum quale strumento di democrazia diretta, utile non solo alla cancellazione di norme sbagliate, ma anche ad indirizzare chi ci governa verso scelte virtuose.
Una corsa ad ostacoli e contro il tempo
Prima di provare a tirare un bilancio del voto e a proporre alcune riflessioni estensive, è utile passare in rassegna i numerosissimi tentativi di boicottaggio che il referendum ha subito:
- il brevissimo tempo concesso per la campagna referendaria, pari al minimo previsto dalla legge (la data poteva essere individuata tra il 15 aprile e il 15 giugno: il 17 aprile era la prima domenica utile). Un mese e mezzo in tutto non è un tempo congruo per permettere di muovere efficacemente la macchina organizzativa e rendere quanto più capillare possibile la diffusione di informazioni: due mesi di tempo in più avrebbero fatto la differenza;
- il governo ha scientemente deciso di non accorpare il referendum alle amministrative e per scongiurare il raggiungimento del quorum ha speso in tal modo ben 340 milioni di euro di soldi pubblici. Sarebbe bastato un decreto legge (il governo vi ricorre piuttosto spesso, questa volta cosa ostava?) come avvenuto nel 2009 per evitare di spendere una cifra che equivale esattamente al gettito di royalties che lo stato italiano riceve annualmente;
- i dati diffusi dall'AGCOM - Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, hanno rilevato una tardiva e inadeguata copertura mediatica sull'appuntamento referendario, rendendo difficile una efficace circolazione di informazioni sull'appuntamento;
- il Comitato del NO (i cosiddetti "Ottimisti e Razionali"), formato da pochi (e ben pagati) lobbisti, ha speso fior di quattrini di pubblicità ingannevoli in Tv e sul web, ed ha inquinato la campagna referendaria con dati falsi e mistificatori che hanno spostato l'attenzione su conseguenze inesistenti, come gli 11.000 posti di lavoro a rischio inventati di sana pianta (la fonte di questi dati qual è? non ci è mai stato dato saperlo) o come la bufala della indipendenza energetica, per la quale è evidentemente irrilevante l'esigua quantità di idrocarburi presenti nei nostri mari;
- i continui ed esecrabili appelli all'astensione da parte delle forze di governo cui si sono unite le cadute di stile di rappresentanti istituzionali di rilievo come il Presidente della Repubblica emerito Giorgio Napolitano, che da garante della costituzione si è trasformato - ahi lui! - in maldestro tifoso di parte, e specificamente della parte che invita i cittadini a disinteressarsi della cosa pubblica;
- le migliaia di segnalazioni che hanno registrato ostacoli al voto di ogni genere durante le operazioni elettorali: seggi senza urne, Presidenti di seggio assenti, file chilometriche agli uffici elettorali, problemi per il voto dei rappresentanti di lista fuori sede.
Il portato referendario al di là della strumentalizzazione politica
Nonostante tutto ciò, il 32% dei cittadini italiani è andato alle urne, esprimendo una schiacciante maggioranza di voti favorevoli all'abrogazione (85,84%).
E' bene ricordare che nel 2014 alle elezioni europee i voti espressi per il PD erano poco poi di 11 milioni. Quei risultati vennero letti e gridati ai quattro venti come un plebiscito a sostegno del governo. Nella tornata referendaria di ieri le persone che hanno votato Sì hanno superato i 13 milioni 300mila cittadini. Se i numeri non sono un'opinione, il plebiscito per un nuovo modello energetico è servito.
Tecnicamente il quorum non è stato raggiunto, ma politicamente l'indicazione che esce dalle urne non può essere ignorata. Invece, a pochissimi minuti dalla chiusura dei seggi, mentre ancora le rilevazioni non erano concluse, il solito epico Discorsetto alla Nazione del premier Renzi (non è corretto parlare di conferenza stampa in assenza di qualsivoglia contraddittorio) ha provato a ridurre il senso del referendum ad una lotta interna al suo - poco democratico - Partito democratico.
