IO NON HO VOTATO PER MATTEO RENZI come SEGRETARIO PD (e neppure come PRESIDENTE DEL CONSIGLIO)

domenica 19 maggio 2013

Cultura: la favola delle api, di Bernard de Mandeville

Per ora non aggiungo nessun commento.  Mi sembra un tema sul quale riflettere, anche oggi, in Italia.
Soprattutto avendo un Governo che mette assieme PD e PDL (più Scelta Civica..., anche se quasi nessuno la nomina più...).

L'alveare felice 

In un apparentemente felice alveare viveva uno sciame di api in una società ben ordinata e regolata dalle leggi. Da loro non vi era tirannia né lademocrazia che genera disordini. La loro vita era molto simile a quella degli uomini. Milioni di api lavoravano a produrre tutto ciò che serviva alla prosperità di cui godeva però a malapena la metà dell'alveare dove comparivano disparità sociali tra chi possedendo capitali faceva grandi profitti e coloro che si guadagnavano il pane con i mestieri più faticosi.

Altri infine senza ricchezze da investire, senza arte né parte, vivevano nel lusso sfruttando gli ingenui lavoratori: «Tali erano i cavalieri d'industria, i parassiti, i mezzani, i giocatori, i ladri, i falsari, i maghi, i preti.»

Quelle api che poi avessero voluto difendersi da quei malfattori cadevano nelle mani di altri furfanti come gli avvocati che mirando solo al loro onorario facevano in modo che le liti non si esaurissero mai, suscitando continui cavilli, usando le leggi per mandare in rovina chi si era rivolto a loro per aiuto e desiderio di giustizia.

Nella stessa categoria dei furfanti vanno inseriti i medici la cui competenza scientifica non va al di là di una qualche pratica acquisita superficialmente. Anch'essi non mirano che alle loro parcelle e a essere riveriti da quelli con cui agiscono in combutta arricchendosi con le nascite e i funerali: ifarmacisti e i preti. Quest'ultimi individui ignoranti e pigri, pagati per attirare la benedizione di Giove sull'alveare, in realtà badano solo a soddisfare nel lusso i loro vizi mentre coloro che veramente conducono una vita di rinunce e preghiere muoiono di fame.

Allo stesso modo proprio i soldati che vilmente fuggono di fronte al nemico, alla fine vengono trattati meglio di coloro che si sacrificano al punto che, per aver subito numerose mutilazioni combattendo coraggiosamente, vengono messi da parte come inabili. Così dei ministri del re solo pochi fanno l'interesse del sovrano mentre molti fanno i loro comodi chiamando giusti emolumenti quelli che sono vere e proprie malversazioni che essi camuffano e nascondono agli occhi delle api approfittando delle loro prerogative.

Nell'alveare la spada della giustizia, che dovrebbe essere cieca, mentre vede bene l'oro che la corrompe, colpisce solo le api più povere e indifese che per necessità hanno commesso crimini e la sua bilancia pende sempre dalla parte dei più forti e ricchi

« Essendo così ogni ceto pieno di vizi, tuttavia la nazione di per sé godeva di una felice prosperità. era adulata in pace, temuta in guerra. Stimata presso gli stranieri, essa aveva in mano l'equilibrio di tutti gli altri alveari. Tutti i suoi membri a gara prodigavano le loro vite e i loro beni per la sua conservazione. Tale era lo stato fiorente di questo popolo. I vizi dei privati contribuivano alla felicità pubblica... Le furberie dello stato conservavano la totalità, per quanto ogni cittadino se ne lamentasse. L'armonia in un concerto risulta da una combinazione di suoni che sono direttamente opposti. Così i membri di quella società, seguendo delle strade assolutamente contrarie, si aiutavano quasi loro malgrado. »

La rivoluzione dei probi 

Il popolo incostante delle api però non si rendeva conto di vivere nel migliore dei modi possibili e cominciò a lagnarsi delle ingiustizie e proprio colui che più si era arricchito a spese del re e dei poveri invocava la fine delle malversazioni. Costui era un guantaio che vendeva pelli d'agnello per pelli di capretto ma il popolo lo seguiva invocando la probità. Mercurio, il dio dei ladroni rideva della loro ingenuità, mentre Giove, adirato decise di soddisfare le api diffondendo per tutto l'alveare l'onestà e la giustizia. Venne così la rivoluzione.

