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venerdì 29 maggio 2009

L'Italia e la cooperazione

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Sulla cooperazione governo miope e contraddittorio
Intervista a Rosy Bindi contenuta nel IV Rapporto di Actionaid "L'Italia e la lotta alla povertà nel mondo - Dare credito alla ripresa", presentato il 26 maggio 2009 a Roma.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

26/5/2009


Sulla cooperazione governo miope e contraddittorio
di Rosy Bindi



Pubblichiamo l'intervista a Rosy Bindi contenuta nel IV Rapporto di Actionaid "L'Italia e la lotta alla povertà nel mondo - Dare credito alla ripresa", presentato il 26 maggio 2009 a Roma.


Quali sono, oggi, i punti di forza e di debolezza della Cooperazione allo sviluppo, portata avanti finora dall'Italia? Quale voto merita, secondo lei, in pagella?
Abbiamo spesso ricordato che la cooperazione allo sviluppo è una cifra costitutiva della politica estera italiana nella misura in cui è veicolo di promozione di una vera partnership tra Nord e Sud del mondo e insieme perseguimento di un vero sviluppo umano e rafforzamento dei diritti umani. Occorre però precisare che a questa impostazione non sempre hanno corrisposto scelte e azioni coerenti. Valuto positivamente il fatto che finalmente anche il nostro Paese si stia per dotare di un Piano nazionale sull'efficacia degli aiuti allo sviluppo. Ma qualsiasi riforma delle procedure, della gestione del personale o dei sistemi di rendicontazione dei progetti è destinata ad avere il fiato corto senza una leadership politica chiara e risorse sufficienti a onorare gli impegni che l'Italia ha assunto a livello internazionale. Purtroppo anche su questo fronte il governo Berlusconi si è rivelato miope. Prevale un approccio contraddittorio. Non si può proclamare l'importanza della cooperazione e al tempo stesso adottare nei confronti dell'immigrazione politiche di ordine pubblico, che rasentano anche la violazione di diritti umani fondamentali, e di rifiuto dell' integrazione per gli stranieri che vivono in Italia. L'Italia spende per il contrasto dell'immigrazione irregolare, senza peraltro riuscire a contenerla efficacemente, più di quanto stanziato per la cooperazione. E' un errore declinare i temi della cooperazione e dell'immigrazione secondo la chiave esclusiva della sicurezza. Privare il nostro impegno della carica ideale della solidarietà e sminuire il senso di una missione nazionale più ampia nel promuovere la giustizia sociale sul piano internazionale, è un' operazione culturale pericolosa che conduce infine a scelte legislative discutibili. Si pensi che in uno dei provvedimenti oggi in discussione in Parlamento si prevede una sorta di priorità, nello scegliere i paesi destinatari di aiuto, a favore di quelli con cui abbiamo trattati in tema di immigrazione. In questo modo si predilige un approccio "egoista" dell'aiuto, che lo giustifica solo in funzione del vantaggio, in questo caso meno immigrati, che se ne ricava. Si tratta di una distorsione del senso vero della cooperazione allo sviluppo. Solo investendo nello sviluppo e nella crescita delle aree più povere e depresse del mondo possiamo anche sperare di ridurre il numero di disperati che tentato di raggiungere il nostro paese, fuggendo dalla fame e dalle guerre.

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Anonimo ha detto...

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Qual è la sfida più importante da vincere, nell'ambito della lotta alla povertà in Africa, al G8 della Maddalena? E che tipo di eredità si attende per la Cooperazione italiana dalla sua presidenza al summit?
La crisi economica mondiale rischia di spazzare via le conquiste raggiunte negli ultimi otto anni in molti paesi in via di sviluppo durante il processo per il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio. La stessa Banca mondiale così come il premio Nobel Stiglitz, nel rapporto elaborato per le Nazioni Unite, ricordano che l'aiuto allo sviluppo rimane una componente essenziale dell'intervento pubblico anti-crisi, e invitano gli Stati a destinare una quota degli stanziamenti straordinari che si stanno mettendo in campo anche al sostegno della domanda in questi paesi. L'Africa Sub-Sahariana, peraltro, rappresenta la destinazione più importante dell'aiuto pubblico italiano allo sviluppo. Si tratterà anche di un capitolo decisivo del G8 e sarebbe triste se proprio in occasione della presidenza italiana non si desse adeguata priorità al tema. Mi auguro che il summit della Maddalena sia l'occasione per varare misure concrete, come la cancellazione del debito a tutti quei Paesi che ne hanno bisogno per raggiungere gli Obiettivi del Millennio e lo stanziamento di nuovi fondi per contrastare l'impatto della crisi finanziaria sottoforma di dono e non di prestito. Va abbandonata definitivamente la logica dell'aiuto come strumento di promozione degli interessi economici e commerciali dei Paesi donatori, attraverso l'imposizione ai Paesi beneficiari di condizioni che di fatto compromettono il loro sviluppo futuro, così come la pratica del cosiddetto "aiuto legato". Una crisi globale come quella che stiamo attraversando richiede risposte globali, che riconoscano l'importanza dell'aiuto pubblico allo sviluppo a favore dei Paesi più vulnerabili.

