IO NON HO VOTATO PER MATTEO RENZI come SEGRETARIO PD (e neppure come PRESIDENTE DEL CONSIGLIO)

giovedì 10 luglio 2014

Renzi minaccia di fare in fretta le riforme costituzionali, senza permettere alcun miglioramento. Vuole fare, e forse peggio farà ...più si sentirà potente. Ma chi voterà le SUE riforme?

POLITICA,  10/07/2014

Riforme, si allunga sempre più la lista dei mal di pancia

Chi sono, e cosa vogliono, tutti i potenziali no trasversali a Renzi-Berlusconi

Se si prova a fare una piccola fotografia, partito per partito, di quale sia la compattezza e la tenuta del “patto sulle riforme” - legge elettorale e Senato, principalmente - l’immagine che viene fuori è uno scenario quasi libanizzato. Non solo ci sono improvvisi dietrofront - o, come minimo, precisazioni sostanziali, come quella di oggi della Lega - ma anche dentro i partiti principali i dissidenti sono tanti. Sia in Forza Italia, sia nel Pd. Facciamone una mappa ragionata. 


Il partito del Cavaliere  
In Forza Italia restano 22 (0 secondo diversi calcoli 23) dissidenti che chiedono tuttora a Berlusconi di rinviare l’incardinamento della riforma in aula, e hanno scritto una lettera su questo. Li guida l’ex direttore del tg1, Augusto Minzolini, gli altri firmatari della protesta interna sono Aracri, Alicata, Bonfrisco, Bruni, Compagnone, D’Ambrosio Lettieri, D’Anna, Falanga, Fazzone, Liuzzi, Longo, Iurlaro, Milo, Pagnoncelli, Perrone, Ruvolo, Scavone, Sibilia, Tarquinio, Zizza, Zuffada. (D’Anna e Milo, sono i due parlamentari di Gal scesi in campo con i dissidenti forzisti). Ma, al di là dei documenti espliciti, potrebbero essere anche di più, i senatori. C’è chi, chiedendo l’anonimato, racconta: «Di fatto gli unici due veri sostenitori del pacchetto Italicum-Senato sono rimasti Gasparri e ovviamente Romani». Tutti gli altri senatori sarebbero, chi con più forza, chi moderatamente, contrari. Non significa che Berlusconi non possa alla fine convincerli, ma questo dà l’idea dell’ampiezza delle difficoltà. Il ragionamento comune di diversi senatori forzisti è: «Questa legge elettorale sicuramente avvantaggia Renzi e penalizza Forza Italia. Per i suoi interessi, Berlusconi sacrifica i nostri». 

Il Pd  
Nel partito democratico un’area di 15-20 parlamentari potrebbe essere in vario modo contraria a votare sì alle riforme di Renzi. E lo va dicendo da tempo in ogni sede, sostanzialmente guidata da Vannino Chiti, ma nutrita anche delle forti perplessità di uomini come l’ex segretario Pierluigi Bersani. Questo gruppo di perplessi si è palesato in diverse occasioni, dal caso Mineo al ddl Chiti, e viene fuori quasi a ogni tornate della vicenda recente del patto Renzi-Berlusconi. L’ultima è la volontà renziana di accelerare a tutti i costi. «Sulla modifica del calendario abbiamo scelto di non partecipare al voto. Da due mesi quelli del Pd accusati di frenare non toccano palla in commissione Affari Costituzionali. Eppure il testo di riforma del Senato non è ancora pronto. Del Titolo V si è discusso solo in modo sommario, il nodo dell’elezione del Presidente della Repubblica non è stato risolto. C’é da chiedersi chi freni, in realtà, e perché Renzi non lo dica chiaramente». Lo scrivono i senatori del Pd Vannino Chiti, Erica D’Adda, Nerina Dirindin, Maria Grazia Gatti, Felice Casson, Paolo Corsini, Francesco Giacobbe, Sergio Lo Giudice, Claudio Micheloni, Corradino Mineo, Walter Tocci, Renato Turano. Ai perplessi si può aggiungere il nome di Massimo Mucchetti. «Ora però la Conferenza dei Capigruppo non concede neppure 24 ore di tempo per leggere un testo di riforma ampiamente modificato da quello base - proseguono i senatori - e che ancora non c’è nella sua versione definitiva, prima di portarlo in aula. Scelta discutibile e assai poco comprensibile. Tuttavia non siamo stati noi, neppure oggi, a frenare. Per questo non ci siamo uniti alle opposizioni che, con buone ragioni, hanno votato contro la proposta di calendario». 