« Ma, per Dio, quale costernazione! quale improvviso cambiamento! In meno di un'ora il prezzo delle derrate diminuí ovunque... Da questo momento il tribunale fu spopolato. I debitori saldavano di propria iniziativa i loro debiti... Nessuno poteva più accumulare ricchezze. La virtú e l'onestà regnavano nell'alveare. »

Gli avvocati si ritirarono dalla professione, i carcerieri e i fabbri, addetti alle catene e alle serrature, rimasero senza lavoro. La dea giustizia sostituì alla bilancia e alla spada l'ascia e la corda: divenuta rigida e inflessibile, allontanandosi dalle miserie umane se ne andò a dimorare sulle nuvole.

Nell'alveare rimasero solo i medici veramente abili nella loro professione che sentivano come loro dovere curare i malati servendosi solo delle medicine che la bontà degli dei dà agli uomini attraverso la natura. Dei preti rimasero solo coloro che credevano nella loro missione. Alla religione ora bastava la cura del pontefice che badava solo agli affari dell'anima lasciando allo stato le questioni politiche.

I ministri diminuirono di numero poiché una sola persona poteva compiere le funzioni che prima per molti erano solo occasioni di malversazioni. Niente più eserciti per incutere rispetto agli stati stranieri: si sarebbe combattuto solo per difendersi.

« Gettate ora lo sguardo sul glorioso alveare. Contemplate l'accordo mirabile che regna tra il commercio e la buona fede. Le oscurità che offuscavano questo spettacolo sono scomparse: tutto si vede allo scoperto. Quanto le cose hanno mutato il loro volto! »

Ogni cosa che andasse al di là della semplice sopravvivenza venne abbandonata. Ogni tipo di arte decadde. I libertini non scialacquarono più il loro denaro per mantenere le loro amanti nel lusso. Ogni spesa superflua venne abbandonata. Non vi fu più necessità di seguire la moda nell'abbigliamento e si usò la stessa veste per tutto l'anno.

La fine dell'alveare 

« Una pace profonda domina in questo regno; e ha come sua conseguenza l'abbondanza. Tutte le fabbriche che restano producono soltanto le stoffe più semplici; tuttavia esse sono tutte molto care. La natura prodiga, non essendo più costretta dall'infaticabile giardiniere, produce bensì i suoi frutti nelle sue stagioni; però non produce più né rarità, né frutti precoci. A misura che diminuivano la vanità e il lusso, si videro gli antichi abitanti abbandonare la loro dimora. Non erano più né i mercanti né le compagnie che facevano decadere le manifatture, erano la semplicità e la moderazione di tutte le api. Tutti i mestieri e tutte le arti erano abbandonati. La facile contentatura, questa peste dell'industria, fa loro ammirare la loro grossolana abbondanza. »

Le api senza lavoro cominciarono ad abbandonare l'alveare che fu attaccato dai nemici. Le api combatterono valorosamente e vinsero, ma a caro prezzo, con la morte di parecchie migliaia di loro. Quelle rimaste, sfiancate dal duro ma onesto lavoro e dalla guerra non volendo più vivere in un alveare dove rinascesse il lusso e l'ingiustizia se ne andarono ad abitare nel cavo di un albero «dove a loro non resta altro, della loro antica felicità, che la contentatura dell'onestà.»

La triste sorte dell'alveare dunque insegna una volta per tutte che:

« Il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtú da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa. »

2 commenti:

Andrea D. ha detto...

Greed is good ... come diceva Gordon Gekko ;-)
In realtà la favola dovrebbe stimolare davvero a pensare se il progresso e il mondo come lo conosciamo oggi sarebbero mai esistiti senza alcune delle più basse pulsioni umane.

Franco Gatti ha detto...

Grazie Andrea.

Per conmpletare la citazione copio l'intero frammento tratto dal film "Wall Street", così come trovato in Wikipedia:

« L'avidità, non trovo una parola migliore, è valida, l'avidità è giusta, l'avidità funziona, l'avidità chiarifica, penetra e cattura l'essenza dello spirito evolutivo. L'avidità in tutte le sue forme: l'avidità di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha impostato lo slancio in avanti di tutta l'umanità. E l'avidità, ascoltatemi bene, non salverà solamente la Teldar Carta, ma anche l'altra disfunzionante società che ha nome America. »