IO NON HO VOTATO PER MATTEO RENZI come SEGRETARIO PD (e neppure come PRESIDENTE DEL CONSIGLIO)

martedì 25 agosto 2009

Il bene ed il male in politica ?

Dopo quello di Luned' (LINK), un altro articolo segnalato da un amico, che illustra una posizione nella quale non mi riconosco, ma sulla quale mi sembra utile riflettere.

Angelo Panebianco, 14 Agosto 2009, Corriere della Sera
La politica non è la lotta tra il bene e il male - Il dibattito su Moralismo e Riformismo

E' possibile liberare dalla gabbia mentale in cui sono imprigionati coloro che confondono politica e morale, che credono che moralità e moralismo siano sinonimi, che pensano che la politica sia una guerra fra l'armata della luce e quella delle tenebre? In un editoriale del 3 luglio ho sostenuto che il Partito democratico dovrebbe scrollarsi di dosso l'ipocrita impalcatura moralista che si è costruito. Che nel Pd ci sia una divisione fra riformisti e moralisti è dimostrato dalle reazioni a quell'articolo. ...

Leggi tutto in: http://www.corriere.it/cultura/speciali/2009/bene_e_male/notizie/editoriale_panebianco_dc490c34-88db-11de-a986-00144f02aabc.shtml

3 commenti:

Franco Gatti ha detto...

Tratto da: http://www.corriere.it/cultura/speciali/2009/bene_e_male/notizie/editoriale_panebianco_dc490c34-88db-11de-a986-00144f02aabc.shtml

IL DIBATTITO SU MORALISMO E RIFORMISMO
La politica non è lotta tra bene e male

E' possibile liberare dalla gabbia mentale in cui sono imprigionati coloro che confondono politica e morale, che credono che moralità e moralismo siano sinonimi, che pensano che la politica sia una guerra fra l'armata della luce e quella delle tenebre? In un editoriale del 3 luglio ho sostenuto che il Partito democratico dovrebbe scrollarsi di dosso l'ipocrita impalcatura moralista che si è costruito. Che nel Pd ci sia una divisione fra riformisti e moralisti è dimostrato dalle reazioni a quell'articolo.

Linda Lanzillotta, prendendo lo spunto dal­le inchieste pugliesi, ha fatto un ineccepibile intervento (Corriere del 4 agosto) sulla neces­sità di una riforma del sistema della sanità che separi politica e amministrazione: un esempio cristallino di ciò che intendevo, nel­l’editoriale citato, per approccio riformista ai problemi di etica pubblica. Però, sempre sul Corriere del 4 luglio, si po­teva anche leggere la sdegnata replica al mio articolo di Franco Monaco, democratico doc come la Lanzillotta, ma di altra pasta. Quello di Monaco sembrava un comunicato dell’uffi­cio stampa dell’Italia dei Valori. È la presenza di tanti Monaco a spiegare l’impossibilità per il Pd di scindere le proprie sorti da quelle di Di Pietro, di fare il salto dal moralismo al rifor­mismo.

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Franco Gatti ha detto...

Anche se è difficile oggi separare la questio­ne del moralismo da quella della presenza in politica di Silvio Berlusconi proverò a farlo. Perché ci sono anche, mi ha ricordato Mario Pirani ( La Repubblica , 7 agosto), ottime ragio­ni politiche per criticare Berlusconi. L’inter­vento di Pirani, uno dei pochi editorialisti di Repubblica da cui non mi senta culturalmen­te agli antipodi, mi ha richiamato alla mente certi rituali del Pci, dove il reprobo veniva at­taccato da uno che egli non riteneva troppo diverso da sé. Pirani elenca i tratti di Berlusco­ni (il conflitto di interessi, gli attacchi alla ma­gistratura, eccetera) che richiedono di essere combattuti. Bene, ma faccio notare a Pirani che la sua ricostruzione è troppo squilibrata. Berlusconi, dice Pirani, è un unicum nel pano­rama conservatore: non è Sarkozy, la Merkel o Cameron. Sì, ma uno sguardo storico aiuta a capire. Noi non abbiamo avuto de Gaulle. Né la secolare alternanza fra conservatori e laburi­sti. Noi avevamo un sistema bloccato domina­to da democristiani e comunisti. Berlusconi è un unicum ma è il prodotto di un altro uni­cum: la rivoluzione giudiziaria che spazzò via i partiti moderati e che, anch’essa, non ha con­fronti con quanto accaduto in altre parti d’Eu­ropa. Inoltre, come Pirani sa, i conflitti di interes­se sono, per le democrazie, difficili da gestire (vedi il caso Bloomberg a New York).