Ad aiutarlo a restituire la levatura della classe politica che ci governa aveva pensato poche ore prima il deputato Ernesto Carbone con uno sfortunato tweet in cui ridicolizzava i cittadini recatesi alle urne: a Carbone rispondiamo con forza che Sì, in democrazia, in ultima istanza, l'importante è proprio partecipare, e non decidere a porte chiuse a danno di tutti e a favore di pochi.
Viene da chiedersi con quale faccia, dopo questo ennesimo regalo alle multinazionali del petrolio, il governo Renzi si presenterà a New York il prossimo 22 aprile per la ratifica dell'Accordo di Parigi sul contrasto al Cambiamento Climatico. Accordo che impegna anche l'Italia a ridurre le emissioni atmosferiche, a partire da quelle causate dallo sfruttamento degli idrocarburi.
E ora?
Il mancato raggiungimento del quorum lascia anzitutto due importanti questioni aperte. 
La prima riguarda le almeno 5 concessioni che stanno continuando ad operare nei nostri mari con autorizzazione scaduta. Le imprese hanno chiesto proroga al MISE che non si è pronunciato. A queste concessioni non potrà applicarsi la normativa non abrogata dal referendum, applicandosi quest'ultima alle concessioni in vigore e non a quelle scadute.
Per questa ragione la prossima mossa di associazioni e comitati sarà inviare formale diffida al MISE per la chiusura di tutti e 5 i procedimenti in questione.
Secondo problema riguarda la violazione della normativa europea ad opera del principio sottoposto a referendum. Sul punto è già stata presentata una interrogazione alla Commissione Europea proposta da Barbara Spinelli, a cui si stanno unendo le firme di numerosi europarlamentari: l'interrogazione chiede alla Commissione se sia opportuno avviare una verifica di compatibilità tra la durata ad libitum delle concessioni estrattive e la Direttiva 94/22/CE che tutela la concorrenza da forme di oligopolio.
Più in generale, questo referendum ci ha confermato quanto è rilevante, per l'esercizio democratico, il ruolo di una corretta informazione.
Sarebbe il caso che i giornalisti non cedessero in queste ore alla tentazione di ridurre il dibattito post referendario a giochi di posizione e beghe politiche interne al PD e riprendessero invece a fare il proprio dovere: a fare inchiesta, a scoprire se le normative ambientali vengono rispettate, se le concessioni sono regolari, se prenderemo più o meno Royalties per via del referendum. Prima, se possibile, che li stimoli come sempre avviene l'operato della magistratura.
Sarebbe il caso, aggiungo, anche che i cittadini tornassero ad essere tali, che scegliessero la cittadinanza attiva e consapevole, che si informassero senza dover attendere sempre di essere imboccati. Disaffezione e sfiducia non sono elementi sufficienti a legittimare o giustificare la scelta di non scegliere.
Sembra assurdo doverlo precisare, ma di per sé la vittoria dell'astensione non è una mai vittoria (tantomeno del governo, a meno che non si consideri vittoria l'aver favorito imprese petrolifere multimilionarie). E' al contrario una sconfitta della democrazia. Di qualunque tipo di elezione si tratti.
Il risultato del referendum è ad ogni modo per il paese un ottimo punto di partenza. Da oggi lavoreremo per continuare a rafforzare tanto a livello territoriale che nazionale il movimento di opinione contrario a politiche energetiche e produttive inquinanti. A partire da quei luoghi in cui le conseguenze dello sfruttamento petrolifero sono ben visibili, e che infatti hanno visto recarsi alle urne moltissimi cittadini: dalla Basilicata, che ha raggiunto il quorum, al Veneto, alla Puglia.
Infine, questo referendum ha aiutato a spostare l'asse del conflitto nel paese: al centro dell'attenzione oggi c'è il rapporto tra enti locali e governo centrale. Problema che si riproporrà con forza ancora maggiore nella campagna per il referendum sulla riforma che sta tentando di stravolgere la nostra Costituzione e di riscrivere il titolo V, erodendo poteri e facoltà alle Regioni in barba alla quantomai necessaria redistribuzione di potere decisionale verso i cittadini.
Come hanno scritto in tanti ieri dopo la diffusione dei dati sull'affluenza: se non siamo riusciti a fermare le trivelle, fermeremo chi le muove. 
Ci vediamo a ottobre. 

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