IO NON HO VOTATO PER MATTEO RENZI come SEGRETARIO PD (e neppure come PRESIDENTE DEL CONSIGLIO)

giovedì 19 febbraio 2009

Se stiamo insieme - Riccardo Cocciante

Ma quante storie ho già vissuto nella vita / e quante programmate chi lo sà / sognando ad occhi aperti / storie di fiumi di grandi praterie senza confini / storie di deserti

E quante volte ho visto dalla prua di una barca / tra spruzzi e vento, l'immensità del mare / spandersi dentro e come una carezza calda / illuminarmi il cuore

E poi la neve bianca gli alberi gli abeti / l'abbraccio del silenzio / calmarmi in tutti i sensi / sentirsi solo e vivo tra le montagne grandi / e i grandi spazi immensi

E poi tornare qui, riprendere la vita / dei giorni uguali ai giorni / discutere con te / tagliarmi con il ghiaccio dei quotidiani inverni / No non lo posso accettare

Non e' la vita che avrei voluto mai desiderato vivere / Non e' quel sogno che sognavamo insieme fa piangere / Eppure io non credo questa sia l'unica via per noi
Se stiamo insieme ci sarà un perché / e vorrei riscoprirlo stasera / se stiamo insieme qualche cosa c'e' / che ci unisce ancora stasera / Mi manchi sai, mi manchi sai....aaii....

E poi tornare qui riprendere la vita / che sembra senza vitadiscutere con te e consumar così / i pochi istanti eterni / No non lo posso accettare / che vita e' restare qui a logorarmi in discussioni sterili / giocar con te a farsi del male il giorno / di notte poi rinchiudersi / Eppure io non credo questa sia l'unica via per noi

Se stiamo insieme ci sarà un perchè / e vorrei riscoprirlo stasera / Se stiamo insieme qualche cosa c'e' / che ci unisce ancora stasera / Mi manchi sai, Mi manchi sai........aaii..aaii....

Thread ispirato dall'articolo de "Il Giornale" di oggi, vedi commenti

3 commenti:

Franco Gatti ha detto...

Tratto da: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=330076


STANNO INSIEME MA NON C'E' UN PERCHE'
di Michele Brambilla

Se stiamo insieme ci sarà un perché, e vorrei riscoprirlo stasera, cantava Riccardo Cocciante. Anche lo stare insieme dei leader (ma non solo dei leader) del Pd dovrebbe avere un perché, ma dubitiamo che una sera possa essere sufficiente per riscoprirlo. Nel giorno in cui si discute del fallimento di Veltroni, e deinomi dei suoi improbabili successori (D’Alema è ormai un fanfaniano Arieccolo, e su Bersani ha ragione Guzzanti: sembra il Ferrini di «Quelli della notte»), sarebbe forse più opportuno spostare il dibattito dalle persone ai contenuti, alle idee, e a quel «perché».

Perché è fallito il progetto-Pd? Veltroni ieri s’è generosamente assunto ogni responsabilità. Ma il suo mea culpa rischia di essere fuorviante. L’impressione è che il Pd sia naufragato non a causa di una cattiva gestione, ma più tragicamente per l’assenza di una ragione sociale. Qual è infatti la ragione sociale del Pd? Quale il suo progetto di società? Quale la sua idea fondante?

Ieri Peppino Caldarola ha scritto sul nostro giornale che il Pd, così com’è stato concepito e allevato, è un partito senza identità, «non è più di sinistra ma neppure di centro, non è praticamente nulla». Verissimo. Ma ci chiediamo se avrebbe potuto essere altrimenti. Non bisogna dimenticare, infatti, che quella del Pd è una storia che non parte dalle primarie di un anno e mezzo fa, e nemmeno dalla fusione tra Ds e Margherita. Parte da molto più lontano, parte dal Partito comunista italiano, e ancor prima da un’ideologia - il comunismo, appunto - che sul mondo aveva una visione chiara, forte, precisa, dogmatica.