A questi si aggiungono le perplessità extra Senato: deputati dell’area di Pippo Civati, che parla di riforme sbagliare e “renzicentriche”. Oppure altre figure, come quella di Miguel Gotor, bersaniano della primissima ora, di professione storico, assai apprezzato da Giorgio Napolitano, che ha svolto soprattutto due critiche. Una è il rapporto che c’è tra il nuovo senato e l’Italicum per come è uscito dalla camera: «Quando abbiamo votato quel testo ancora non sapevamo come sarebbe stato il nuovo Senato. Oggi stiamo lavorando a un Senato di secondo grado e non è possibile che la sola camera politica, l’unica a cui sarà demandato l’indirizzo di governo e la sola depositaria della fiducia, sia composta da nominati. In questo modo si rischia una deriva oligarchica della democrazia italiana che va contrastata perché il disegno di Verdini e Berlusconi non può essere il nostro». Il secondo problema sollevato da Gotor riguarda l’elezione del Presidente della Repubblica. «Bisogna evitare - dice il democratico assai legato a Bersani - che il detentore del premio di maggioranza possa con soltanto 26 senatori eleggere da solo il capo della Stato» 

La Lega  
Ma perplessità stanno spuntando anche nell’area dei senatori leghisti, che pure - con Roberto Calderoli- hanno partecipato attivamente all’accordo, e anzi, cercando di conquistare un canale preferenziale con Renzi, rispetto a Forza Italia. Calderoli - che fino a oggi aveva semmai sempre manifestato una grande perplessità sul fatto che Forza Italia avrebbe davvero, alla fine, rispettato il patto - adesso è lui a esporre una serissima riserva, che fa slittare molto probabilmente all’inizio della prossima settimana almeno l’incardinamento del testo in aula. Alla Lega non piace che il meccanismo di elezione di secondo grado dei senatori, affidato a un criterio proporzionale rispetto ai consigli regionali, diventi di fatto una non-elezione tout court, che riduce al massimo i partiti medio piccoli, rafforzando le segreterie medio grandi. «La mia perplessità - spiega Calderoli - nasce non per l’elezione ma per la non elezione dei senatori. Si può scegliere l’elezione diretta o l’elezione indiretta, ma il punto è che non c’è più l’elezione indiretta. E ciò in democrazia è inaccettabile». È lui tra l’altro, ricordiamolo, l’inventore del Porcellum, la più discussa legge (elettorale) della storia politica recente. 

Il Ncd  
Della maggioranza di governo, anche il partito di Alfano esprime da giorni un forte malessere. SeGaetano Quagliariello va avvisando dall’inizio della settimana che «l’Italicum così com’è non lo votiamo», ora anche Andrea Augello, che segue la materia per conto del partito, mostra che «tutto il gruppo» condivide quella preoccupazione della Lega. Dice Augello che «si rischia di creare un vincolo ai consiglieri regionali che saranno predeterminati nella scelta dei futuri senatori in base alle percentuali di proporzionalità». Un’ulteriore spoliazione della capacità elettiva dei cittadini. 

I numeri ballerini  
È assai difficile farne, naturalmente, perché variano sensibilmente in base dai diversi gradi di dissenso. Fino allo stop odierno di Lega (e Ncd), l’accordo di Renzi con Forza Italia e Lega avrebbe consentito di superare la maggioranza assoluta di 160 voti abbastanza facilmente (più difficile quella dei due terzi, 230 voti). Tra i dissidenti, quelli disposti ad andare fino in fondo nel no sarebbero 16 senatori del Pd, due di Per l’Italia (Mario Mauro e Tito Di Maggio), uno di Ncd (Antonio Azzolini), più il socialistaEnrico Buemi. Difficile quantificare l’area-Minzolini: il malumore è diffuso e riguarda 23 senatori, come si diceva su, ma i duri potrebbero essere la metà. A questi, tuttavia, potrebbero aggiungersi defezioni - dopo il dietrofront di Calderoli e del Ncd - dalla Lega (che ha 15 senatori in tutto), e dal partito di Alfano (33 senatori). Insomma, una situazione di maggioranza per le riforme, ma che potrebbe assottigliarsi, nella peggiore delle ipotesi, a una semplice maggioranza assoluta, ottenuta peraltro sul filo. 

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