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lunedì 25 luglio 2011

Riflessioni dopo Utøya - 1

Tratto da: http://www.corriere.it/editoriali/11_luglio_25/severgnini-follia-aiutata-dalle-armi_38a717d0-b681-11e0-b3db-8b396944e2a2.shtml

La strage norvegese e la mitraglietta del killer
Quando la follia è aiutata dalle armi
di BEPPE SEVERGNINI

Domanda: perché un uomo che invocava «l'uso del terrorismo come mezzo per risvegliare le masse» teneva in casa, legalmente, una mitraglietta Ruger Mini 14 semi-automatica?
Perché lo psicopatico che sognava di diventare «il più grande mostro dopo la Seconda guerra mondiale» - il suo diario pubblicato su Internet - ha potuto usare l'arma per condurre il suo sconvolgente safari umano?

In Norvegia ci sono 439.000 cacciatori - uno ogni dieci abitanti - ed esistono leggi severe sulle armi da fuoco: evidentemente, non bastano. Anders Behring Breivik ha confessato nel suo farneticante memoriale: «Invidio i nostri fratelli Americani perché le leggi sulle armi in Europa fanno schifo in confronto. Sulla domanda ho scritto: "...per la caccia al cervo". Sarei stato tentato di dire la verità: "...per giustiziare marxisti culturali/traditori multiculturali categoria A e B. Giusto per vedere la reazione"».

Simboli celtici e giallisti scandinavi, templari dilettanti e angoli bui nell'anima nordica: si discute di tutto, in queste ore, nel tentativo di spiegare l'inspiegabile. Di armi, però, si parla poco. Quasi fosse inevitabile che un cittadino si procuri una mitraglietta. Un prezzo da pagare alla modernità, uno dei tanti. E invece, se non ci fosse stata quell'arma, l'isoletta di Utoya - latitudine incerta, nome vagamente platonico - sarebbe rimasta un esotico indirizzo locale. I pazzi criminali ci sono sempre stati. Ma uno psicopatico con un coltello ammazza una persona, un fanatico con un fucile ne uccide due o tre. Un folle con una mitraglietta può sterminare dozzine di ragazzini, come se fossero leprotti in un recinto: ora lo sappiamo, purtroppo.

Il mantra dei cittadini armati è noto: «Non sono le armi che uccidono, sono gli uomini». D'accordo: ma gli uomini, senza armi, uccidono meno. O non uccidono proprio. Non è semplicismo: è semplice buon senso per tempi cattivi, anzi pessimi. Qualcuno dirà: un criminale riesce comunque a procurarsi ciò che vuole. Forse è così. Ma la ricerca lascerà tracce, e le tracce destano sospetti. Il placido acquisto di una semi-automatica è una tragedia che aspetta di accadere.
Molti americani, si sa, rifiutano questo discorso. Il diritto di portare armi è scritto nella Costituzione, viene da una storia dura e da una geografia difficile. Resta un fatto: quasi tutte le stragi degli ultimi anni sono avvenute perché lo psicopatico di turno aveva a disposizione un'arma sulla quale non avrebbe dovuto mettere le mani: Virginia Tech USA (2007, 33 morti); Jokela e Kauhajoki in Finlandia (2007 e 2008, 9 e 11 morti); Geneva County, Usa (2009, 10 morti); Bratislava, Slovacchia (2010, 8 morti); Cumbria, Uk (2010, 12 morti); Tucson e Grand Rapids, Usa (2011, 6 e 8 morti).

Certo, potremmo osservare che - salvo eccezioni - queste tragedie sembrano accadere in Paesi disciplinati e socialmente coesi: come se la pressione, senza sbocchi quotidiani, esplodesse con più violenza. Ma rischieremmo di scivolare nella sociologia. Concentriamoci su un fatto, ed è un fatto fondamentale. Una società matura deve prevedere la follia: non potendola evitare completamente, provi a limitarne i danni. Le armi automatiche e semi-automatiche vanno tolte dalla circolazione; le armi sportive, concesse con grandissima cautela.