Il Pci era una Chiesa, e le Chiese possono anche riformarsi nella liturgia, nell’organizzazione interna e nella strategia comunicativa: ma non sulla fede. Se crolla quella, crolla tutto. Quando il Pci ha dovuto prendere atto del fallimento del suo Verbo fondante, è stato come se il Vaticano avesse dichiarato l’inesistenza di Dio. È stato, più in concreto, il prendere atto che la lotta tra le due grandi ideologie ottocentesche, il socialismo e il liberalismo, si era conclusa con la vittoria della seconda. E si era conclusa così proprio perché il liberalismo non ha una visione totalitaria sulla vita e sull’uomo,non si basa su una Verità assoluta,e quindi èriformabile. Al contrario, il marxismo- leninismo non può essere riformato.

La sinistra italiana, a differenza di quella di altri Paesi occidentali, viene da quella visione del mondo non riformabile. E quando il comunismo ha cominciato amostrare i suoi errori e i suoi orrori, il Pci ha cercato di smarcarsi, anche coraggiosamente, ma ottenendo il solo risultato di arrivare all’autodistruzione. Prima ha cambiato nome,da Pci a Pds; poi in Ds; poi in Pd, con un patto disperato con una parte degli ex nemici della Dc.

È stato un lungo processo di erosione dei propri principi e dei propri punti di riferimento. Si è iniziato con il rinnegare modelli stranieri prima esaltati; poi facendo sparire simboli e padri fondatori dal proprio Pantheon; infine accettando una visione dell’economia magari ancora un po’ statalista, ma di fatto totalmente integrata nell’una volta aborrito capitalismo.

Che cosa è rimasto di quell’Idea, di quel Dogma, di quella Fede? Nulla, e qui risuonano profetiche le parole pronunciate già quarant’anni fada Augusto Del Noce: il Pci, diceva, è destinato a diventare un grande partito radicale di massa. E infatti, in che cosa si distingue oggi il Pd se non nell’appoggio - peraltro condizionato dalla presenza dei teodem al proprio interno- a battaglie quali quelle sui cosiddetti «diritti civili» dei radicali? Ma i radicali c’erano eci sono già, senza il bisogno del Pd: e il loro pensiero è ormai largamente trasversale tra destra e sinistra.

Veltroni non ha fallito. È soltanto l’erede di un fallimento, e di un fallimento che nessun amministratore delegato sarebbe riuscito a evitare. Chi è rimasto attaccato all’Idea, e continua orgogliosamente a chiamarsi «comunista», è stato spazzato via dal parlamento per volontà popolare. Chi ha cercato di riformare l’irriformabile, ha sostituito le vecchie idee - cupe e anche terribili, machiare e forti - con generiche parole d’ordine: la solidarietà, il progresso, l’onestà. Faceva perfino tenerezza, ieri, vedere alle spalle di un esponente del Pd un poster con l’immagine di Berlinguer e la scritta «Nel cuore degli italiani onesti». Troppo vago, troppo vacuo, troppo poco, troppo retorico per essere un «perché» che faccia stare insieme.

Anonimo ha detto...

Dichiarazioni di Matteo Renzi, candidato a sindaco di Firenze :



«L'attuale gruppo dirigente del Pd ha oggettivamente prodotto un disastro - ha commentato in una intervista a Radio 24 - Abbiamo un gruppo dirigente che per due anni si è preoccupato più di parlarsi a mezzo stampa, che non di affrontare i temi veri, le questioni reali che attanagliano la vita delle persone. E in questo senso hanno prodotto un distacco oggettivo tra le passioni e gli entusiasmi, di cui il Pd è comunque ricco, e un gruppo dirigente che, selezionato senza preferenze, sempre più lontano dalla realtà delle persone, ha oggettivamente prodotto un disastro».

Franco Gatti ha detto...

Rosy Bindi:
tratto da:
http://www.democraticidavvero.it/adon.pl?act=doc&doc=3821

18 Febbraio 2009

Il PD non è a termine
di Rosy Bindi




Avevo chiesto a Walter di ritirare le sue dimissioni, ma apprezzo le parole con cui le ha confermate. Parole sincere e generose, di lealtà e fiducia nel Pd. Un progetto che deve continuare a vivere. Anch'io sono convinta che non si possa e non si debba tornare indietro. Le sconfitte e le difficoltà di questi mesi non dimostrano affatto, come sostengono i nostri avversari, che il Partito democratico è un progetto impossibile, un sogno velleitario, una prospettiva sbagliata. Non possiamo giudicare la sua bontà sul breve tratto di strada percorso fino ad oggi.