Che tipo di eredità si attende per la Cooperazione italiana dalla sua presidenza al summit?
L'Italia si presenta alla Maddalena con un pessimo biglietto da visita. L'ultima Finanziaria ha più che dimezzato i fondi per la cooperazione, facendole toccare il punto più basso degli ultimi vent'anni e pregiudicando il finanziamento italiano al Fondo Globale per la lotta all'Aids, Tubercolosi e Malaria, altro capitolo certo di discussione tra i leader del G8. Questi tagli sono destinati ad avere conseguenze pesanti nei paesi più poveri e hanno già determinato una perdita di credibilità e di prestigio dell'Italia, tanto più grave nel momento in cui ci accingiamo a ospitare il G8. Tra i grandi Paesi industrializzati siamo gli unici ad aver tagliato i fondi per la cooperazione. Paesi europei più colpiti dalla crisi rispetto all'Italia, come Francia e Spagna, non hanno tagliato i propri aiuti. Nella proposta di nuovo budget presentata al Congresso Usa dall'amministrazione, il presidente Obama è previsto addirittura un incremento del 10 per cento delle spese per l'aiuto pubblico allo sviluppo. La buona notizia del vertice di quest'anno è proprio il cambio della guardia avvenuto al vertice degli Stati Uniti, premessa di una nuova stagione politica nel segno del multilateralismo. Con le sue scelte, però, il nostro governo rischia di condannare l'Italia a un ruolo da comprimario, nonostante la presidenza del summit. C'è da augurarsi che il confronto diretto con i nostri partner internazionali serva almeno a far riscoprire la nostra storica vocazione di paese che sceglie la pace, il dialogo e la cooperazione come strumenti prioritari di promozione della crescita globale e dei diritti umani. E' maturo il tempo per affrontare la sfida di costruire un nuovo e più democratico ordine mondiale.

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Anonimo ha detto...

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Come immagina lo scenario tra quattro anni? Crede che la cooperazione internazionale italiana, entro la fine della legislatura, possa "rientrare" nei parametri europei?
Me lo auguro. L'avvio della legislatura, purtroppo, non è stato incoraggiante e servirebbe un cambio di rotta nella politica del governo. La realtà è che la crisi mondiale incoraggia spinte protezionistiche. In Italia facciamo i conti con una maggioranza che culturalmente ci allontana dal cuore dell'Europa, fortemente condizionata dalle posizioni localistiche e xenofobe della Lega e dagli interessi molto personali del presidente del Consiglio. Berlusconi ha messo al primo posto dell'agenda di governo questioni come il lodo Alfano o la legge sulle intercettazioni. La cooperazione internazionale, come la lotta al precariato o all'evasione fiscale, non è una priorità.

Ritiene che nel 2010 l'Italia arriverà a centrare l'obiettivo prefissato di 7,5 miliardi di euro per la cooperazione internazionale?
Dopo il taglio del 56 per cento delle risorse a disposizione della cooperazione italiana, ipotizzare che fra un anno il nostro paese possa centrare questo obiettivo richiede un grosso sforzo di fantasia. La realtà è che con la scure dell'ultima Finanziaria sono stati azzerati in un colpo solo i passi in avanti compiuti dal governo Prodi. Nei due anni della scorsa legislatura il centrosinistra aveva raddoppiato gli stanziamenti e fatto fronte ai nostri impegni internazionali, compresi quelli presi ma non onorati dal precedente governo Berlusconi. Soprattutto aveva indicato nel DPEF un percorso di progressivo avvicinamento agli obiettivi di Gleneagle, quantificando gli obiettivi specifici da rispettare nelle successive finanziarie. In poco più di sei mesi Berlusconi e Frattini hanno riportato le lancette della cooperazione indietro di vent'anni.

Crede che a dicembre di quest'anno, dopo la valutazione delle trasformazioni della cooperazione italiana degli ultimi cinque anni, l'OCSE valuterà positivamente quello che è stato fatto dal 2004?
La nostra cooperazione deve ancora affrontare alcuni vecchi problemi: un eccesso di burocratizzazione, la carenza di personale e la fatica a coordinarsi con le realtà locali nei paesi beneficiari degli interventi. Vedo però che il tema oramai decennale della riforma della Legge 49, per renderla più moderna ed efficiente, è stato accantonato. Invece occorre prendere atto che sta mutando lo stesso concetto di aiuto pubblico allo sviluppo di fronte a fenomeni nuovi. Pensiamo alla raccolta diretta di fondi presso i cittadini da parte di grandi organizzazione di volontariato, al tema delle rimesse degli immigrati, oramai superiori ai fondi mobilitati dallo Stato, alla forza della cooperazione decentrata, al rapporto tra aiuti mobilitati dal settore privato e cooperazione. Per quanto riguarda le valutazioni OCSE, l'adozione del Piano nazionale sull'efficacia degli aiuti, attraverso il coinvolgimento delle diverse espressioni della società civile, può rappresentare un passo in avanti e rendere più trasparenti le attività di cooperazione. Così come importante è allo sviluppo il tema della trasparenza anche della contabilizzazione degli aiuti della nostra cooperazione, su cui intende lavorare la Commissione esteri alla Camera. Non so quanto questa novità inciderà sulla valutazione dell'OCSE. In ogni caso resta il nodo di fondo della scarsità delle risorse finanziarie messe a disposizione, che riflette una sottovalutazione politica di questo importante capitolo delle relazioni internazionali.



Tratto da: http://www.democraticidavvero.it/adon.pl?act=doc&doc=4157