IO NON HO VOTATO PER MATTEO RENZI come SEGRETARIO PD (e neppure come PRESIDENTE DEL CONSIGLIO)

mercoledì 17 febbraio 2010

Un'altra analisi sui "teodem" nel PD


BINETTI, LE RESPONSABILITA’

Dare addosso al PD è sport praticatissimo. Non nego che vi sia nel PD il problema di corrispondere compiutamente al suo statuto ideale di partito plurale. Ma non mi sento di leggere in questa chiave l’annunciatissimo abbandono della Binetti. Un tormentone (“esco, non esco”) cui era tempo che si ponesse la parola fine. Fuor di ipocrisia, la domanda più appropriata non è quella del perché la Binetti sia uscita dal PD, ma del perché mai vi sia entrata. Le parole più acute e meno convenzionali le ha pronunciate Arturo Parisi. All’origine stanno semmai un equivoco e la responsabilità di chi, Rutelli in primis, ha avallato o addirittura patrocinato la costituzione dapprima in Margherita e poi nel PD di un’aggregazione politica autodenominatasi (sottolineo: denominatasi da sé) “teodem”. Espressione contraddittoria e persino blasfema sotto il profilo religioso (letteralmente: i Democratici di Dio, simile a Hezbollah; Dio è uno, la democrazia è dei molti) e in radice incompatibile non dico con un partito laico, ma, di più, con ogni partito moderno. Una ragione sociale di natura confessionale anzichè politica. Un’impostazione in aperto contrasto con elementari e fondamentali distinzioni conciliari: in politica, ammoniva Jacques Maritain, ci si sta “da cristiani” e non “in quanto cristiani”, cioè coerenti con la propria coscienza cristiana, ma “in quanto cittadini”, dandosi una “ragion politica” e di partito. Una responsabilità, lo segnalo a Castagnetti, che, per quota, va ascritta anche ai veri cattolici democratici. Essi, nel cui statuto ideale sta la laicità della politica conquistata a caro prezzo, avrebbero dovuto più energicamente contestare sin dall’origine quella contraddizione e non contentarsi di temperarla o distinguersene “in rappresentanza della maggioranza dei credenti (immagino da intendersi come cattolici, n.d.r.)” dentro la Margherita prima e il PD poi. Una responsabilità, ancora, sta in capo a chi ha interpretato il PD, nel suo primo tempo, come partito omnibus, una sorta di assembramento, candidando teodem e imprenditori di destra che poi giustamente ci hanno lasciato. L’abbandono di Binetti e di altri può essere letto anche come il prezzo pagato a un partito finalmente deciso a darsi un’identità politica coerente e riconoscibile. Infine, la responsabilità della Binetti stessa che ha dato mostra di interpretare il partito come un taxi, misconoscendo ogni vincolo di appartenenza e avallando l’idea di godere di superiori protezioni. Un cattivo servizio reso ai cattolici in politica, che alimenta il pregiudizio circa la loro lealtà/affidabilità nelle appartenenze politiche. Laicità è anche questo: condividere diritti e doveri di tutti anche nell’appartenenza a un partito e nel mandato elettorale di cui dare conto ai cittadini.

Franco Monaco (parlamentare PD)

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