Il Pd è ancora troppo giovane e io non sono disponibile a decretarne una fine prematura. Le ragioni della nostra scommessa restano intatte. Anzi, sono semmai rafforzate dalla crisi mondiale e dalla capacità espansiva del berlusconismo che è giunto a maturazione e ora tiene insieme i tanti volti delle destra italiana. Con ragione Veltroni sostiene che il Pd è nato tardi, che avrebbe dovuto prendere il largo subito dopo la vittoria di Prodi nel '96, accelerando il passaggio dell'Ulivo da coalizione elettorale a nuovo soggetto politico. Peccato però che la sua candidatura alle primarie del 2007 si sia collocata sotto il segno della discontinuità anziché del compimento, e che la vocazione maggioritaria sia stata presentata in contrapposizione all'Ulivo. E vi è stata anche una pretesa di unanimità preventiva che ha mascherato le divergenze di impostazione e di prospettiva dei suoi grandi elettori.

E' stato l'unanimismo di facciata che ha di fatto compromesso la costruzione di una vera unità politica. Si è chiuso repentinamente il cantiere democratico e nel Pd si è riprodotta la competizione tra gruppi e fazioni che scandiva la vita interna dei due partiti fondatori. La pluralità delle idee è una ricchezza e non può essere vissuta come dissenso. Il problema è rappresentato dal fatto che non si è mai aperto un dibattito franco, aperto, legittimo, salutare, e le idee diverse sono diventate strumento di erosione della leadership e sono state vissute come lesa maestà! E' invece possibile realizzare una vera unità solo a partire da una sintesi condivisa delle diverse posizioni. E' un esercizio di responsabilità più paziente e forse più faticoso, ma è il solo che può determinare quel nuovo modo di fare politica che è anche una delle missioni storiche del Pd.

Ora che il segretario si è dimesso sarebbe davvero grave riprodurre gli stessi errori e aprire una nuova competizione senza avere prima maturato il necessario confronto programmatico. Comprendo lo smarrimento di tanti militanti ed elettori. La tentazione di uscire dall'angolo con una sorta di ultimo redde rationem, con una nuova accelerazione che faccia piazza pulita dell'attuale classe dirigente. Credo che questa tentazione vada respinta e che occorra per una volta riprendere con serietà e determinazione, nel rispetto delle procedure previste dallo Statuto, il percorso paziente e impegnativo di costruzione del Pd. Non si tratta di temporeggiare. Al contrario, di determinare con la necessaria razionalità la rotta dei prossimi mesi.

La convocazione sabato prossimo dell'Assemblea costituente è già un'indicazione importante, la parola torna nella sede ad oggi più rappresentativa della pluralità del nostro partito. Lì decideremo se aprire subito la fase congressuale e avviare una nuova conta interna o se eleggere un segretario di transizione che guidi il partito nei pochi mesi che ci separano dalle amministrative e dalle europee, fissando una data ravvicinata per il congresso. Per quanto mi riguarda penso che questa sia la soluzione migliore, avendo presente la realtà dei fatti. Nel partito è ancora in corso il tesseramento, vanno preparate le candidature, definiti i programmi elettorali per comuni e province, avanzata una proposta per le europee.

C'è davvero molto da fare se non vogliamo consegnare il governo di alcune grandi città e di altre amministrazioni alla destra. Eleggere all'assemblea costituente un segretario ponte risponde da un lato all'esigenza di avere un centro di responsabilità politica chiara e dall'altro di definire il percorso certo di un congresso vero, capace di mobilitare una larga partecipazione popolare nel confronto sul profilo programmatico del partito e del nuovo segretario. Le primarie sono una nostra carta d'identità, non possiamo sciuparla un'altra volta.