Da noi, certo, il problema è reso ancor più acuto a cau­sa delle televisioni. Ma imporre all’imprendi­tore che assume certi ruoli di vendere le azien­de significa ignorare le regole del mercato: poiché vendere per legge è uguale a svendere tanto vale stabilire che agli imprenditori sia interdetta la politica. È fattibile? In altri termini, Pirani ha ragione ma fino a un certo punto: dimentica le cause che hanno «prodotto» Berlusconi e sottovaluta la com­plessità, e la difficile trattabilità, dei problemi che la presenza in politica di figure come la sua comportano. Mi meraviglio poi che Pirani adotti un atteg­giamento così acritico sulla questione del rap­porto fra Berlusconi e la magistratura. Ricor­do che nei primi anni Novanta io e Pirani, con­sapevoli dei guasti di un sistema giudiziario fondato sull’onnipotenza del pm, eravamo fra i pochi a invocare la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri. Possibile che Pirani abbia cambiato idea al punto di vedere nello scontro fra Berlusconi e certi settori del­la magistratura solo la lotta fra un impunito e i suoi irreprensibili accusatori? Se così fosse, sarebbe Pirani, e non io, come egli mi accusa, a sfogliare le favole dei fratelli Grimm.

È infi­ne strano che un fine analista sembri non comprendere il vero segreto del successo di Berlusconi dal ’94 in poi: il fatto che in un Pae­se iperstatalista, dominato fino a quel momen­to dai grandi «collettivi» (il Partito, il Sindaca­to, la Corporazione) abbia fatto irruzione un imprenditore che si è appellato allo spirito in­dividualista, che ha proposto una «via indivi­dualista alla felicità». Si può deprecare il fatto ma non sottovalutarlo. Personalmente, ciò che soprattutto non sopporto di Berlusconi è la distanza, per me intollerabile, fra le promes­se e le realizzazioni (di liberazione degli indivi­dui da «lacci e lacciuoli», nelle sue esperienze di governo, se n’è vista poca) ma, di sicuro, non sono fra quelli che deprecano l’appello al ruolo dell’individualità

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Franco Gatti ha detto...

Torno sulla questione del moralismo. A for­za di campagne moralistiche, nel corso dei de­cenni, si è messa larga parte delle nuove gene­razioni nell’impossibilità di capire alcunché di politica. Le si è addestrate a pensare la poli­tica nei termini infantili e menzogneri della lotta fra il bene e il male, le si è condannate a non vedere la complessità del mondo e la sua ineliminabile ambiguità, anche morale. Non molti, ormai, riescono a distinguere fra la mo­ralità (che investe una dimensione personale: riguarda il rapporto fra me, i miei atti e la mia coscienza e, per chi ci crede, Dio) e il morali­smo, che è una tecnica di combattimento poli­tico. I moralisti sono di due tipi: quelli che ci credono e quelli che si fingono. Quelli che ci credono pensano che invocare di continuo la moralità sia un modo di testimoniare la pro­pria appartenenza alla schiera dei buoni. Sa­rebbero inoffensivi se la loro ingenuità non ve­nisse sfruttata da altri, i veri utilizzatori del moralismo come tecnica politica. Da coloro, cioè, che in un mondo di esseri imperfetti e peccatori, si attribuiscono virtù che non han­no e si ergono a giustizieri morali. Sono i re­sponsabili della propagazione di una immagi­ne farsesca della politica, come luogo del con­fronto fra luce e tenebre.

La loro presenza ren­de difficile affrontare i temi di etica pubblica. Questi ultimi riguardano, per lo più, problemi di convenienza collettiva: ad esempio, convie­ne abbassare il tasso di corruzione, per gene­rare condizioni di fiducia sociale e incentivi allo sviluppo, per migliorare le condizioni di vita. Ma parlare di queste cose con i moralisti è fiato sprecato.

Angelo Panebianco
14 agosto 2009