In molti non sono d'accordo. La soluzione, secondo costoro, non è togliere di mezzo le armi: è armarsi tutti e di più. I sostenitori di questa tesi, nelle ultime ore, hanno invaso i social network e i blog - soprattutto negli Usa - ma non solo. La strage di Oslo - sostengono - dimostra che il «gun control» ha fallito; mentre la presenza di adulti armati sull'isola avrebbe impedito la tragedia. Rifiutano di ammettere che una mitraglietta è il mezzo con cui un omicidio diventa una strage, e una tragedia si trasforma in una catastrofe. Forse perché non avevano figli su quell'isola. Buon per loro.
25 luglio 2011 08:53


Tratto da: http://www.corriere.it/esteri/11_luglio_24/eroe-norvegia-burchia_daffca46-b5e0-11e0-b43a-390fb6586130.shtml

La strage dell'isola di Utøya
Kasper, il tecnico informatico che ha salvato i ragazzini con la sua barca
«Non sono un eroe, tanti avrebbero fatto la stessa cosa». Anche un turista tedesco ha tratto in salvo molte persone

MILANO - Sulla sua piccola barca da pesca ha fatto avanti e indietro, dalla terraferma all’isola, e portato in salvo dozzine di giovani: lui è uno degli «eroi di Utøya», Kasper Ilaug, 53 anni, un tecnico informatico che, senza esitare un attimo, ha deciso di dare il suo aiuto. «Ero davanti alla tv a guardare il Tour de France quando sulla Cnn ho visto la strage che si stava compiendo sull’isola». Pochi minuti dopo l’esplosione nel quartiere governativo di Oslo, a Utøya inizia la strage dei giovani. Le persone fuggono prese dal panico verso l'acqua; alcuni si nascondono dietro le rocce, le mura, i cespugli o tentano di sfuggire lungo la spiaggia. Quando venerdì pomeriggio Kasper Ilaug ha ancorato la sua barca da pesca di sei metri sulle rive dell’isolotto a circa 40 chilometri dalla capitale, si è trovato di fronte decine di ragazzi e ragazze in preda al panico che chiedevano aiuto. «Alzavano le braccia al cielo, agitati, impauriti e sotto choc», ha raccontato alla Cnn. «Poi alcuni di loro si sono fatti coraggio, si sono avvicinati e mi hanno chiesto se anch’io fossi un poliziotto». Un uomo travestito da poliziotto aveva infatti appena fatto fuoco su di loro, uccidendo molti dei loro amici.

IN VIAGGIO VERSO L'ISOLA DELL'ORRORE - Poche ore prima Ilaug si trovava nella sua casa estiva sull'isola di Storøya, vicino a Oslo. «Un amico mi ha chiamato al telefono, dicendomi: “Devi prendere la barca e salvare le persone a Utøya perché lì è accaduto qualcosa di terribile". All'inizio ho pensato che mi prendesse in giro», ha spiegato il programmatore norvegese. Poi non c'è stato un attimo da perdere. Di lì a poco il 53enne ha preso il suo iPad, il cellulare, una giacca di colore giallo chiaro, un casco rosso e gli stivali per proteggersi dalla pioggia ed è corso al molo dov'era ancorata la piccola barca di un conoscente. Un quarto d’ora più tardi si trovava sull’isola dell’orrore. «Mentre mi dirigevo verso Utøya mi è arrivato un sms da un amico che mi metteva in guardia da un pazzo che stava sparando sulla gente; quando ho visto gli elicotteri sopra la mia testa e sentito le urla di disperazione provenire dall’isola ho capito che non si trattava di uno scherzo».

L'AIUTO VIA MARE - Ilaug ha caricato a bordo della piccola imbarcazione dozzine di giovani. «"Grazie, grazie, grazie, grazie", hanno continuato a ripetere i ragazzi per tutto il tragitto». L’uomo ha fatto avanti e indietro per un paio di volte, consapevole del pericolo a cui stava andando incontro. «Non solo rischiavo di capovolgermi, ma con quel casco rosso e la giacca gialla sapevo di essere un bersaglio perfetto per l'omicida», ha detto Ilaug. In ogni caso non vuole essere definito un eroe: «Ci sono molte persone che avrebbero fatto la stessa cosa». Il norvegese non è stato l’unico che, seduta stante, ha deciso di intraprendere qualcosa per fermare la strage. Molti turisti e semplici cittadini in possesso di una barca hanno prestato aiuto in quel tragico pomeriggio di venerdì. Come il tedesco Marcel Gleffe, in vacanza in un campeggio sull’isola di Utvika, sulla sponda opposta all'isolotto teatro dell'orrore, a circa 600 metri di distanza. Il 32enne ha tratto in salvo una ventina di ragazzi dalle acque gelide. «In mare c’erano adolescenti ovunque, fuggiti a nuoto da Utøya. Ho dato loro giubbotti di salvataggio, li ho estratti dall’acqua, trascinati sulla barca e portati a riva», ha spiegato. Marcel Gleffe, tuttavia, sottolinea: «Quello che ho fatto io, e hanno fatto altri con le loro barche private, era una cosa ovvia in quel momento».
Elmar Burchia , 24 luglio 2011 12:38

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